I santi martiri di Osimo. Dramma sacro del poeta Francesco Avelloni. Rappresentato la prima volta in detta citta nel maggio del 1809. Ricorrendo la festa de' santi suddetti, e replicato per molte sere con universale applauso

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Francesco Antonio Avelloni

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I SANTI MARTIRT""^ 

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DRAMMA SACRO. 


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DEL POETA - 7 * 

FRANCESCO AVELLONIÌ 

Rappresentato là prima volta in delta Città 
nel Maggio del 1809. 

Ricorrendo la Festa de’ Santi suddetti ,/* no-VN 
e replicato per molte sere 
con universale applauso, »/T: . .--ifN 


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^fORENZO ) 
SISINIO ) 
DIOCLEZIO ) 
SABINO ) 


Martiri. 

...... ' ti 


PINI A NO Proconsole. 

y ' ■ • ' ' v i 1 • 


LICINIO Triumviro. 
PRASSEDE sua Moglie. 

i re • * 

DECIO Centurione. 
AUGURE. 

PASCASIO. 

i" 

Sacerdoti di Eseulafjp* 
Soldati. 

Littori . 



Sgherri. . ' -, : ‘ 

V. • 

la Scena è in Oslmo , t nt* suoi iontornu^ 


ò 


PREFAZIONE 

DELL’ AUTORE. 


1 1 vostro trasporta, o Signori Osimani, pe’ Santi 
Martiri , le di cui ossa nella vostra Cattedrale si 
onorano, ha animato il mio spirito ad esporvi sulle 
Scene le gesta loro , e a consecrar e ad Essi , e 
a Voi le mie deboli fatiche. Ciò. che ricavai e 
dalle sacre Lezioni , e da.ll* Istoria di, un vostro 
Concittadino egli è, che verso il fine del li!., ed 
il principio del iv. secolo di nostra redenzione, spt- 
«o 1* Impero di Diocleziano, e Massimiano, segua- 
ci essi furono di un certo Antimo Prete, che con- 
verrì alla Fede Feltooio Pinia.no Proconsole in 
Asia , e che da questo furono a Roma condotti , 
indi per sottrarli alla persecuzione trasferiti, in certi 
suoi poderi , situati ne’contorni di Osimo , e prin- 
cipalmente nel luogo oggidì detto R.oncisvajle, ove 
dopo tre anni , ricusando, dì sacrificare all’ Oraco- 
lo di Esculapio , furono dal popolo lapidati . In 
tale sterilità, di argomento ricorsi all’ immagina- 
zione , e attenendomi ài. probabile , introdussi il 
fatto di Licinio , e Prassede , quello di Qecio , e 
1* Augure, quello di, Piniano, e di Sabino* Che un 
Tribuno reggesse Osimo, allora Municipio Roma- 
no, si rileva dall* Istoria : s* egli poi fosse Licinio, 
o altri nè lo, nego, nè lo : asserisco. Ciò che mi- 
lita in mio favore è, che da varie Lapidi esistenti 
nel Piceno il nome de’ Licinj era autorevole in 
queste contrade , perciò non dubitai d’ introdurlo 
in Osimo ancora , eh’ era in que’ tempi la Capi- 


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tale di tuttq il Piceno. Le Lapidi istesse mi per- 
suasero di far discender Prassede dal sangue degli 
Oppi , dei quali esistono tanti monumenti nelle 
mozze Statue situate nell’ atrio del Palazzo Mu- 
nicipale di questa Città , i quali indicano o che 
fosse di Osimo, oche fosse potente in questi luo- 
ghi tale famiglia. . L’ asserirla poi occulta Cristia- 
na , 1 e protettrice de’ Martiri non fu che per dar 
maggior lustro alla Composizione, e coonestar più, 
che potei l’interesse dell’azione, secondo le rego- 
le dell’ arte La venuta «li Piniàno colle ossa di 
Massimo la immaginai per render probabile la tras- 
lazione delle ceneri di questo Martire, che fu de- 
capitato ne’ dintorni di Roma, e di cui non è chia- 
ro ancora come qui pervennero le reliquie. Pinia- 
no, chequi avea dei poderi , potè averle tradotte, 
e la non lontana terra di Appignano , che come 
vuoisi , da luì ricevè il nome, dà peso alla mia non 
improbabile congettura. Il cranio del fanciullo, ri- 
trovato fra le altre ossa de’Martir.i, mi aperse il cam- 
po all’ introduzione di quel Sabino , che io sup- 
pongo di Osimo, e che fojse sarà stato o. servo, 
o alunno de’ Martiri istessi. Non parlo dell’ Au- 
gure, poiché ognuno sa, qual mano aveano tali 
persone in simili affari, e quanto erano accanire 
per opprimere la nascente nostra Religione. A me 
basta , che se tutto non è vero , tutto sia verist- 
mile, e tutto confluisca all’ onor dei Protagonisti, 
e de’ loro Adoratori. Accogliete, colti Osimani , 
il mio debole lavoro , come un’ attestato del ris- 
petto , che vi professo , perdonatene i difetti , e<f. 
onorate nel leggerlo i vostri Santi Protettori. 

"Francesco Avello»/. 

• *■ . * • 


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ATTO PRIMO 

SCENA PRIMA - ... - 

Rappresenta la Scena il Vestìbolo del Pretorio 
Sostenuto da varie colonne. 

Augure , e poi Decio. 

Aug. \7 è Decio ritorna ancora ? Oh come fri 
IN l’ impazienza , e l’ira divoro me stes- 
so. Eccolo. Ebben Centurion ? 

Dee. Ritorna a’ tuoi altari , è inutile ogni curai * 

Aug. Come? Prassede .... 

Dee. Si dispone a incontrar lo sposo, che dai Cam- 
pi Falisci fa ad Osimo ritorno. Fra poco lo ve- 

i drai , ei non è molto lontano da queste mura. • 

Aug. Ebben, lo attenderò nei Pretorio: abbando- 
nar non devo le cure a me commesse , finch’ 
ei non giunge. 

Dee. Fa quel , che credi ; ma assicurati , che perdi 
ogni opra , e deludi te stesso. 

Aug. Ah pur troppo lo so ; piò inflessibile donna 
non vidi ancora. Ah perchè mi accesi di lei, 
s’ esser dovea il disprezzo il solo concambio 
dell’ amor mio. • 

Dee. Consolati: tu non fosti il solo ad ottenerlo. 

Aug. Come ? 

Dee. Occultarti piò non giova il vero : guardami , 
e conosci in me , che ti parlo , un tuo rivale. 

Aug. Mio rivale tu ? 

Dee. Prima di te l’amai , mi lusingai prima di te dell’ 
amor suo j ottenni prima di re il suo disprezzo. 
Soffocai a mio dispetto l’incendio mio, e attribuii 
al timore. di un geloso marito, la sua fermezza : ah 
troppo tardi conobbi, che da altra foste ella deri va ! 




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é > ' Atto Primo. 

Jug. E «fa qual fonte ? 

Dee. Figurarla non puoi. Sappila > e innorridisci : 
ella è occulta Cristiana. 
j4ug. Che dici ! 

Dee. Fra l’ombre della tacita notte da queste mu- 
ra ella si dilegua, e nella valle di Roscio , poco 
di qui distante,, a celebrar va in orride spelon- 
che Orgie novelle, e abbominevoli riti: com- 
pagni;, de’ suoi congressi sono Fiorenzo, Dio- 
clezio , Sisirtio . k . . » , 

Aug. E chi sono costoro^ 

Dee. Prestigiatori infami , che vennero dall’ Asii 
a spargere in questi colli ignoti misteri , e ab- 
. borni nevoli dottrine. 

Aug, Oh Cielo ! e quando ? 

Dee . Corre il terzo anno ornai, e ignoti vivono 
alla legge, e a te stesso. Rammenti tu quel Fel- 
totìio Piniano , che Proconsole fe’ ritorno dall’ 
Asià , e a Roma venne, onde tender ragione 'a 
Cesare e del suo governo * e del suo culto ? 
Jug. Sì , lo rammento. Ei di Prassede esser deve 
il Pri vigno. 

Dee. Appunto; ei fu, che secò li trasse* e tal pe- 
ste condusse in questi climi. Mal sicuro di oc- 
cultarli in Roma , sul Piceno li tradusse, e ri- 
partendo loro i vasti predj , di cui è possessore * 
li sottrasse in queste contrade alla meritata scu- 
re del carnefice. Maligni e irrequieti quai sono , 
spargono essi impuri nel credulo volgo iniqui 
dogmi , e sottó manto di Religione formano de’ 
ribelli e all’ Impero , ed a noi. Or fra questi 
le sue notti consuma la sedotta Prassede, e . chi 
sa fra quelle veglie quai si compian delitti 
ignoti a noi ? 


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. . Atto Primo. .. f 

\Aug. Oh Cielo, che scopersi » EH* fra qoe*mal- 
vaggi , ella ? ... . . L’ accendesse piai impura 
, fiamma per alcun di. loro ? .. _ 

Dee. E chi sa dirlo ? So,, che il marito delude - y 
temer posso àncora , che lo tradisca. . 

Aug. E così orribile 'segreto tu chiudevi nel seno 
. senza svelarlo giammai? 

Dee. Più volte mi corse T accento sul labbro, ed 
altrettante un avanzò dì amore lo rispinse ...» 
Io Sperava ....... . ... . 

A ug. É che sperar mai da donna sedotta? Qual 
ban più forza e rkgione ', e virtù , ove signoreg- 

t ia il prestigio , e serve di manto all’ affetto? 

Lh se nel mio caso tu non fossi j reo di mor- 
te reso t’ avrebbe il tuo silenzio istesso , ed io 
sarei il primo a condannarti. Comune è la càu- 
sa peiò j meco t’ unisci , c sia comune ancora 
. la vendetta. . , 

Dee. È in qual modo? . . v 

Aug. Cibi che tollerò finora P amore , tollerai 
non deve , lo sdegno. Nostra scorta sieno le leg- 
gi , nòstra difesa il rito. Al ritorno del Tribu- 
no s’ armi il nostro labbro di zelo , e la sacra 
bipenne si brandisca sugli empj. lascia che io 
parli , o Decio , e le vittime son già tratte i 
piè dell’ tra. % 

Dee. E Prass$de ? ; 

Aug. Cederà , si cederà allo spavento . Cuor di 
donna non è fatto per i terrori . La visra del 
sangue la renderà men forte, e tutto forse ioà 
sarà in essi, perduto. 

Dee. E se lo fosse ? . r 

Ang. Trionfi l’ irà, e la ferocia succeda all’ amor ..l 
Dee . Tiri , ecco che giunge, * ( essa . . • • 


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8 A v tto Primo. 

\ r' -rn,,. V SCENA I I, ‘ 

• ' * Presiede ^ seguito di servi , e detti. 

Pras. enturione tu qui ? ad incontrar non t’ 
affrettasti ancora il Tribuno co* tuoi 

Triarj ? 

Dee. Egli è lontano ancora; molto mi resta del 
tempo al dover mio.- 

Pras. Ma il Sol tramonta. 

Dee. Eh forse ei non sarà , che a tarda notte nel 
Pretorio. 

Pras. Sia qual tu vuoi ; fino alia quarta lapide 
precederò io il suo arrivo. ( per andare. ) 

Aug. E perchè invece non vieni ai tempio ad of- 
frire ai Numi fausti incensi pel suo ritorno ? 

Pras. E qual ne ha d’ uopo lo sposo ? 

Aug. Quale? Sempre de’ Numi ha d’uopo uomo 
che vive , ma piò che altri colui, che salvo tor- 
na da comun periglio. 

Pras. Come salvo ? 

Aug. E che ignori forse, che fatale calunnia con- 
dusse il tuo sposo a piè di Cesare ? 

Pras. Non lo ignoro. 

Aug. Ebben , se salvo ei torna , a che la sua Pras- 
se de non rende grazia ai Numi per la sua sal- 
vezza ? Forse i Celesti han d’ uopo di esser fi- 
dorati solo quando piangono i mortali , non 
quando esultano ? 

Pras. ( ironica ) Augure, non adirarti. Saper non 

,, puoi , come in segreto ringraziati io abbia gli 
Dei per la salvezza di uno sposo. Non sempre 
incensi, e vittime son le offerte piu grandi , che 
offronsi ai Numi. Un’ umil cuore , uno spirito 
riconoscente, è bene spesso la, miglior vittima. 


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AtWPrIMO. 9 

è la gradisce il Nume ben pii di quello , che 
sia cara al Sacerdote. 
t)ec. Senti quai detti ? ’ ; • 

Aug. ( Taci.) Io non m’oppongo, o Donna, a’ 
tuoi accenti; creder anzi voglio io, che offerte 
in secreto tu abbia ai Patrj Dei le lacrime del- 
la gioja , e del dolore. Perdona però se m’ ap- 
pongo , e da Augure , quai sono, ti dico, che 
da molti , e molti giorni tu non sei più Prasse- 
de , e la sposa di Licinio no più non sei. 

Pras. Come ? 

Aug. Dal dì , che in Osimo giungesti , qual’ eb- 
bero i Numi adoratrice più grande oltre Pràs- 
sede ? Se i’ ara di Marte , dì Giunone il De- 
lubro , d’ Esculapio P immago, e di quant* altre 
infine divinità, che il suol Piceno adora, non vide - 
in te la più assidua la più devota al culto lo- 
. ro : e d’ onde or nasce che sì diversa da’ tuoi 
principi poco, o nulla curar ti mostri de’ Nu- 
mi , e porgi in segreto quei voti , che un dì 
versavi all’odor de’ timiami , e degli olocausti? 
Pras. D’onde? .... dir lo porrei , ma ove non 
v’ha colpa, non v’ha d’ uopo di scusa. Crè>, 
che dir ti posso è , che meco sdegnati non cre- 
do i Numi, se più non frequento i templi , e 
1* are loro . Clementi più de’ mortali essi furo 
mai sempre, ne’ s’agita l’ira loro a senno^d*. 
un Augure. Essi ..... . ^ , A AZ. 

Aug. Che ascolto. Qual linguaggio! Prassede*... . 
Pras. Che dir vorresti? * ' >« 

Aug. Che intendo abbastanza ..... Senza voler- 
lo .... tu squarci il velo dei tuoi profani mi- 
steri . . . . . . e sono gli accenti tuoi quelli chi* 
Fiorenzj, de’ Diocjezj , e de’ Sisioj. s; 


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io Atto Primo» 

Pras. Augure , che inventi ? *' 

Aug . ( con mistero ) So tutto , o donna , e mal 
. per te, che io il sappia. Le spelonche di Ros- 
cio son troppo debole asjló. a !or difesa. Io ... . 
Pras. E minacciar ardisci? Tu? 

Aug. Pràssede . ; . . ; ( fremendo ) 

Pras. Non far che io parli , o Augure , e debo- 
le asilo diverranno per te le tue are, e i tem- 
pli tuoi. Nell’ assenzà d’uno sposo assai da te 
soffersi r perchè cremar tu debba ali’ ira mia. 
Non 1’ Infiile tue, hè le tue ‘•Fimbrie salvar tt 
potranno dàl disonòre , che meni ; uomo men- 
dace", se al passo mi ridurrai t che io sveli a 
Licinio i tuoi disegni. Reprimi , ( ironica ) io tei 
consigliò, reprimi l’impeto d’uà forsennato af- 
fetto , che forse ti guida alla vendetta} porgi 
cu invéce mia ad Esculapio ,aMarre incensi, 
e doni , onde sanino in te )’ impura piaga di un’ 
inutile amore, e se farlo non vuoi } non insul- 
tar chi non t’offènde, e di chi offendi ru, pa-' 
venta , e trema.- , ( parte col seguito ) 

Aug. Oh Numi ? Così àudàce costei ! Decio, sentisti ? 
Dee. Pur troppo intesi } ed alto Sospetto m\ inva- 
de la mente*. 

Aug. E quale? - ; . 

Dee. Foss’ èi il Triumviro da costei sedotto. 

Aug. Possibile! • * 

Dee. Ei troppo K ama } perchè esser Io possa : là 
sua lentezza nel punir questi mal vaggi accresce 
il dubbio mio . : jn fine , còme esser potria sì 
ardita Prassedé di minacciar per fino un’Augure, 
se Galileo non fosse il suo consorte istesso ? 
Aug. Mal non t* apponi } o Decio} e il tuo sos- 
petto divien certezza; 


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Atto Primo. ti 

Dee. E che farem or noi ? 

\4ug. Che farem ì Tu ducè dell’arme, Io mini- 
stro di Esculapio, ci avvilirem per questo? For- 
se Licinio , e Prassede saran più delle leggi poi. 
senti , audaci più di una agguerrita coorte; 4 
di un’ irritato volgo ? Quàl Trabea , qual Pr«w 
testa , quai fasci , quai lauri difesero finora e 
nell’Asia', e nel Ponto, e in Niconaédia, e 
" in Roma questi malvaggi seduttori , onde noci 
si versasse a larghi rivi il sangue loro , nè sa- 
ziassero le loro carni la ingorda fame di tigri j 
è di orsi ? Freme sul Bosforo conrr* essi Dio- 
cleziano imperante; li atterra, li strugge con 
sanguinosa spada per P Itale contrade Massimian 
feroce , e in mezzo a tant’ ira temer tu potrai i 
clie Osimo sola a Licinio si prostri , e tremi di 
un Triumviro, e di un . Augustale ? Ah tolga 
il Cielo , che di maritali delitti sia complice lo 
sposo , ma nè i Fiorenzi , nè i Sisinj lo salveranno 
dalla strage, se Galileo io lo scopro, e nostro ne- 
mico. ( qui si sente strepito d' arme di dentro . } 
Dee, Odo strepito d’armi , fosse egli mai ? 

Aug. ( osservando, ) Non ti deludi. E’ desso. Dis- 
simula , e taci. . . 

SCENA I II. 

Licinio | armati , e detti . 

tic, T te a* vostri . riposi ,' al nuovo giorno tor- 
J. nefete al Pretorio , e in esso udirete gli 
‘ ordini mièh ( t Soldati viano. ) 

Aug. Licinio ì 
Dee. Tribuno? 

Ltc. ( scuotendosi dal suo turbamento. ) Augure , 
, Amico , voi qui ? 

Dee. Tarda troppo del tuo ritorno avemmo la oo- 


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iz Atto Primo; 

velli , onde io adempissi in parte a! mio doveréi 

Zie. Grato ti sono , o Decio , e tua fede per me 
è il piò dolce pegno dell’ amor tuo. 

Aug. Di , vedesti la sposa ? 

Zie. Io non la vidi ancora. 

Aug. Eppur già poco fino alia quarta lapide ella 

■ venné ad incontrarti. 

Zie. Spiacenti assai : ella dell’ Emilia averà preso 
i! sentiero , quando io per la Cassia via ad Osimo 
fei ritorno. . 

Aug. Ella mai piti potea rinvenirti .* . . . Chi sa , 
quando torni ... chi sa ?... Ma che vedo } tu 
sei oltremodo turbato ! 

Zie. Si , lo sono . . . é 

Dee. E che vuol dir quel terrore? 

Zie, Nulla . .. Io . . . perchè . . . bada . .. saprete... 

Aug. Oh Cielo ! a che ci occulti il segreto? Poco 
felice forse fu di Massimiano 1’ accoglimento ? 

Zie. Io ho de’ nemici , o Augure , ed io non li 
conosco. 

Dee. Ah narra* 

Zie. Presso alle muri dell* antica Vejo in Massi- 
miano m’ avvenni , che sul trionfai suo cocchio 
le legioni seguia domatrici dello Slavo , e del 
Pannono. Primo ei mi guarda , e mentre io mi 
accingo a fargli omaggio , tornate, mi dice , o 
Triumviro , tornate al Piceoo , onde veniste : 
conoscer vi farò al mio ritorno quanto importi 
a un’ uomo Consolare il trasgredir gli ordini miei. 
Ciò detto , sprona i destrieri , e passa. Io resto 
di gelo , il terror m’ invade le membra , e àp- 

, pena Tinvtngo la via da me corsa nel mìo catn- 

■ mino. Ah, mio Augure, mio amico, e in che 
son reo ? E quali sono questi ordini da me tras- 


Atto Primo 15 

gredjtr, per cui mi minacci così l’ ira di Cesate ^ 

Dee. Signore ....... 

tic. Parlate, dite, io non mi offenderò di udirlo, 
se son colpevole. 

Aug. Ebben , se parlar deggio , ascoltami , 0 TrU 
buno , e le voci ricevi dell’Augure, e dell’ 
amico. Giusto sei , Qsimo lo dice , sei del pari 
benefico , Osimo io confessa. Ma dì , ami tu 
i Numi ? 

Lic. Io non amarli ? Tu sai pur quante vittime 
offro all’ are loro , tu sai . ... . '. 

Aug. Che son tutte insoleuni, perchè lorde di colpa. 

Lic . E qual colpa? 

Aug. La piò ingiuriosa ad essi , la. piò offensiva ” 
a Cesare. E a che giovan ostie ed incènsi al 
culto loro , quando soffri le loro offese, e non 
distruggi i loro nemici ? Parlanò a viva voce {V 
gli oracoli , e il Sangue richiedono di quegl’ ini- 
qui-, che di abbatrer cercano i loro altari., e la 
religion degli Avi. S’ armano conira essi le leg- 
gi , e Prefetti, Proconsoli, Pretori vibrano ovun- 
que il ferro'vindice de' Numi , esrerminatOr degli 
empj *, e il solo Licinio intanto nè vendica , nè pu- 
nisce i sacri torti , e le sovrane leggi, e poi diman- 
da a[i’ Augure' qùat sicno gli ordini trasgrediti dà 
lui, onde lo minacci così l’ ira di Cesare? 

Lic. ( Oh Dio che rispondi?. ) Io .... e dove sono 
essi questi màlvaggi in Osimo , onde imputai 
mi si possa di lentezza nel punirli? 

\Aug. Dove? Chiedilo a Decio , e lo saprai. 

Lìc. A Decio ? . . 

Dee. Signor, se tu sciogliessi all’ ire nostre il fre- 
no, mille io ne trarrei alla legge, che occulti 

< vivono in queste -mura , e fra i mille, oh co- 


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a 


14 Atto Pai MO. 

aie attonito rimarresti, riconoscendo in essi molti 
di quelli , che ricevono da te il titolo di amico ! 

tic. Oh giusti Dei l e fìa ciò vero ì Io dovrò dun- 
que a forza esser crudele ? 

Dee. Crudele?, 

i/c. Sj tei confesso , o Decio , il sol pensiero 
versar uman sangue mi turba , e mi spaventa. 
( cm tenerezza di sensibilità ) Cader piò di una 
volta io vidi inferocite genti , piò di una vol- 
ta in questo , io quel seno la spada immersi del- 
la vendetta , ma, combattessi da forre , eguale 
era il periglio, decidessi della gloria. Ma il mi- 
rar a sangue freddo venerandi padri, androne 
illustri , innocenti fanciulli, pudiche vergini ca- 
der sotto la scure di una opinion funesta , no, 
non è fatto, pel cor mio , e pel mio spiriro. Par-! 
mi, che la natura controdi. me reclami, e adu- 
ni 1’ orrojr della morte sovra me stesso. 

Aug. E perchè presiedi dunque alla legge ? Perchè 
ti- lagni dell’ ira di Cesare , se cosi imbelle sei? 
Saresti tu forse nel numero dei mille , che De- 
cio conosce ? 

Ji/c, lo !' . . 

Aug. SI , esser Io puoi , quando concedi ad una 
sposa , eh’ elli lo sia. 

Lic. Ad una sposa ? 

Aug. No , senza il tuo assenso non, consumerebbe, 

-ella le notti nella valle di Roscio , e forse in. 
impudiche veglie con coloro , il di cui sangue/ 
versar tu paventi. 

Lit. Oh Dio. 1 Che scopro! Decio? 

Dee. Ingannarti non posso j al Pretorio intero pa* 

* lese è il fatto . 

He. Oh Dio > dove sono ? Prassedc fra costoro, 


V 

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/ 


Att^- Primo. *$ 

palilea Prassede ? e forse di essi untate ? Ah , 
chi son’ eglino , dove si ascondono i malvaggi , 
dove . . 

Dee. Concedi la libertà al mio ferro . e li trarrà 

/ < i • * * - •’ * ~ ». * * ■ * "T# 

alla legge. 

Lic. Sì . .’. .‘questa notte, questa notte istessa, eh* 

’ io li toflpsca . Pace aver non posso , se tutta 
non i scopro la mia sventura. Va , mio amico, 
i rupi soldati raduna , traggimi questi audaci al 
tribunal dell 7 ir3 : vedrai qual diverrà il Tribu- 
no , quando ei li. conosca. . ( qui Dccio parte.) 

A*g. Licinio, amico. 

Jfic. Ah, mio Augure. > 

j4u§. Risparmiar io ti volea, un tale, affanno, ma 
l’ira di Cesare mi astrinse a palesartelo. 

£/>. Forse ha noto a lui ciò , ch’era a me solo 
ignoto ? 

4ug. Dubitarne opp posso \ gli sdegni suoi . . . . 

tic. Ah , perfida <joaoar* mi avrai tu dunque ri- 
colmo d* ignominia , e di orrore? Un Tribu- 
no , un Augustale , un Triumviro , un Cava- 
lier Romano sarà egli divenuto per te l’ ogget- 
to il pii» detestabije e dellTrapero , e di Roma? 
Ah ! che al solo pensarlo mi si arriccia il cria 
sul fronte, e mi sì gela il sangue entro le vene. 
Augure, Augure sacro * ora conosco i miei ma- 
li , ma són debole troppo nell atto di conoscerli. 

Aug. Fa forza a te stesso : ella giunge. 

Ite. Chi? 

SCENA IV. 

T ras sede , Servi , e detti. 

f ras . A h Licinio, mio sposo, tu in Osimo, tu 
A in queste mura ? Ah per qual via tot-, 
otiti? come ........ * 


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1 6 Atto Primo. 

tic. ( scostandosi da lei) Vanne ... io venni ... io 
tornai .... trema per te , sciagurata , del mio 
ritorno. ( per partire ) 

Pras, Oh Cielo , tu sfuggii ferma. 
tic. Lasciami. 

Pras. Na, mio sposo. 

tic. Lasciami , ti dico , tu non hai più dolcezza 
per rae , donna mendace. ( entra .) • 

Pras. Misera me ! egli ...... (in queste vede 

P Augure ) Ah ! Or tutto intendo,; Augure. 
Aug. Che t’ avvenne ? tu mi guardi , e fremi ì 
Pras. Ti conosco, o Augure, ti conosco. ( ironica ) 
Aug. E’ poco, che turni conosca, moltoti resta 
ancora per ravvisarmi. (ironico) 

Pras. Malvaggio. 

Aug. Rispetta il mio carattere , tu non hai drit« 
to per insultarlo. 

Pras. Non ho dritto ?... Ah, mal ti cingono il capo 
le tue profane Vitte, /perché io ttròperti, insidia- 
tor iniquo della pace altrui. I Numi tuoi . . s . 
Aug. Taci, sacrilega.* u. 'u/ 

Pras. Taci tu, furia d’Avernó. To alzerò le mie 
grida , nè da esse fuggir potrai , qvfand* io le 
alzi. Tu 

Aug. T’ accheta , ti dico . 

pras. Io acchetarmi ? io? . * 

Aug. Ti cito all’ ara 

Pras. Ed io alla legge ...... ^ 

Aug. Trema, Galilea . ... ... • - » 

Pras. Seduttor, paventa . .. . . * 

Aug. Cadrai ...... 

Pras. Ma non inulta ..... . * • 

Aug*' More» « 

Pras* Ma non inonorata J ■ • < • 

Aug. 


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Atto Primo. 17 

Aug. Vedrai , chi son’ io 

j Pras. Tu pur vedrai, chi sono. ( P Augure 

esce dal Pretorio , Prassede entrò nel palazzo , 
e finisce P Alto. ) 

\ 

ATTO SECONDO 

SCENA PRIMA, 

Cenacolo ammaligli ato alla semplice in casa di 
Fiorenzo , una face accesa tra i lumi sopra una pie , - 
dola mensa rotonda coperta da una tovaglia , tre 
pani , e un calice disposti sovra ad essa , uri* Idria 
in terra a pii della mensa , tre sgabelli di legna 
disposti intorno ad. essa. 

Fiorenzo « 

• 4 

• _ * 

Fio. p eco il tutto disposto: a momenti voi ver- 

JlL rete, o cari, e noi mangeremo tran- . 
quilli il pane de’ nostri sudori , e della provvi- 
denza. Oh pura pace, che io questo luogo al- 
berghi , quanto invidiata dai profani tu saresti , 
se conoscessero essi , come sei ioave , e da qual 
fonte derivi .... Ma non è maturo il tempo, 
onde essi la conoscano, l’ altera Roma freme 
contro di noi , e fa gli ultimi suoi sforzi la ca- 
dente Idolatrìa. Ah quando fìa quel giorno, in 
cui .... .. 

SCENA li. 

Dice lezio , e detto. ’ 

Dio. ’p iorenzo , Fiorenzo. 

Pia. J7 pioclezio , sei tu 2 . 

n - : > 


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tfS Atto Secondo. 

Dioc. ( entrando in iscena ) Oh dolce amico , dam- 
mi 1’ abbraccio di pace .( si abbracciano. ) Lieta 
, novella io questa sera ti annunzio. 

2 fio. Oh Cielo ! E quale ? 

Dioc. Tornato è Piniano da Roma. 

Fio. Che dici ! I| Proconsole ? r 

Dioc. Ei si trattien con Sisinio , e a momenti sa- 
rà da noi. 

Fior. Andiamo , andiamo ad incontrarlo. ~ 

Dioc. No , egli m’ impose di attenderlo qui , po- 
tremo forse smarrirlo nei ricercarlo, 

Fiàr. Oh dolce arrivo! ma ne sai tu l’oggetto ? 
Dioc. Non ancora, alto segreto sembra, che egli 
nasconda , ma noi osato non abbiamo di ricer- 
carglielo. 

Fìor Alto segreto i Ah che egli è certo ol^ no- 
stra morte, o il nostro esilio, 

Di oc. E perchè ? 

Fior. E qual’ altra cagione trar Io potea da Roma^ 
fuori di questa? Rammentar ti devi quella not- 
te, in cui con Massimo , ed Antimo in erma 
spelonca racchiusi , Piniano ci sorprese , e per 
* sottrarci alle ricerche del Senato , ci divise dai 
dolci compagni , e qui ci tradusse?, 

Dioc. Sì , lo rammento. , a 

■Fior. Ebben non conosci tu nel Proconsole un’ 
egual cura? Rinomate ha Massimiano l’ire sue, 
- e sparse del sangue Cristiano le Latine vie: son 
dieci mila, e pii le sacre teste de’ Martiri, che 
mietè la sua scure 5 e il Vejente , e il Sabino, il 
suol Falisco innumerabili ricboprono Ossa ono- 
rate. Sul Piceno ora si stende 1’ orribil nembo, 
e Piniano lo previene a nòstra difesa. Questo 
sì , questo , o Dioctezio , d il . segreto * chi e* 


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Atto Secondo. 

rav volge in se stesso , e il mio cor OOft'* 
ganna nell* interpretarlo. i- 

Dior. E s’ egli è vero ? che farem noi 2 
Fior. Che faremo? Oh Dio! 


*9 

$*in- 

*'A, 


Dioc. Sospiri ! 

Fior. Obbedir ci converrà all* uomo , che ci pro* 
tegge , ma fuggirem noi sempre da vili ? Sarà 
nostra sorte il viver sempre erranti , e ignoti «i 
Mondo per risparmiar un sangue sacro alla fede r 
Dioc. Io noi serbo, che per essa. c - 

Fior. Ed io anelo , mio Dioclezio , al momento 
di versarlo. Ah quando nuova mi giunge di qual- 
che Eroe , che fra mille , e mille strazj otten* 
ne la palma, oh come s’ infiamma il cuor mio , 
e nobil invidia mi desta nel seno ! Fiorenzo, io 
-grido a me stesso , l’ Italo , il Gallo ,1* Ale» 
manno , 1* Ibero , il suol Britanno danno ogni 
- giorno de’ Martiri alla fede, e tu solo segrega- 
. 1 to dagli esseri , e in umil tugurio nascosto vi- 
vi inutile al tuo simile, e inglorioso a te stes- 
so ?• Egli è, allor-, che dal capo al piede fervi- 
do il sangue ogni fibra mi cerca ed ogni vena , 
impeto sacro dal limitar mi trasporta del mio 
oscuro soggiorno , e col vivo desiderio io Pre- 
sidi affronto^, e4 Auguri , e verghe , e ruo- 
te, ed eculei fingo a me medesimo , onde morir 
da forte, ed~ «saltar morendo ia Religion e che 
io serbo , e il Dio, che adoro. Ahi vane im- 
magini ! Non è fatta per me cotanta gloria , e 
nella polve mia resto sepolto* ■ ... " 1 

Di oc. Chi sa, caro amico, chi sa, che non oscu- 
ro sia il termine ancora de’ giorni nostri. S’ egli 
è vero * che nel Piceno la persecuzioa si dii** 
xa , se •••*•• _ - • v. 1 ì'* 



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' ió AfTo Secondo. ; 

fior. Taci, alcuno giunge. 

Dioc. Ah , che son essi ... ( con trasporto ) 

: ' 'S CENA III. 

Si si ni o , Fintano y e detti. 

Sii. (entrando) T 7*enite, venite: essi ci attendono 
■i ' ; i-i • ( sr abbracciano ) 

Dioc. Ah , Sisinio. ) 

'fior. Signóre. ) ( si abbracciano. ) 

F in. Mio Fiorenzo ) . Sia la pace con voi , miei 
1 dolci amici. Oh come esulta quest’ anima nel 
•“ rivedervi ! 

fior. Giubbilo eguale noi pure investe, e tutto sì 
c’ innonda lo spirito . 

Fin» Ditemi , come vanno gli affari ? 

Fior . Benedice il Gielo le nostre fatiche. Fiorisce 
il campo, biondeggia la messe;.. • » 

Fin. Di questo non chiedo. Benedica pure il Gie- 
; Io il campo , e. i suoi Cultori. Ciò , che di sa- 
per mi è cura, è , che germogli P Evangelica 
messe, e quanti abbia proseliti la Religion di 
' Ctisto. 

Fior. Ah! Piniano, grave èia fatica , ma scarso è 
il frutto. 1 

Dioc. Il timor delle pene molti disanima, e po- 
chi conferma. <’$ 

5 is. In Osimo però pii» , che ne* suoi distretti tuoi- 
- ti vivono Cristiani occulti i e fra questi de 5 piiX 

: distinti. - ’* •* ' r 1 

Fin. Sì, e quali f ' - f 1 * ■ * ' J 

Fior. Un' Decurione , un Sestomviro , due Consce 
i lari , una Prassede Y . . 

*Pin. Prassede ! di Licinio la sposa ? La nipote-, a 
i cui io vi diressi?. 


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Atto Sìcòndó* *c 

Fior. Appunto è dessa. Ah! Proconsole» se tuia 
vedessi frequentarle nostre veglie» e salmeggiar 
inni di gloria, stupito resteresti e del suo .ze- 
lo , e della sua credenza . Son vènti , e più le 
' famiglie, a cui ella provvede eretto, e cibo, e 
più di mille gli oggetti, a cui si fa scudo colla 
sua possanza. Tinte di Cristiano sangue sarieno 
a quest 1 ora di Osimo le vie , s’ ella non fosse, 
Fin. Oh eccelsa donna ! Scese dunque su te quella 
superna luce * che per le labbra di Antimo un 
giorno su me discese? Oh di qual gioja ricolmo 
il mio spirito , se tanto appoggio ritrovo in que- 
sti luoghi » ove nacqui , ove crebbi » ove com- 
piere io penso i giorni miei! Tomba per essa ono- 
rata avranno le sacre ossa , che io qui conduco» 
Dioc. Ossa i e di chi ? 

Fin. Di Massimo , amici miei* 

Sii. Di lui : 

Fin. Sì » Massimo "è morto. 

Fior. Oh! dolce amico. 

Fin. Egli perì da forte , e di stupor n’è compre* 
so il Romano popolo ancora . Da lunghi gior- 
ni contro di lui fremea 1* invido Sacerdote., e 
più reclami fatti ayeano al Senato i Flamini 
Diali, e il primo Aruspice. Giorno venne, in 
cui dal Settizzonio Augusto tratti erano di Ve- 

- spaziano alla mole più , e più credenti. Fra la 
folla dtl volgo Massimo si confonde , penetra 
sei circo , e fuoco spirando dagli occhj a questo, 

* e a quello infonde speranza » e fede. Cade il 
primo sotto la scure , spira il secondo sotto le 
verghe; e questo , e quello per varj tormenti esa- 
la lo spirito , e ottien la corona. Uno fra tut- 

- ti il me n fermo, alla vista della pepa, intimo- 


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r ■ 1 


*z Atto Secondo. 

fisce, e gela. Alza Massimo allora la voce, e, 

■ -i vile esclama , tu solo fra tanti smentirai te sres- 
_• so? Fissa gli occhi nel Cielo, avvalora il tuo 
spirito , che sei presso al trionfo. Bastano tai 
voci , perchè, ripresa lena , si ravvivi ogni corag- 
... gio io petto all’afflitto, e cada cogli altri vit- 

* tima onorata della sua credenza. 

.Dio. Oh sacro zelo! — 

Fin. Ognuno degli astanti però volge a Massimo 
». i suoi sguardi, e fra stupore, ed ira rimane in 
forse , se uomo sia quegli , o Dio , che così 
- audace favella. Quando l* irato Diale ver desso 
s’avanza, e, iniquo, grida, chi sei tu, che i 
pentiti involi al culto nostro ì Cristiano son’ 

* io , esclama l’ intrepido , e fra’ Cristiani quel 
forte, che sprezza ogni pena per la sua fede. 
Ciò basta , perchè ogni mano a lui vicina lo - 
afferri , e chi per le braccia , chi per le vesti , 
chi per le chiome, ai Tribuno io trascini , ed 
alla legge . 

Sis-. Aniina grande!. -, . \ 

Fin. Nei Mamertinp carcere sepolto tutta la not- 
y te ei consuma , e non è a me concessa la gra- 
t ziadi rivederlo.. Lo trae al dì novello al Pre- 
/. torio la turba anelante , e morte chiede dell’au- 
dace fra i Littori racchiuso. Lo esamina il giu- 
ri dice : franche sono le spe risposte , e in guisa 
.tal 1* esprime , che desta a un tempo neU’ani- 
<, no di chilo ascolta pietà , e terrore. Vieti dan- 
; nato all’ ecuieo , .stracciansi; sulle ferree punte 

* e pelli , e carni , stridono fralle ritorte nefvi , 

, tendini, ossa slogate. Ma inalterabile il giusto 

- incuoila, inni di gloria, e fremer fa di dispet- 

- - to gli sgherri suoi . Stanco di sua fermezza lo 


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Atto Secònbò. 

• abbandona il Giudice all* ultima bestino , e 
fuori delia Salaria porrà gli recide il carnefice 
ad un sol colpo la vira. 

Fio. Oh degno Eroe! *'.* 

Pin. Preda ai cani , ai lupi rimangono sulla vfà 
le sue ceneri insepolte : io col favor della nou 
te entro del mio tetto le accolgo * in breve urna 
le chiudo j e ne’ poderi miei or le trasporto, 
onde abbian tomba * Giorno forse Verrà , che 
chiare ad Osimo le renda voler Divino , echiu- 
se in più degno avello onori e il suo nome, e 
la sua memoria. Giovami intanto , che Prasse- 
de amica vi sia , ottener spero da lei , che il 
sacro deposito abbia funerea tomba , quando io 
le favelli. 

Dioc. Fra l* ombre della pii* tacita notte ella quii 
giunger suole, ma son già due sere, ch’ella 
non viene. 

Sic. Forse 1’ assenza dello sposo la tiene guardinga. 

Pin. E dove è egli Licinio ì 

Fior. Dicesi , che chiamaro ei sia da Cesare : for- 
se diretti avrà i suoi passi a Roma. 

Pin. Per via noi rinvenni, bè Massimiano è iti 
Roma. Tromba di guerra lo chiama Sull’Istroj 
essere a quest* ora dovria vicino all’ Alpi. 

Fior. Dirlo non so , ma noi ... . 

Sic. Ah j eccola , è dessi . 

Firn. R chi ? 

Sic, Io mi accorgo alle faci . Ella è Prassede. 
SCENA ì V* 

’ì Prassede , servi con fiaccole * è detti » 

orcnzo, ( entrando affannata) Diòcìezio, 
JT Sisinio j Venite * seguitemi* 


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#4 - . Atto Secondo, 

Fior . E dove? 

Pras. Asilo pili sicaro di questo io saprò rifro* 
varvi, se qui rimarrete questa notte ancora, voi 
siete perduti. 

Dioc . Oh Cielo I 

Pras. Vi ha scoperti l’Augure, vi hanno svelati 
, gl’ iniqui ; vittime voi siete della conjugal mia 
fede, e il sospetto di uno sposo sotto il manto 
del culto vi conduce alla pena. 

Sis. D’ uno sposo ? 

Pras. Si è tornato Licinio; l’ avvelenato Augure 
ha sparso il suo tosco sull’ anima sua . Disia- 
gannarlo io spero ancora , ma finché ferve l’ira , 
sottrarvi è duopo al suo furore. Egli . . . Ma 
che vedo ! chi è quell’ uomo , che c.i ascolta? 
Fin. Piniano io sono , non mi ravvisi tu , o 
. Prassede ? 

Pras. Ah , mio dolce Privigno , e non conoscerò 
io dunque 1* illustre sangue degli Oppj , che 
nelle tue, e nelle mie vene trascorre ? Non sei 
* tu , che Proconsole in Asia guidasti un giorno 
1’ Àquile vittrici óltre del Bosforo , e ricondu- 
cesti sotto al Romano Impero la Colehide ri*- 
£bellata ? 

Pin. Son quello ancora, che disingannato del Mon- 
do, sprezzò i suoi favori, rinunziò le sue pom- 
pe , e negletto , ed oscuro in un* angolo Lati r 
no quella pace respira , che non conobbe mai 
fra le grandezze. 

Pras. E come or qui ? Tornasti forse a riveder 
la patria ?.. ‘ . . 

Pin. N o, a riveder tornai coloro, che gli occhi 
- mi apersero al vero, e a divider forse per sem- 
pre la mia torte con *ssi, - - . t 


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Atto Stféòiifcd.' 25 

Pras. Ebbene meco t’ unisci alla loro salvezza. 

Io rremo , che ogni istante 
Fior. No , non tremar , Pràssede , «troppo forte è 
per noi la nostra difesa.' 

Preti.. E in chi la riponi? 

Fior. Nella mia costanza , nella mia fede. 

Pras. Intendo > ma . . 

Fior. Che giova , o donna , che io tema , o che 
io speri nel Mondo . Fragil contestò di poca 
polve, in ossa, e tendi ai diviso, da fibre, e 
nervi congiunto , da fimori , e sangue vegeta- 
to son’ io . Calor vitale per rutto me stesso 
trascorre , e obbediscono ali* armonico suo mo- 
to e sangue, enervi, e fibre, e tendini) ed os- 
sa. Chi lo regge, chi lo mantiene quest* ordine 
di vita , fuorché una incomprensibile , una im- 
mortale aura superiore , che ispirata dal soffio 
del Divino artefice , seco trae i nobili atributi 
deir Ente , da cui deriva) ed anima diviene di 
questo fragil contesto, in cui respira! Or dim- 
mi , o Pràssede , se questo incomprensibile sof- 
fio rende al centro , da cui discende , se ricon- 
giungersi tenta al tutto } da cui è diviso , qual 
v’ha più bene sulla terra, che l’incateni al suo 
carcere, qual v’ha più spavento, che lo allon- 
- tani dalla sua naturai tendenza? Alla luce ten- 
de la luce , e sol nelle tenebre resta ciò , che 
delle tenebre/è figlio , e dell’ orrore. Dopo ciò 
non affannarti , se mentre aita mi prometti , 
ricuso aita; dal Ciel conosco il mio principiò-., 
e non imploro , chè dai Cielo la mia salvez- 
za , e la mia difesa. ; 

Pìn. Oh degna immago dell’ esser primo , e chi 
più risponder può a’ tuoi accenti^ .1 


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i 4 Atto Sicowdo. 

Dioc.- Sacri son essi , e degni del Principiò. ' 

$is. Ma non perb intesi da tutti. 

Pras. E vorrai dunque perderti , quando colle tué 
■ dottrine puoi vivendo esser utile agli altri ? 

Tior . No , perdermi non cerco ; ma se nell’ ordi- 
ne delle cose è scritto, che io debba coronar 
col mio sangue i giorni miei , non togliermi , 
Prassede , tanta ventura. Massimo è morto da 

* Eroe ; imitiamolo , amici , nella fortezza» 

' • ' , 

« SCENA V* 

Sabino , e detti , 

Sab. \ h Sisinio , ah Diodezio. ( entrandé 
JLjL * affannato ) ' 

Dioc. Che avvenne, Sabino? 

Sab. Appena ho il fiato per dirlo. Il Centurione , 
i Triarj, l’ Augure sono tutti in cerca di noi. 
Pras. E non ve! dissi ? 

Sab. Essi sono entrati da Sisinio .* preso han fra V 
irmi e Tito , e Celso , ed Ermagora , nè so , 
come io sia fuggito da loro; di Dioclezio or 
sono nel tetto , e saran qui a momenti, se voi 
( non fuggite. 

Trae» Ah miei amici, miei fratelli, andiamo. 

Tior. No , Prassede , a voi evirarli conviene , 0 
al rango vostro. Andate pria , eh’ essi giunga- 
no , non autorizzate sulle labbra loro il vostro 
disonore. 

Tras. Il mio disonore ! E ha forée macchia il cor 
mio,- perchè io tema d’ esser disonorata dalle 
labbra de’ perfidi? Tremi chi è colpevole, noti 
chi apprese la verità in queste mura j e noti 
«dora in esse , che la nuda verità. 


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Atto SecóNbó. ■'•ij 

J>m. Ah non sempre questa si ascolti. Andate. 
Sii'. La stessa verità , che adorate , v’ invita , o 
Signora , ad allontanarvi da noi. 

Trai» Oh Dio ! '* ■ 

Pin. Ceder conviene, 6 Prassede, se tremi per es- 
si , tu non faresti , che accrescer i loro mali col 
trattenerti. 

Pras. Ah ingrati! Io potea salvarvi. Io. /. . . 
Sab . Fuggite , che non ci è più tempo. 

SCENA VI. ' - 

àugure, Pedo , soldati con armi , e fiaccole, e detti, 

P)ec. ( entrando. ) TJ 1 ccoli , eccoli , e non tei dis- 

H si , o Augure, eh* essi qui 

erano ? 

A ug . Come ! che vedo ! Anche Prassede? 

Pras. Sì, mirami in fronte, Prassede io sono. Che? 
stupisci tu eli qui ritrovarmi? Tu, che riscon- 
trasti nei detti miei quelli de* Fiorenzi , de’ Dio- 
clezj , e de* Sisinj ? ( in tuono ironico ) 

Aug. Non agitarti , o Donna , credei , che questa 
notte almeno il ritorno di uno sposo ti distraes- 
se dalle consuete tue veglie. ( ironico ) Figurar 
mai non potea , che abbandonasse il suo talamo 
x ' una prudente moglie nella notte dell’ ira , e da’ 
sospetti. 

Pras. Qualunque esser potesse la tua idea , a te 
ragion non rendo nè delie mie azioni , nè del- 
la mia prudenza. Chieder piuttosto io posso a 
te , perchè qt»l venisti ? * * * 

Aug. Perchè qui venni? Il Centurion tei dica. 
'Prati Egli noli ::B 

Dee, Adempier debbo , o Signora , al dover '«rio. 


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*6 Atto Secondo. 

Licinio', e la legge qui mi conducono, e innati» 

.. zi a Licinio , ed alla legge tr&r «leggio in que- 
sta notte questi impostori. 

Pras. Decio non abusar de’ termini , obbedire è il 
dover tuo, -non l’ingiuriar i tuoi simili j tor- 
na intanto a Licinio, e digli , che senza usarla 
forza saprà Prassede istessa condurre alia legge 
quelli , eh’ ei cerca. 

Dee. Noi posso.- 

Pras. Noi puoi ? { con aria di sdegno ) 

Dee. Molto è, Signora, se in te rispetto il sangui 
degli Oppj, e la consorte del Triumviro. Se di- 
versa tu fossi , mio dover sarebbe trar te me- 
desima avvinta con essi , e quanti ritrovo in que- 
ste mura. Non opporti adunque ; lascia che adem- 
pia gli obblighi miei , e ti basti il mio rispetto 
in cambio deli’ assenso. 

Pia. Parali però, che da un Centurione molto pi ^ 
esiger possa una Romana Matrona , che garan- 
te per essi si rende all» legge del dover tuo. 

* Dee. E chi sei tu , che parli ? 

Fin. Chi son’ io ? Gregario Milite non conosci 
piò dunque il tao condottiero ? 

Dee. Piniaao ì 

Aug. Egli. • . .b; 5 ; - •_ • „ / ,. M , 

fin. Se Proconsole in Asia or piò non sono, se 
piò non combatti sotto de’ miei vessilli , cessa- 
to avrò io per questo di esser il tuo Duce > e 
un Consolar Romano? , ; 

stiug. E perciò che vorresti? , . i 

Pin. Che basti la mia , e la fede di Prassede per 
essiti Al Pretorio , noi li trarremo , nè fremerà, 
il Triumviro, «e usata non udrete la fotzi* 
onde tradurli, ^ .- v * 


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Atto Secondo. . - 29 

Vani sono i tuoi dcrti. Un Consolar in que- 
sre mura racchiuso fede non merra , riguardo 
. non esigge da noi. Centurion , eseguisci. 

Fin. Audace, ferma ; essi son miei liberti. •>.. 
Dee . Non so quai sieno , so che li arresto. 

Pin. ,Ne renderai ragione al Senato. 

Aug. Sì al Senato, t’appella, ma tu obbedisci in- 
tanto. ( qui i soldati circondano i tre Martiri ) 
Pras. Malvaggio . . 

Fior. Cessate , Signora , inutili sono ornai le vo- 
stre difese , obbedir noi dobbiamo ai Sovrani , 
ed è nostra gloria i* averii obbediti. 

Dioc. O avvinti , o sciolti , eguale sarà sempre il 
cor nostro,. , , . . V v. 

Sis. Perchè nè minaccia , nè pena ci spaventa. 
Aug. Ebben strìngeteli fra’ lacci. ( Qu) due 

Sgherri stringono di funi t tre Martiri ). 
Riffa A*?» Massimo, tu mi chiami, tu m’ invi- 
ti ; preparami , , Martire della fede ,il mjo trionfo. 
Sab. E me , e me perchè non stringete ? 

Aug.. Fanciullo , (lei iti tu «> > „ 

Sab. Che delirio ?.. Cristiano son lo, e un solo 
Iddio come essi adoro. Perchè dunque volete da 
èssi dividermi ,* perchè con essi eguale, non do- 
; vrò aver 1» mia sorte ? Eccovi ie mani, ecco- 
vi le braccia , legate , stringere , che Cristiano 
1 io sono. (‘ Sgherri lo legano) 

Aug. Ah malvaggi , co c ì seducete i fanciulli an- 
cora?* Olà tutti ai Pretorio. Al nuovo dì ve- 
dremo, quanto vag ia in voi la vostra fermez- 
za. " ’ parte*. ’-s'tM ' -e • 

Fior. Addio, Prassede. ) partono I Martiri in- 
K Dnc. ’ Piniano , addio. ) sterne con Dieta , e i 
Sis. A ai vederci in Cielo.) soldati. 

1 . , 


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Atto Secondo. 


rjiy ir, 


%as» Ah Piniano ! 
fin. Ah Prassede ! 
fras, Andiamo. 
f in. Seguiamoli. 
fras. Un cor solo. 
f \n. Un alma sola, 
ftas> Li difenda. .. 
fin. Li protegga, , 
fras. £ se morire è duopo. ) 
fin. Si muora con essi. , , ) 


) 

) 

) 

) 

* 

) 

) 

) 


Queste parole van- 
no dette con somma 
velocità , indi par- 
tono , e finisce V At- 
ta» ' 


ATTO TERZO 

f \ Z j } i • A n ' .* u‘. 

SCENA I. 


Sala comune , e magnifica nel Pretorio , sedia' 
Curole dal lato destra della sala , 


Licinio seduto , dopo poco silenzio , si 
"'yk* , e dite. * 

Ì#V. XT è sorge il Sole ancora ? Oh qual negra 
INI notte ho io mai trascorsa tra le larve 
1 le più funeree, e il più geloso tormento! Prasse- 
de Galilea , amica Prassede , di quegl’ iniqui ? 
Ma, come, dove , quando li conobbe, senza 
che io lo sapessi giammai! Ella . , Ah 
sì vederla £ dj uopo è necessaria V udirla. For- 
te son’ io abbastanza , perchè non mi sedu- 
cano i vezzi suoi, io saprò punirla ancora, 
, i® * • . , , At vPh Dio, ella giuo^c s cynr 

mio resisti vista* , 


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Atto Terzo. 




‘ » «V 


SCÈNA II, . ; 

: * . • ■ - • . • -• Ù-* r. 1* 

.... frasscde , e detto, , ■ , , 

. . » • • • 

_ / « . • - * * 

Pras, T*\ opo una notte d’ orrore ( esce con ri* 
JLJ guardo , lo fissa in volto , e poi dice ) 
è permesso a Prassede di parlar al suo sposo , 
e di conoscerlo ? 

Zie. Ei non saria , ( con pausa ) se opportuno non 
fosse a Licinio istesso il favellar eoa lei , e 
chiederle , ove abbia Prassede spesa la scorsa » 
notte , che forse fq di orrore per me , non già 

P sr 1?L . . . ,cvr, 2 

f*ras. Dove ? ( riflette #n poco , e poi risoluta ) , Nel- 
la Valle di Coscio , . anzi nel tetto di coloro , 
ove il zelante Augure de’ Numi di Sacerdote , 
sgherro divenne , e per ordine del Triumviro 
arrestò de’ miseri , non già de^ colpevoli.; j ,t 

Zie. Oh giusti Dei! ( fremendo ) A tanto in tè 
l’impudenza arriva? Svelarmi sì ardita ciò, 
che bramar dovresti sepolto.- in un profondo 
oblìo? . . , t . y. é . 

JPras. Veritade appresi, e solo di verità sieguo 
gl’impulsi. Chi vive nelle tenebre, uso faccia 
dell’ inganno , io non saprei, mentirmi , quaad* 
anche la menzogna mi serbasse la vita. 

Zie. Oh donna fatale, che udir mi resta dal lab- 
bro tuo ? ( ,y^h se tanto audace sei, se veritade, 
qual dici , é ne’ tuoi .accenti , svelami il resto 
della mia sciagura , dimmi , sei tu. Galilea? 

Tras. Sì , lo. sono. , 

Zie. Lo. sei , ìoj sei ? t .( con tutto /’ impeto ) 

fras. Non agitarti ,, Perchè .Galilea son io, ciò 


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fi AtT5* Terjk>. 

non toglie, che Prassede la tua amica non sia, 
e la tua sposa. /•. • * ; 

&c. E come esser lo puoi , quando servi a di- 
verso culto,, e nemica sei a Cesare , alle leg- 
gi | ed ai Numi ? 

Fràs. Calmati , Licinio , e m’ ascolta., Servo , è 
\ vero, a diverso culto, ma in che t’offende 
<. egli questo culto istesso , che a pudica sposa 
insegna l* esser fedele al suo consorte, e rispet- 
tar 1’ onor suo? In che nemica di Cesare egli 
mi rende , se obbedir a’ suoi Sovrani è il pri- 
; mo de’ sociali doveri , che questo culto esigge 
*• da’ suoi credenti ? In che alle leggi s’ oppone , 
se amare il suo simile è il primo de’ suoi prin- 
cipi f In che infine ai Numi , se un’ autor del 
« tutto egli confessa , e adora in un solo Dio 
t ciò, che iti tanti, e tanti Dei dividono e le 

1 • Greche nazioni , e le Latine ? fn che 

lic. Donna, è vano, che tu m’ avvolga co’ det- 
’ ti tuoi- Disputar tee© non cerco, ma saper i 
t miei torti > e vendicarli. Sia sacro , sia santo , 
1 qual vuoi, il culto. tuo, ei non è il mio, ei 
non è quello degli avi tuoi , ciò basti , perchè 
io non ti creda, né sposa fedele, nè di Cesare 
arnica.^ < ? ; -j v, ( 

Tras, E qual dunque mi credi ? 

Ì/V. Quale suppor si pub donna , che fugge fri 
gli orrori della notte dali’oaesto suo talamo, e 
< consumi le vegli? con oggetti ignoti allo spo- 
• so , e riprovati dal .Mondo. 

Fras. E credi tu , che se tranquilli viver potesse- 
ro i giorni loro, non te li avria Prassede a quest’ 
ore palesati ? Questi superbi Lari divenuti da 
gran tempo e P asilo , e il tempio ior©, 

nè 


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AttO'TeRZ®. . 

nè avvelenerìa il sospetto la pace del cor tuo , 
e la mia fede. Ma come farlo ? Un empio Au- 
gure ..... 

Zie. Taci, non mi accrescer con insulti ire nel 
petto. Dimmi solo, quanto è che conosci costo- 
ro , di cui tu esalti la credenza 2 
Trae. Pai momento i in cui a regger tu velisti 
questo Municipio. 

He. E come li conoscerti l 

Pras. Del mio Pri vigno un foglio me li fé’ palesi. 

Ite. Di Piniano 2 

* ‘ 

S C E N A I I h 

Piniano % e detti . 

Piti. Q ì , un foglio mio. 

Pk. Chi vedo! Tu qui? 

Piti. Perchè stupirne? Aver forse non può accesso 
a Licinio un suo congiunto ? 

Zie. Ei sempre avuto l’avria, se degno di se stes- 
so esser sapea il congiunto, non che di Licinio. 
Macon qual occhio mirario dovrò mai un uo- 
mo , cui nulla più resta nel mondo , fuorché lo 
sdegno di Cesare , e il suo avvilimento? Ov’ è il 
Laticlavio, ov’è la porpora, i fasci ove sono, 
perchè io conosca in te il Duce dell’ armi » il 
Proconsole di Asia , il Senator di Roma 2 
fin. E forse pei Laticlav; , e per le porpore conosci 
tu gli uomini ? Senza le pompe del fasto con- • 
solare non sarò io più per questo uno degli Op- 
pj , e tra Feltonj il primo 2 
Lic. No, più noi sei : scritta è sulla tua fronte 1’ 
infamia, con cui dal Senato ti espulse il Popo- 
polo Romano , e fin da’ rostri pubblici la tuf 

C 


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934 -Atto Terzo. 

r • ignominia ; di Galileo col nome favola ti reo- 

- «lesti e nei Templi , e nel Circo , e grande è 
tua ventura j se vittima ancor non. cadesti del- 

- le leggi j e de’ Numi* Or dì a che venisti? Che 
vuoi da me ì 

Pin. I miei Liberti io voglio. - .. 

: Zic.Ì tuoi Liberti! E chi son’ essi ? 

Pin. Coloro, che questa notte ne’ miei poderi tò**.. 
desimi furono per ordine tuo dall’Augure ma- 

• immessi. 

Zie. Oh Numi ! Que’ Galilei ? 

Pin. Licinio , dritto tu non hai per trattenerli. Sé 
del Popolo -Romano favola id sono , se nel Se- 
nato non ho più accesso * non per questo il pò-, 
polo , ed il Senato mi tolsero ancora quello * 
eh’ è mio. Io. dall’ Asia qui li tradussi , io * . . . ' 
Zie. E a che li traducesti ? A spargere inique dot- 
i trine , a sedurmi una sposa , a concitarmi per 
sino l* irà di Cesare ? 

Praz. Di Cesare ? 

Zie. Sì j sappilo j donna fatale: ciò che a me eri 
occulto , era palese a lui ; parlò il suo sdegno* 

• ed io le . sue minacele intesi. 
iPiti. E t’ avvilisti per esse? / 

J.ic. Un Piniano io non sono* che di rossor coperto * 

*• mostri àncora la temeraria sua fronte, e dei san- 
gue si vanti esser degli Oppi, e tra Feltonj il 
primo. Romana gloria in questo petto s’ ascon- 
- de e de’ Licin] la fama iiiviòlàra discende per 
•.sino a me. Se lauro, ed ostro atìcora non mi 
adornano , oscurar noti per questo vogl’ io là 
grandezza degli avi * e rendermi in giovane età 
V vergognoso, a me stesso. 

JP/w. £- quando anche tu calga le palme* che«oK ' 


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Arra Terzo, . # 33 

sero i tuoi Licinj e nell’ Armenia, e ne! Pon- 
to, e che ti gioveranno i tuoi lauri, e l’ostro 
tuo, quando? pallida morte ti uguagli al resta 
degli uomini , e conoscer ti faccia , che gran- 
dezze , ed onori son rutti sogni nel mondo h 
Zie. Piniano non parlarmi da Galileo , o parti. 
Pia. Dammi i miei Liberti , e più non mi ve- 
drai V 

Zie. No, non isperark). Essi ornai son sacri al rito , 
all* onor di Massimiano , e all’ onor mio. 

Pia. Anche al tuo ooore? 

Zie. Ah, artefice funesto di mie sventure, non 
far, che arrossisca almen di me medesimo, colf 
disvelarti gli scorni miei. Perchè, perchè a co- 
stei mi annodai , se vittima esser dovea di quel- 
la impura face, che sotto il manto di culto el- 
la chiude nel seno .... 

Pras. Licinio , con vivezza , 

Zie. Taci, , s.' t 

Pras. No , uccidermi tu puoi , ma non disonorar- 
mi. Se alla moglie non credi , la matrona ri- 
spetta di Roma , che da niun soffre insulto , e 
ncmtnen dallo sposo , Non una Giulia , non 
una Faustina son’ io , onde dire tu possa , che 
impure faci chiudo nei seno , ed il talamo ok 
fendo sotto il manto del culto. Ad altri, o mi- 
- sero , ad altri i tuoi sospetti rivolgi , e non a 
• coloro , la cui virtude tu ancor non conosci . 
Me videro i miei servi , me le mie ancelle i n ~ 
tesero ad offrir inni di gloria a un. Dio viven- 
te , e sotto gli occh) di tutti ascoltar la verità 
- da pure labbra, M*mre insidioso piede cif cui va 
le mie stanze , e della tua lontananza si appro- 
fittava per rendermi colpevole , io ^ 


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Atto Terzo. 

fin. Che sento. ! ( con isìupcre ) 

Zie. Sciagurata , che dici ? ( con trasporto } 

fra*. Basta così; a Romana donna più non con- 
viene di palesarti. Saper ti basti , che gli stessi 
Pei, che adori, contaminata non avrian Pal- 
ma di Prassede, se ritrovati avessero per sedar-, 
la i lor favolosi portenti. Ma che cerco io di. 
colpe , quando non ho rimorsi ? Pura è quest* 
alma , incontaminata la fede mia , e se qualcuna 
ardisca d’insidiarla , tremi del suo progetto , e. 
raffiguri rinnovellata in me di Virginio la fi- 
v glia , e la sposa di Col iati no. 

£ic. Oh Dio ! dove sono ! ' Quali vampe mi si: 
accendono in seno". . . . Quali furie mi sbra- 
nano il core ..... Qjuali Ah , bàr- 

bara donna , termina , 'compisci l’opera tua, 
palesami ...... 

S C E N A I V. 

Augure x e detti. 

Aug. Qortò è il Sole, o Triumviro; fa, che?. 
4 si apra il Pretorio , e conosci i tuoi ne- 

mici , e quelli di Cesare. 

Jjit. Chi ? essi . . . . ( con fremito ) 

Aug. Tu fremi? In qual terror sei tu? parla» • 

J tic. ( ricomponendosi ) Donna , ; rirorna alle tue 
stanze ; e tu artefice de’ mali miei sorti , nè 
turbarmi di più colla tua presenza. 
fin. Io ti chieggo ...... i; : ^ 

Lic. Taci, ti dico, e ciò che vuoi da me, chie- 
dilo a Roma. ( Piniano parte ) E tu non li 
allontani ancora ì (a Prassede ) 

Prast Sposo ...» » . - 


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Atto Terzo. .37 

Zie. Taci. Ti cercherò io, quando fia tempo*, 
che parli. 

Pras. Ebbene obbedirò. Pensa però a non cercar- 
mi, quando tu sia divenuto un ingiusto. Nello 
staro tu sei r.è di ascoltar , nò di decidere , e 
colui, che t’avvicina, lo è meno di te. Trema 
di non divenir piuttosto satellite della vendet- 
ta , che vindice delia giustizia. Questo ti ba- 
sti : quando ha tempo noi ci rivedremo. 

( parte) 

Aug. Qual détti audaci? Licinio... 

Lic. Ah , taci per pietà * . . . . 

Aug. Sì aiterà dunque resa l’ avranno i suoi se- 
duttori, eh’ ella più non rispetti nè lo sposò, 
tiè il Triumviro , nè il Sacerdote? 

Lic. Ella osò scòprirmi occulti attentati^ ella mi 
parlò d’ insidie all’ onor mio in questo tetto 
istesso , ella mi scagliò l* inferno nel seno , e 
non conosco ancora 1’ autor del mio tormento. 

Aug. E non ravvisi i’ arte di scaltrita donna , che 
fabbrica menzogne per occultar le sue colpe ? 
Quali insidie all’ onor puoi aver nf in questo 
tettò , quando ella cònsuma le notti ben lungi 
da queste pareti. Non la trovai io forse in mez- 
zo aimalvaggj? Non osò persino di farsi scu- 
do del grado suo per involarmeli ? Noq .... 

Zie. Ah , iniqua ! 

Aug. Ella . -. 

Zie. Non piò , che io lì vegga i crudeli , che io 
conosca fino all’ estremo la mia sventura. 

(va a sedere sulla sedia Curule ) 

'Aug. Decio, introducili» 


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ós .Attò Terzo, 

° * • .... 

. SCENA V, 

' De ciò j Fiorenzo , Si si ni o , Dite lezio , Salino , 
soldati , //«or/ , <? detti . 

Dee* fN T 1 riumviro , eccoti coloro , per cui infeli* ' 
X ce sei reso nel Mondo. Appiattarsi ben 
essi poteano nelle viscere della terra, ma fug- 
gir mai dalla vigilanza di Decio, e dell* Arus- 
pice. Capi costoro sono di maggior turba, che 
sta nelle carceri sepolta, e che in una sol not- 
te in esse tradussi; esamina le loro fronti, 

. ascolta le labbra' loro , e poi decidi» ( parte ) 
Zie. ( Oh Dio qual tremito m’investe al vederli : 
io quasi pii) non conosco me stesso.) Avanza- 
ti , chi sei tui (a Fiorenzo ) 

Fior. Fiorenzo io sono. 

Lic. Qual è tua Patria? 

Fior. Efeso. 

■ Qual tua condizione ? 

. Fior . No? oscura. 

Zie . Tuo esercizio ? - - 

Fior. Fui soldato , vissi da soldato , e morirb dà 
v soldato, 

Zie. Sotto quai vessilli militasi} ? 

Fior . Sotto quelli di Cesare , passai sotto quelli 
di Cristo, morirà sotto quelli di Cristo» *•- 
lic. Intesi. Rispondi or tu ; chi Sei ? (aDioci) 

‘ Vite» Dii>dlezk>« # 

Zie. Di qual patria ? 

Bkc. Di. Mileto. 

Lic. Quai natali- avesti ? *• f; ^ 

Dioc. Ignoti al fasto. 

Lic . Qual tuo esercizio ? , 


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• - — » 

_ , . Atto Ter z<& . . 30 

j)/V, Studiai le leggi , intesi le leggi ) c mi rifor- 
mai colle leggi. 

Lic. E quai leggi studiasti? 

Dioc. La Naturale, la Civile, la Divina; A|U 
prima obbedii -, la seconda esaminai , alla tcra| 
ini arresi. _ : ~ 

Lic. Ciò basta. Chi sei tu? ( a Si si vie ) 

Sii. Sisinio. 

Lic. Ove nascesti? . w 

jSis. Iq Coo. v ^ 

Lic . Il padre tuo ? 

Sis. Fu Augure. 

Aug. Augure? .. . . .(con trasporto) 

Sic. Sì » di bugiardi Dei , che conobbe , che 
sprezzò , e che io detestai con esso. 

Lic. Ed ora ? 

Sis. Servo al mio Dio t e Diacono io sono. 

Lic. Dimmi-, di qual di voi. £ figlio colui? 

Sab. Io sono di Ósimo, o Triumviro, 

Lic. pi Osimo ? E di qual lignaggio? _ 

Sab. Del piò semplice. Il padre jmio è bifolco. 
Lic. E come con essi ? 

Sab. Come stanno con te i tuoi famigli. 

Lic. Li servi dunque ? _ ~ 

Sab. E. in qual modo ! Non lj cambierei nè pei 
r. un Console nè per un Dittalo? Romano. 

Zie. E d’onde tanto trasporto?. 

Sab. Dalla dolcezza ) «con cui mi trattano) dalle 
verità , che m’ annunziano -, dal desiderio della 
gloria celeste , che attendo con essi. > 

Zie. Sciagurato ! , v 

Aug. Vedi tu a qual segnò sovvertono anche i 
. fanciulli ? . ...... i 

lic. Or proseguite) come dall’ Asia in queiti 


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4o Atto Terzo. 

luoghi giungeste ? 

Fior. Piniano ci conobbe , Piniano ci accolse * 
Piniano qui ci tradusse. 

Zie. E a qual oggetto ? 

Fior. A custodir i suoi predj, e a viver in essi 
P avanzo de’ giorni nostri. 

Aug. No-; dite, a spargervi inique dottrine, e a 
sovvertii le genti. 

Fior. Mal t’apponi, o Augure; iniqua esser non 
pub una Dottrina , che insegna agli uomini 
amare Iddio, e amare il suo prossimo. Su que- 
sto solo principio tutta è fondata la Religion, 
cui servo, se tu ne hai una migliore) allora 
iniqua chiamar potrai la mia Dottrina. 

Aug. Temerario ! 

Zie. Ti calma . Amare Iddio , e amare il suo 
prossimo è il tuo solo principio ? Ma com’ es- 
ser lo puote, quando diverse sono le vostre 
azioni dal principio istesso. 

Fior. Diverse? 

Zie. Tu colle tue dottrine formi de’ sacrileghi , 
e de’ nemici al culto : or dimmi , è questo’ 
amare i Numi ? 

Fior. E son forse Numi quelli, che adori? 

Zie. No ! E chi son’ essi ? 

Fior. Esseri , che vissero tra noi , e che la cieca 
opinion degli uomini 1’ ha trasformati in Nu- 
mi. Quali esseri però ? I piti rei , i piò vergo- 
gnosi. Chi adori in Giove , fuorché un usurpa- 
tore, chi in Marte, fuorché un sanguinario, 

. un ladro in Mercurio , un assassino ia Ercole, 

1 una superba ih Giunone, in Venere una mere- 
trice? Esamina le loro azioni , e non troverai in • 
esse , che ratti , adulteri , infamie , crudeltà , 


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Atto Ter tà , 41 

tapine. Dispari fra loro , fra loro discòrdi pu- 
gnar li vedrai gii uni contra gli altri , e ren- 
dere i chimerici subalterni loro genii mini- 
stri e del loro rancore , o delle loro vendette. 
Or dimmi , o Triumviro , questi esser possono 
Dei ? Meritar possono costoro quel culto , che 
nell’ Egitto nacque , per la Grecia si diffuse , e 
assoggettò nei tempi delle tenebre l* illuminata 
Arene , e la trionfante Roma ? 

Zie. E se meritar esse noi ponno, chi può meri- 
tarlo in cambio loro ? 

Fior. Colui , che tutto fece, colui , che al tutto 
impera, colui, che è palese in tutte l’ opere 
sue, ma incomprensibile in se stesso. Se sve- 
lar io ti potessi, chi sia un Dio, sarei e piìi 
grande del tuo Giove, e del tuo Saturno. So, 
che l’intimo senso a crederlo mi conduce * e 
quanto veggo, quanto ascolto, quanto mi cir- 
conda , tutto mi chiama ad adorarlo , provi- 
do , giusto , benefico, pietoso io lo riconosco , 
6 dalla prima aurora fino alla più negra not- 
te 1’ ordine successivo ammiro e della sua pie- 
tà, e della sua provvidenza. Or questo è il Dio, 
cui servo. Ti sembra , o Triumviro , che me- 
ritar ei possa il mio culto in cambio de’ Numi 
tuoi ? 

Zìe. Tempo tìon è , che io ti spieghi ciò , che 
mi sembri di quésto Nume , che annunzi , e 
incomprensibile ali* uomo. Ritornerò piuttosto al 
principio , e ti chiederò : se ami il prossimo 
tuo , a che colle tue dottrine formi dei ribelli 
al trono , e dei nemici alle famiglie? 

Fior. De’ ribelli ? de’ nemici ? 

He. Lo negheresti ì Vittima forse non son’ io de* 


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4* Atto Terzo, 

dogmi tuoi ? Adorava Prassede i suoi Numi , 
custodia Prassede l’ onor del suo taìamo. Dal 
dì , che ti conobbe , che è divenuta Prassede , 
fuorché ribeile a Cesare -, e nemica alla sua fa- 
miglia ....... Non rispondi ì Autentiche- 
rebbe forse il tuo silenzio i miei sospetti 1 
( con forza ) Dovrai finalmente conoscerla per 
delinquente } 

i Fior. Signor f verità è 1’ anima d’ ogni mia dot- 
trina , da verità star non ponno disgiunti né- 
1’ onor , nè ia pace, ma non sempre son pace, 
e onor ciò , che tali si reputan dagli uomini. 
Limitate sono le umane idee , e sovente ciò * 
che é falso , ha sembianza di vero. Se l* uno 
bon distingui dall’altro; facil sarà, che tu cre- 
. da Prassede ribelle a Cesare , e nemica alio 
sposo; ma se tu rifletti t che amar la verità 
non è tradir la legge , nè offender il talamo - t 
non troverai io Prassede nè la ribelle, nè la 
\ nemica. 

lie. E come non trovèrolià , s’ ella consuma le 
notti nelle impure tue veglie ? 

Dioc. Impure? Non parlar di delitto j egli è igno- 
to a noi, • 

Sis* A pregar ella ìe consuma ìa superna luce , 
perchè su te discenda , e sovra a Cesare istesso. 
'Sab. Oh se tu ia sentissi ; quai voti ella porge; 
perchè tu possa abbracciar ìa sva fede , oh 
quanto stimeresti piuj p Signore* la sposa tua; 
Lic. Come ! che dici ? 

dug. Triumviro **>.**»,.. . < 

Lic. Non senti tu , che dicono costoro ? 

E crederesti tu a turba mendace , la di cui 
arte primiera è quella di colorir bolle tinte del 


* 


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Atto TeSzò. 4j 

Vero' la colpa isressa ? E che sperar puoi da 
gente simulatrice, che vive cctulta , e che cer- 
ca degli appoggi per viver nel Mondo? 

“Fio. Ciò , che. sperar t>ort pub da te * che vivi 
a piè dell’ ara , e insulti ai Numi tuoi nell*, 
esaltarli. Non pe£ incensi , e vittime il propa- 
ga il culto nostro , ma per quei puro istinto^ 
che a conoscer ci conduce un Nume, e ad ado- 
rarlo. Non tripode perb t non patere , -e vasi 
fuman di caldo sangue, nè arabi profumi spar- 
gono di vani odori i simulacri suoi , ed il 
suo tempio. L’obbedienza è la prima deile ostie , 
eh’ è cara a questo Dio i che Jgnori j il domar 
gli affetti , avvilir T orgoglio j esaltar la virtù , 

' opporsi al vizio , soccorrer l’indigente, sostener 
l’oppresso son le sue più sacre offerte, e più 
gradite a lui. Or qual delitto ci trovi in esse , 
per cui artefici ci chiami di menzogna, e si- 
mulatori del vero ? A te , e a’ pari tuoi la 
colpa ascrivi j se perseguitati da iniquo fato , 
o da maligna rabbia viver ci è forza nel sen 
della terra , o coronar col sangue i giorni no- 
stri. Poco , o Augure , perù poco rimane anco- 
ra , perchè si sfoghi su i suoi credenti il nem- 
bo sì Atroce. Sorge in Orieote il Sole apporta- 
.tor del trionfo, e dal Bosforo estremo sulle 
Tarpee * pendici inalbera it Croce il vincitojr 
Costantino. I tuoi delubri allora, t pregj tuoi 
favola diverranno alle nazioni , ed alle genti , 
e oggetto saranno di disprezzo al posteri i tuoi 
Oracoli, i tuoi AugUrj , e le tue Àruspicine. 
Aug. Ah Tonarne , Tonante , e soffri tu quest’ 
empio , e non ì’ uccidi ? Licinio ? 
tic. ( alzandosi ) Cib batti , riconducete costoro* •* 


) 


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44 Atto Terzo* 

SCENA V I. 

Decio , e detti. 

Dee. A ugure> Triumviro? ( entrando affan - 
Lic. Jl\. Che vuoi ? ( nato. 

Dee. O si fugga da Osimo , o si vendica il Nu- 
me . 

Aug. E perchè ? 

Dee. Terribile minaccia di Esculapio I* ira , e fer- 
ve per essa nel volgo ribeliion funesta. . 

Lic. Oh Cielo ! E come ? 

Dee. Tu sai , che da grati tempo muto era l’ Ora- 
colo, nè più rendea risposte al Sacerdote. 

Aug » Il so pur troppo. 

Dee . Or sappi , che per la triennale sua festa con- 
dotte avea già poco la devota turba più , e più 
vittime all’ ara . Ardean le faci , fumavano gl* 
incensi , e brandito avea il sacrificatore 1’ augu- 
t. tato coltello , onde immolar incoronato toro in- 
nanzi al Nume. Quando un’ urlo orrendo esce 
dai simulacro, che rintronar fe’ le volte dell* 
augusto tempio, ed agghiacciar il cuore in seno 
.••al sacerdote, e al volgo» 

Aug. Oh possente Iddio I 

Dee. Pallido allora ognuno si prostra , supplici 
i. stende le sue mani all* ara : e parla , gri- 
da, terribil Dio, parla , che vuoi da noi ? Rad- 
.■ adoppia a tai detti i’ orribil tuono, indi sono- 
ra voce > Osimani , esclama , a che offrirmi vit- 
time insolenti , e inaugurati doni ? I miei ne- 
mici traete a piè di quello altare , e sieno i prì- 
* mi Sisiaio , Dioclezio , Fiorenzo a offrirmi Ja- 


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Atto Ter2o. 47 

censì y ed adorarmi . Ciò detto , mugge la ter- 
ra , crollati le pareti , crolla 1’ altare istesso , e 
par che s’apra l’abisso ad ingoiarci. Chi s’al- 
za allora , chi (ugge , un preme 1* altro , un i* 
altro incalza , spinta , e risospinta la confusa 
- turba, riempie il veftibolo, i penetrali, i reces^ 
si. Vanno sossopra Tripodi , Patere , Candela-» 
bri , e vasi , s* asconde il sacerdote , si cela il sa- 
crificatore , il toro lasciato in sua balia accre? 
•sce il disordine . Giovani , vecchi , donne , fan- 
ciulli ... Oh scena orribile di terror , di spa- 
vento , e di ruina ì 

Aug. Ah, sciagurati ! E son questi i bugiardi Dei % 
che insultar osate? Rispondete son questi? 

J Fior. ( sorridendo ) Augure . . . , 

Dee. Contrastar con essi piò non giova : al ripa- 
ro si pensi , o Licinio , o sei perduto,. 
lic. Ebben traggansi all’ ara , verrò io stesso die- 
tro de’ passi loro ad obbedir il Nume , e ad 
adorarlo. 

Fior. Licinio ..... 

lic. Replicar non giova, all’ara, (parte) 

Dioc. Sì andiamo , vediamolo questo terribil Dio», 
chi sa, che muto non ritorni al nostro arrivo? 
Aug. Temerario 1- 

$is. Non adirarti, o Augure, non sempre parlati 
gli Dei dinanzi a tutti. ' ; 

Jtug. Trascinateli questi empj, sì trascinateli. 
f ior. Gran Dio di verità , proteggi in questo mo- 
mento i servi tuoi. 

( i soldati li trascinano via , e finisce /’ atto. ) 


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1 Tempio antico : nel mezzo di esso siavi la sta < 
tua colossale di Esculapio in piedi situata sopra un 
rozzo masso . , capace di un uomo , a fianco un al- 
tare , su cui piantati siano varj coltelli , e varie scuri , 
dall 1 altro lato un tripode per attendervi il fuoco , 
Varj buccini , e vasi guà , e là disposti con ordinty 

* " * , , i V •+ ' , 

Augure , poi Pasca sio, 

Aug, TJ* sei , Pascasio , ( guarda bene all * infornò y 
■T^ poi s 1 accosta al masso , e dice) nel Tem- 
pio non v’ ha più alcuno. 

Pas. ( uscendo dalla cavità del masso, ) Siamo dun- 
que sicori f 

Aug, Chiuse ho le porte , e fuori di esse il cre- 
dulo volgo attende, che io lustri 1’ va > e pur- 
ghi il delubro d’ ogni sozzura. 

Pas. Ma i minori Sacerdoti ? 

Aug, Sono nei loro penetrali , nè sortirai da es- 
: si, se io non li chiamo. Approfittiamo ora del 
tempo , e nulla sì ommetta da te pel cornuti 
r trionfo. 

Fase, Favella. 

Aug . Langue il cnlro nostro: > e da gran tempo 
osservo , che ci minaccia mina. Ristabilirlo è 
duopo col terrore: e in te, ed in me solo è ri- 
posta ogni torà, . * - • * * 

Fase. Ebbene ? 

Aug. Tratti a momenti saranno a quest’ ara gl’ ini- 
qui , per cui più pingue ella non è di vittime 


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Atto QpAkTb. 4> 

. %\ nostro culto offerte. Io ben preveggo, ette 
gli audaci ricuseranno e di prostrarsi ad essa , 
e di offerire incensi al mentito nostro Simulacro. 
Momento è quello, in cui tu ne rinnuovi i tuoi 
prestigi , e con gemiti , ed urla V ira tua ma- 
nifesti , come già poco hai fatto. / 

Pasc. Non dubitarne. • 

Aug. Se scuoter senti irritato, il volgo , lascia ad 
esso la cura di vendicarci ; ma se timido , io-. 
. certo ondeggiar io conosci fra tema , e furare, 
usa delibarti tue, e ad alta voce chiedi de’ mal- 
vaggj il sangue , e la mia bipenne saprà versarlo. 
Pas. Ma ... di , verrà il Triumviro ? 

Aug. E che ! temi, di lui ^ 

Pasc. No , ma la sua presenza ... « « . 

Aug. Che far potrà dirtnaoz,i a me ì Appena espres- 
si tu abbi gli accenti, balenar vedrai nelle mie 
. mani la scure, nè forza vi sarà, o impero, che 
. da esse la svelga > finché io non ferisca. Cesare 
abbiano , che d difende ; lascia a Cesare , e a 
me la cura del resto .... , .( Qui si striti 

bussar con violenza alle porte del Tempio . ) 

Pasc. Qpale srrepito ? 

Aug. Forse è il Triumviro ? và , celati , adempì 
* ai dover tùo , io adempirò al mio. ( Pascasio 
torna a celarsi nella cavità , dove è sòrti/ o , ) Mini- 
stri de’ nostri Dei , sortite. ( var/ ministri sorto- 
no da «Mie pitti laterale. ) Brandisca ognun di voi 
, Ja sacra bipenne, e se lo chiede il Nume, ognu- 
no ferisca. (Ognuno, de' ministri prende una delle 
scuri , che saran po/te sull ’ altare ) S’ apran le pos- 
te, e s’introduca il Triumviro. ( Raddoppia lo 
strepito fuori delle porte , e uno de' ministri va ad 
aprire.) - 


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^ Atto Quarto. 

SCENA II, 

J Detto , c àfittOK - 

Dee. A u g° re * 

Aug. l\. Decio . 

Dee . Ed a che chiuso il tempio ? Freme fà fuori 
T affollata turba , e par persino , che minacci , 
. ond’ esser introdotta. 

Aug. Purificar io pria dovea il Simulacro , e 1* 
altare; nè accesso aver porea ogni profano ne* 
riti miei. 

Dee. Ella attende però 

Aug. Lascia , che attenda . Se non giunge il 
Triumviro, non fia dato a lei di penetrarci. Or 
dimmi dove sono gl’ iniqui? 

Dee. Oltre il vestibolo guardati sono da’ miei o 
per impedir loro la fuga , o per frenar i’ ira del 
volgo , che minàccia. 

Aug. Freme dunque contro di essi il popolo ? 
Dee. Fuor di misura ì’ ira del Nume sdegnata 
anima contro di essi le labbra di ognuno ; a 
• sparlar si giunge del Tribuno, a minacciar 
1 Prassede . 

Aug. Ottenuto è il trionfo. Tolta dal mondo sì 
iniqua peste , è certa la sua ruina ancora , e 
- vendicato i] nostro amore. Superba donna, 
invano sarà giunto a tua difesa il gran Pinia- 
' no : cadrai 

Dee. Oh Cielo f Ella giunge. 

Aug. Ella ? 


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Avrò QuÀfttò* & 

■ K *'•••' • % 

SCENA IH. * * 

« * . i * 

Trassede , rem , e detti. • , , > 

Pras. (T? ccoli entrambi gl’ iniqui non t’ avvilir ^ 
XZj Prassede, innanzi ad essi.) : # 

Aug. Nume J traveggo , oppure à dessa ? Prassede 
in queste mura? 

Pras . E quale stupore ? La prima volta è forse que- 
sta , in cui mi vedi in esse ? 

Aug. No, ma lungo tempo era avvezza il tuo 
piede a non penetrarle. Venisti forse .... 
Pras. Venni ad udire come parla un Nume, la 
f di cui voce non intesi ancora. 

Aug. Donna , questo non* è di Fiorenzo il tetto , 
onde lecito ti si renda d’ insultar i Numi , e di 
deriderli. ' 

Pras. Deriderli? ^inganni. Derider non posso ciò, 
che non conosco. So, che la sua voce tonò dall* 
alto, so, che crollar fé* il Tempio , e scuoter 
P ara , so .... ' 

Dee. Ah , se presente stata tu fossi , non parlere- 
sti forse così , sposa di Licinio. Gelato nelle ve- 
ne il sangue ^impedirebbe Fuso del labbro , ed 
altra cura non avresti, fuorché di sentire, còme 
parli un Nume sdegnato. • " * > 

Pras. Ebbene lascia , che P oda anche io ? Impe- 
dir forse mi vorrai, che io provi il tuo ter- 
rore, e il tuo spavento é 
Aug. Impedirtelo potrei ; ma a tanfo non, mi de- 
grado. Resta pure qnal vuoi ; se vuoi , Ip ascol- 
'ta. Trema, però , se 1* odi. * 

Pras. E di chi tremar deggio io ? del Nume, « 
dell 1 Aruspice? 

V 


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$q Atto Quarto. 

Aug. Come ! ( sdegnato } 

Arar. Àugure, non è più il tempo , che passeggi 
" impune il prestigio sull’ opinion degli uomini. 
Son lunghe età , che tacciono le Delfiche vati , 
e le vocali quercie di Dodona. Deserte rupi sor 
tesi ornai di Serapide i Delubri , e di Trofonio 
le spelonche , nè più affatica, il suo piede il 
condottier devoto , onde udir 1’ ombre di M e - 
mnone , e dell’Efesia Divi i vaticini. Or fra 
tanto silenzio de’, Numi , Ostato sola sarà la 
. fortunata , che vantar possa oracoli ignoti aire.' 
Sto delle genti , e che tacquero ornai fino dal 
tempo , in cui la vera Religion fe’ sua mostra 
fra gli uomini? Ah se tànr^ è la sua ventura,' 
giusto ben è, che una figlia degli Oppi parte, 
cipi con lei di un tanto bene? JL’gdrb, sì 1’ u- 
drò questa terribil voce, ma sicura soa’.ipì che 
/tremar di lei non potrb , ma dell’, Interprete * 
. che . . * . Augure , m’ intendi : se saggio sei.,' 
. imponi al Nume, f he taccia, onde favola non 
divenga del volgo adoratore e chi pronunzia 
V oratolo , e il Nume ^ ‘ 

Aug. ( Oh Cielo' sapesse mai costei! ) 

J)ec. Augure , che dice ella mai ? \ 

Aug. Lasciami, l’orror, che m’invade, e mi alie- 
na quasi dai sensi ' fila . * . Donna) *1* 
lontanati da queste mura. ; 

Pr/fiv Lo * speri ih vano. Si i 

Aug. D’ Esculapio a nome io te l’ impongo. , 
Pras, Lascia che parli £scnjapù>, ed allora partirb. 
Aug. Ministri, traetela voi. *• , pi? * 

Ptas. Indietro , indietro , audaci , o parlerà io per 
il ffuoie ignari a tutti. iVa v. 3 Ayi 



Atto Quarto. 

’ SCENA IV. * 

, Licinio y Littori , e detti, * 

Ih, ual ira, qual dissìdio nel Tempio? * 
^•IV Ah vieni, Licinio, se di tua autorità 
non usi , nè to sei più Triumviro, nè io son’ 
Augure. 

Lic, E perchè? Forse Prassede ..... 
i/tug. Osò insultar gli Dei , osò ; maledirli. 

Pras. No Augure, no, non adombrar co’ tuoi tra- 
sporti il vero. Nè insultai , nè maledissi ; il du- 
bitar delle lor voci non è un vilipenderli. Cal- 
’ tnati , ispirato mortale : allor che parli il Nu- 
me , vedrai , che ei non si lagnerà , che io, 1’ ab- 
- bia vilipeso.’ '*<■ ' ' •* ' / 

dug. E il duhbio stesso non è egli, delitto? ■ 
Pras. Credi, j che non sarà inespiabile, io ... ; 
Lic. Tu emenderai , donna superba,, il fallo, « 
supplice a piè di quell’ ara espierai al fianco mio 
' la colpa tua ( si sente in questo un gemito entro il 

' simulacro ) 

Dee. Ahi quàl gemito è questo ! 

Mg. E’ la voce, o Decio , è' la voce del Nume-, 
che assente al favellar di Licinio. Io la cono- 
sco , o Tribuno , ella, mi, scende al cpre, e del 
sacro furor mi accende, di cui bene spesso è in- 
vaso chi a quell’ ara. s’ accosta. Ah , tosto ac- 
cendete, o ministri, il sacro fuoco , e s’ inco- 
minci da noi devoto il rito. (I ministri prendo* 
no una face , accendono il fuoco nel tripode : intanto 
si sentono fuori del Tempio delle voci , che gridano • 
Voci. All’ara, all’ara. • 1 * •> ■ 

tic. Quai grida ! accorri , o Decio , e mira ciò , . 


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Atto Quarto. ■ 

”che avvenne nel volgo. ( Desio parte ) 
dug. Impazienza a! certo è questa di un popolo 
“ atterrito, che cerca la sua salvezza, e I* onor 
. del Nume. * Noa* ritardarlo, o Triumviro , o I 
questo , eh* esser dovea giorno di gioja , giorno ! 
diverrà di sangue , e di vendetta. 

. /scena V. . ■ I 

Decio , e detti , . 

Dee. Oignor, rattener piò non posso un’ansiosa 
iJ turba, che chiede l’ingresso nel Tem- 
pio , e chiama all’ ara i colpevoli. Il minaccio-' 
so suo aspetto orrór faria ad un Console , non 
..che ad un Tribuno. Appaga l’impaziente de- 
sìo , o temi di te stesso. 

He. Ebbene , entri chi vuole , e tu conduci, i rei 
dinanzi al Nume. {Decio parte.') 

' Fras. ( Oh momento ! ) 

Zie. Donna, siegui i miei passi , prostrati meco a 
piè di quell’altare, e fa, che in te conosca il voi- • 
go , che sei la sposa di Licinio , e T amica del 

Fras. Sposo ‘ ( culto. 

tic. Che f Oseresti opporti al mio volere? 

Fras. Tu sai bene, come io sempre rispettai i 
tuoi cenni , i doveri eseguendo di una sposa 
fedele , e come avvolta essendo ancora fra gli 
errori di superstizione idolatra , venerai con te 
i 'bugiardi Numi, e fumar feci gli. odori su 
ijuel tripode... Ma ora . . . . . . 
tic. Ora vieni, ti dico, o sperimenterai , che possa 
uno sposo sdegnato , un giudice inesorabile. 

Fras. Fa pur ciò , che ti aggrada j tutto io sof- 
frirò ; mi non isperar giammai , di vedermi; 
offrir vittime * incessi , e profumi a mendace 


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*• . ; Atto Quarto. , ^ 

Deità. Aprii gii occhi alia luce del vero, e 
uq solo Dio , già te! dissi, rispetto, e adorò. 

Sic. Dunque tu pur cogli émpi seduttóri tuoi 
pagherai fra poco ...... 

SCENA VI. 

Qui entra il popolo infuriato gridando': 

Pop. A lì* ara , all'ara'. 

Tra. JHL (Oh inaspettato, e funesto soccorso ìf 

Pop. All'ara, all' àrà . . 

Attg. Calmatevi , tacete. Non assordate con trop- 
po feroci grida la pace di questo tempio , ové 
riverenza, e rispetto soltanto alberga. Vicini 
voi siete a mirare il trionfo del nostro culto ; 
oppur là vendétta'. Attendete in silènzio o l’u- 
no , o l’altra , e a celebrar con giubilo soltan- 
to disponetevi uh così fàusto giorno . 

Pras. ( Impostore maltaggio ! ) 

Aug. Ecco d’ Esculàpio i nemici : silenzio ; o po- 
polo , nell’ ascoltarli. 

SCÈNA VÌI. 

Vedo , Fiorenzo , Sisinio , Di oc lezio , Sabino , 
soldati , e detti . 

Dee. r Tn ri tira vivo , eccoti i rei. 

He. JL Veglia co’ tiioi Triàrj alle porte del 
tempio , ed impedisci ogni disordine . ( Delio 
dispone i soldati in semìcircolo verso le porte dei 
tempio.) Stranieri, eccovi ài luogo, ove la di- 
vina voce tonò contro di voi , e da voi prete- 
se aver. suo omaggio. Crédere io non vorrò ? * 
che imprudenti , e supèrbi di obbedir ricusiate a 
cosi espressa volontà , e cimentar vogliate còl 
Mostrò iifiutó V irà lèi Ninne , l 7 àùtotità lì 


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54 ' Atto Quarto. 

un Augure j il poter di un Triumviro ; il de- 
siderio d’ un popolo spettatore. Piegate dunque; 
piegate le gibochia innanzi a quell 1 immago, ed 
offrite 'gl’ incensi dovuti alla potenza sua. 

F/’er. . Triumviro , invano lo speri; . 

Zie. E perchè ? 

SU. Perchè diverso è il culto nostro* 

Dior. Perchè non porgiamo incensi a menzogneri 

-Deh . . 

Jfug. E 'menzognero Dio chiami tu un’ Escu- 
lapio$ 

tior. Ascolta, ó Àugure; Negar non ti vuò ; 
che fra’ mortali distinto non siasi il preteso tuo 
Nume . Da Apollo , come vuol la fama , ei 
nacque, e fórse dal padre apprese la medie’ ar- 
te * Conoscer 1’ erbe ; analizzarne le , forze ; 
estraine salutiferi i succhi ; applicarli ai morbi 
furono le sue cure ; non inutili ài mortali. 
Lo ammirò l’arsa Cirene, lo rispettò il miste- 
rioso Egitto y c portentóse crede l’ opere sue , 
perchè _ ignote ai mortali , e nuove fra gli uo- 
mini. Ma difnmt : il sanar de’ mali , il curar 
le piaghe; .il cicatrizzar le ferite basta egli 
forse per divinizzar un’ essere ; e créderlo un 
Dio ? Chirohe dunque , e Tessalo ; e Areteo , e 
< tanti , che intatte egual si distinsero ; Numi 
saranno ad esso eguali , oppure dovrà egli solò 
aver le are ; perchè fu il primo ad erudirli ì 

à§ ugi Ragionar teco non dovrei; pur giacché par- 
li dinanzi à un popolo ; mi giovi il rispon- 
derti ; E chi àei tu ; ragionàtor novello ^ che 
al consenso comune ti opponi degli uomini , é 
abbassi per sino ai mortali ciò , che adorati le 
genti ? Negar non ti vuò ,.che nella medie’ ar- 


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r . Atto Quarto. 5^ 

; te ei si distinse ; ma qual havvi atte maggior 
, di quella per l’umana vita? Insite* e non ap- 
prese erano in lui le cognizioni dell’ erbe , del- 
ie piante, delle radici , nè fuorché in celeste in- 
sito aver potè ciò, che a grande stenta ,'m 
quasi mai s’ apprende dagli uomini.-Qual Dia 
Io conobbero la fiorita Tebe, Paprica Messe- 
. ne , la deliziosa Tempe , la sassosa Epidauro , 
e dai Niliferi campi fino ai colli di Quirino 
» : il suo nome si estese ; ed il suo culto. Or pos- 
sibil mai fia , che fra tanti , e tanti conosci to- 
-• ri del vero; da Efeso tu solo giunto qui sia 
per ismentir P opinione de’ secoli e l’ altrui 
credenza? Morrai superbo; abbassa la tua fron- 
te e adora ciò che adoraro i padri tuoi . 

. , Molto è ancora per te, se mentre sprezzi un 
. Nume, non. tuona egli dall’alto, nè punisce 
fi P orgoglio tuo^ ... , > , 

Pras. ( Oh quale alterezza ! ) 

Fior. Finisti ? r 

Lic . Ragionar piò non giova. . . . •• - 

Fior. Triumviro , . vietar noi dei : verità qui ». 
« cerca , e impedir tu non puoi ; che qui si cer- 
y chi la verità. .. » • r- , 

Ùug. E che diresti con essa ? , A „ ; .. . , 

Fiat* Dirò , che il solo . io non sono , che da 
Efeso qui giunto sia a smentir falsa credenza , 
e àd oppormi ai consenso, delle genti., Pur se 
v anche il solo io fossi , dimmi , o Augure, per** 
chè la potenza di questo Nume tra brevi limi- 
ti ristringi; e al medicar de’ morbi solo riduci 
tutta la sua divinità ? Invoca Marte il guerrie- 
ro; Nettuno il navigante; Piato il dovizioso,' 
Èrcole P atlèti ; Pàllide ; Veapre ; C siete ió 


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ftf Atto Qo-auto* 

studente > 1* amator -, il Bifolco. Rispóndi , fra 
tanti Dei qual’ è il vero Dio? O sono eguali, 
„ e potenti , e accordar devi a tutti un’ egual po- 
* tere , o disuguali sono , e dove son piìi Dei ? 
Uno , e solo è il Dio , che àdoro > riconosco 

< in esso il facitor del tutto , in esso ammiro 
. l’ onnipossente , lui il guerriero invoca,. lui 
, chiama il nocchiero , per lui fìoriscon le arti , 

< per lui sanansi i morbi , da lui la civile, e 
. parttcolar vita dipende , e sono egualmente a 

lui soggetti e la marra , e la toga , e la tia- 
ra, e la corona , e quanto rende umile » e fa- 
stoso l’uomo nel Mondo. Dopo ciò, qual’ uo- 
po ho io di moltiplicar senza necessità dei Nu- 
mi , e attribuir ad altri ciò , che è proprio di 
un solo? Abbassa tu la fronte a quésto Dio, 
che non conosci ; e sia molto per te , se piò 
de’ Numi tuoi pietoso , compiange il tuo deli- 
rio , nè vendica i torti tuoi coi suoi portenti; 
Pras. O Divina voce! ' ... , 

i/r . ( Come mi scuote costui 1’ alma nel seno ! ) 
Aug. Ebbeti si venga alle prove. Vediamo se il 
- Dio , che sprezzi , merta da te simil insul- 
to. ( i accosta all ’ ara ) 

Sis. Veggasi pure. - Y- x 

Dice. Udiamolo questo Dio * udiamolo pure que- 
sto Dioiche difende se stesso. **-• 

$ab. Oh Come gioisco a tal confronto! 

Aug. Possente Dio* ( prende ànijpvgno d'incenso , 
e lo getta sul tripode )Yche da Deio sortisti , e 
in Epidauro soggiorni p all* odor di questi ara- 
-bi fumi,. che sul sacro tuo foco t’invio, ri- 
spondi alle* mie richieste, e confondi eoi detti 
tuoi questi superbi. t * $ 


/ 

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Atto Quarta, 

. . • poco silenzio ) .Come ei non parli 

sh‘ tri . \ .r. , \ ... 

\ jt. Non Io scosse l’odor dei fumi tuoi? .. 

$ab. Sveglialo y o Augure; fa, che da Epidàuio 
ei venga , onde risponderci. 

Aug. Ah possente Diol ( alzando la voce) Toni 
su quest’ iniqui , essi nel tuo silenzio trionfano 
abbastanza. ( qui si sente uri urlo orribile entra- 
ti masso ) Eccolo , eccolo il grido suo , prò* 
x siratevi , o mortali , e V adorate. ( il popolo j 
, . - ed i ministri si prostrano ) • 

Zie. Oh Dio , qual voce ! 

Pras. Fatale a tutti , se non sapessi 1* inganno. 
Aug. Or vieni, audace, getta su quelle fiamme 
« i nuovi incensi, e mega se puoi il Dio, che 
adoro. v . - < \ ; ( . . 

'Fior. Unico , ( s* inginocchia , alza le mani al 

i Cielo e poi dif») e solo Autor del tutto, tu» 
comprensibil Dio dell’ universo , che vivi nel 
vero : che t’ avvolgi sul vero , che infine sei 
1* istessa verità; deh rinnova , i porrenti , con*. 
Cui di convincer ti piacque il fuggitivo Israele^ 
e terror ti rendesti all’Egizia nazione, e alle 
Ammorree , e Filistine genti » Giorno è ques- 
to della tua gloria , . solenne giorno ; che 
rammenterà ne’ secoli 1* intero Piceno , e per 
cui chiare si renderanno ai popoli 1’ Evangeli- 
che luci, che prima di noi sparsero in queste 
Contrade e Pietro ; e Marone , e Feliciano , for- 
tunati predecessori di oostra fede. Ascolta , su- 
perno Iddio , le voci degli umili tuoi servi , e 
• Confondi col braccio tuo questi superbi. ( qui 
t si escara il teatro , sorgono sotterra molte vaà : 
pt , che coprono P /tifare , e. il simulano. t 

* 5 


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$8 1 Atto Quarto. 

Veo. Ah che 1* inferno ci divora ! v 

succede il terremoto , cade il fulmine , spél&esto 
simulacro di Esculapio , e il masso , e sorU 

. da esso Pascasio tutto involto nelle fiamme , 
gridando : 

Fase. Ajuto, ajuto. 

Pras. Eccolo il Dio , che parla. 

He. Ahi, dove sono! 

Aug. Uccideteli , uccideteli ; sacrileghi ... 

* ( Qui /’ Augure , e i ministri afferrano, la, 
Scure per correr addosso ai Martiri , il popo- 
lo fa lo stesso , Detto coi soldati tenta di op- 
porsi : in questo replica il terremoto , si spac~, 

♦ ca il tempie , e rumano archi , e colonne , sue - 
cede confusione e in mezzo ad essa si ' cala 
il sipario , e così finisce l y Atto. ) 

* * * » #i 

* i - * t» 

* ♦ * * ♦ ♦ ♦ ♦ * * ♦ * * $ * * ♦ * * * * * ♦ * * $ * $ 

' • * i 

ATTO SUIItlO 

SCENA PRIMA. 

Valle aperta , alberi, che la circondano , sassi, 
preparati per lapidare , 

t Pinìanos , * ’ . 

N o , trattenermi più non posso.*, i presentimen- 
ti del cuor mio in Qsimo mi richiamano, 
ed io sento, che devo obbedirli* Ah Fiorenzo, 
ah Sisinio , miei maestri,- ed amici , chi sa, 
se più vivete , e in qual luogo versaste il san- 
gue vostro ! Ah ! che io miri almeno le loro 
spoglie , che io , , , * * , , ' * ; 


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V'.fV*" 


Atto Quinto, 

' SCENA.* II. 

• * ' 

Sabino uscendo spaventato, e detto,]» 


ì* 


Sab. À h ch’egli è desso, egli è desso . Signà 
j Xjl re, li vedesre voi ì ; *,y. 

Fin. Fanciullo, non sei tu quello '. .... 

Sab . Sì ; Sabino son io : ditemi, li vedeste? 

Fin. Forse Fiorenzo , Diocleziq ..... 

Sab. Ah, dove mai li han tratti i crudeli ; e per* 
cHè , e percfiè mi son diviso da loro ! 

TVn. Ah , parla , dimmi .... , . 

Sab. Come, non foste in Osimo , non sapete j 
eh’ è caduto il Simulacro, minato mezzo il 
. tempio, e si è scoperto l’inganno dell’ Oracolo ? 
Fin. Gran Dio , che narri } 

Sab. Oh se ci foste stato, che disordine, Signore j 
che confusione ! I sacerdoti alzavano la scure 9 
e le pietre minavano sopra di loro ; i soldati 
puntavano le lance , e i fulmini strisciavano 
intorno ad essi : alzava le grida il popolo , fug- 
giva spaventato il Triumviro. Gran Dio de’ 
Cristiani , tu parli coi portenti , ma ognuno è 
incredulo , e niuno vuol adorarti. / 

Fin. Ma i miei amici ? 

Sab. Io non so dir, dove sieno. Confusi in mez- 
zo alla folla si svelsero dal mio fianco con es- 
* sa , ed io non ho potuto più rinvenirli. •>' 
P in. Ah J che l’ impeto suo l’ avrà senz’ altro oppressi, 
Sab. Oh Dio ! avranno essi versato il loro san- 
< gue, e avrò perduto io solo l’onor del martirio? 
Pi». Torniamo , fanciullo , torniamo in Osimo ; 

forse* »... Qjtì ri sentono delie grida lontane. 
Sab. Oh Dio t quai grida ! 


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4o JiTTo Qpnm. 

Fin. Esse vengono dalla Città. 

Sab. Osservate $ Signore * qual turba scende *... 

Città ? osservando. 

Pin. Veggo dell? armi ancori. 

Sab. Ah, son essi , son essi . {per andate.) 
fin. Fermati. ( tr attenendolo. ) 

Sab. Non m’ impedite , Signor , che io muoia con loro; 
Fin. No, meco t’arresta ; chi sa, che solo tu noa sii 
nella lor sorte. 

SCENA III. 


Vedo , Fiorenzo , Sisinio , Di'oc lezio , soldati , 

* popolo , e detti. 

A * sassi > ài sassi. ( esce gridando ) 

Dee . xi. Fermatevi , insensàti ; poter voi noà 
avete di ucciderli senza ordine del Triumviro; 

, Fermatevi , in nome di Cesare io ve l’ impongo. 

Fio. Ah , Centurione, e perchè ci allontani dalla 
palma ? 

Dee. Ragione à te non rendo del dover mio ; se morir 
brami , non temer j che poco lontana è la morte; 

Dioc. Ah .quando giunge ? 

Sis. Massimo ci attende a trionfar con lui. 

Fin. Oh miei amici. 

Fior. Ah Piniano. 

Sab. Miei maestri.- . 

fior. Ah j Sabino. 

Sab. Io non vi abbandonai , io non fuggii , la fol- 
la m’impedì di raggiungervi, nè .... . 

Fior. ( abbracciandoli ) Oh dolci Oggetti , lasciare^ 
che per l’ultima volra v’abbracci al mio seno} 
e riceva da voi l’abbraccio di pace.. . .Trion- 
fato ha , Pinianp , il Dio de’ viventi * e mani- 
festata la sua gloria innanzi a tutù. 



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, Atto Qoimto. & 

Fin. H dopo di essa potranno costoro tràrvi alr 

la morte ? . . . 

Dioc. Signore, inferocito volgo ragion non inten- 
de , nè si arrende all’ evidenza. 

Sis . A sortilegio si ascrive-.il portento > e confèssa 
sar non si vuole la verità. 

Fin. E dovrò intanto io perdervi? Dovrò.... 
Fior. Non indebolite , Signor , coi. pianto vostrd 
U nostra fortezza. Oggetto di giubilo, non di 
terrore ci è la morte * poiché compiuti con es- 
sa sotto i desideri nostri; , ./ 

Fin. E potrò io sopravvivere ' 

Fior. Sì) voi vivrete per confermar nella fede quei 
pochi proseliti, che rimarranno dopo di noi. Io 
•veggo da lontano, che molti piò ne sorgeranno 
. dal sangue nostro a diradarle caligini di Osimo 
idolatra , e sulle sue torri a inalberar trionfante ,lo 
stendardo di Cristo. A Voi però * e a Prassede 
è riserbata tal gloria, e di voi parleranno l’età 
venture con tenerezza. Ciò* di cui prego , è, che 
l’esangue nostro cenere abbia la tomba istessa , 
che Tossa raccoglierà di Massimo * trasferite da 
voi . Indivisi noi fummo in vita , non ci divi- . 
da il sepolcro dopo la morte. 

Fin. Ah * Fiorenzo. ( Qui si sente fremito nel 

Fop. Eccolo, eccolo; , ( popolo , 

Dee. A che fremete? chi è che giunge? 

Fvp* Ai tassi j ai sassi. 

' * SCENA IV. ; 

Augure , e detti, 

' t ' 9 ^ 4 t ' t % \ ♦»'***.’ » 

A ’ug . ome , che vedo ! vivono ancora costoro ? 
Dee. E come ucciderli io dòvea senza un’ or- 
bine del Triumviro? •. 

* -v 


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6 % Atto Quinto .. . 

; Aug . La voce di uo popolo è quella di Cesare j 
pur se l’ordine vuoi, io, te lo arreco. 

Pìfn. Tu ? v 

.. Io J si. ' ~ i - - • . • . . 

#». Qv’èlfc sentenza, ov'è il Plebiscito? 

Aug. È mostrerò io i te , uomo proscritto , gli 
ordini miei ? Chi sei per chiederlo , chi ? 

Pin. Io sono .... . i . 

Aug. Chiudi quel labbro, nè fa, che io mi scor- 
di j che fosti Proconsole in Asia, e che sei 
Cittadino Romano. II solo vederti al fianco di 
questi malvaggj dritto mi darla di stringerti fra 
quelle armi j invece di mostrarti, ove sia la seq- 

_ tenza , e il Plebiscito. 

Dee. Dunque che, si fa? . .. . 

Aug. guarda in fronte i Martiri, dopo poco silenzio 
dice : Perfidi J voi vedete incisa in frontoni ognu- 

• no la vostra morte. Io potrei abbandonarvi all' 
ira loro ; ma un' avanzo di pierà fa sì , che io 
possa ancora sottrarvi alta pena. Appigliate il 

. filo di salute ; che v' offro ; e non rifiutate per 
la vita il mio progetto. 

Fior. E quale? : \ , .... . .. . : • i 

Aug. Quello di spiegarmi , onde apprendeste^’ ar- 
te sortilega , di cui uso già poco faceste j e quii 

* sie/tq i mezzi per giunger ad essa. 

Fior. Dunque, tu credi . , i . 

Aug . Che sortilegio stato sia il vostro , e arcano 
ignoto all' uomo vi conduci.ad esercitarlo. 

Fior. Troppo avvolto nelle tenebre , Augure., tu 
sei , perchè conoscer tu non possa la roano di 
uo Dio operàror di prodigi piuttosto j che il 
maleficio in ciò, che vedesti. Avvezzo à ordir 
menzogne per sedur le genti , immaginar ood 


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Atto Quinto 

puoi un Ente superiore, che alla natura impe- 
ra , e che di essa si serve per glorificar se stes- 
so. Una viva fede è il mezzo, con cui a quest* 
Ente s’ arriva, e con essa non solo cader ^^Si- 
mulacri *, e ruinar i templi , ma scuotersi bensì 
vedrai per sino i monti , e limitar le sue forze 
ogni potenza. Per questa fede chiùder vedrai le 
fauci ad affamate fiere , cangiarsi in deliziosi sog- 
giorni le accese fornaci , e trasmutarsi le più acer- 
be! pene in oggetti di gioja, e di consolazione. Or 
che parli di sortilegio, e di arcani? L’ anima con- 
vinta del vero è il nostro incanto , e la fede , che 
_ dal convincimento deriva i è il nostro portento. 
JÌttg . E possibile dunque fia , che ostinati cotanto 
esser dobbiate, che l’un dell’altro non palesi i( 
segreto , e disprezzi per sino la vita per custodirlo? 
Dìoc. Ma palesato non è egli forse j quando ti si di- 
ce, che tutto nella fede è riposto il ( nostro arcano ? 
Aug. Ma come esser può questo? Adoro $ e credo 
anch’ io a’ Numi miei, ma essi ; ; ; ; 

Sis. E che sperar vuoi da loro? Se impossenti so- 
no per se stessi j come assister potranno i mor- 
tali , che in essi confidano ? Se il tuo Esculapio 
era uh Dio , perla forse già poco e il suo si- 
mulacro i e il Tempio suo? Non ti basta ciò, 
che vedesti ì onde confessar,' che vi ha un Es- 
sere a lui superiore , e a cui tutte sono sogget- 
* te le create cose ? 

Aug. No, non è vero y io crederollo allora , che 
voi confessiate, eh’ eguale al Nume vostro egli 
è Esculapio, e se adorarlo non volete, pronti 
j siate almeno a non negarlo. 

Fior. No, noti isperarlo giammai; 

Ài<£. E perchè? 


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^ Atto Quinto. 

Dioc, Perchè uh solo è il vero Dìo. . . 

Sic. E rutti son bugiardi i Numi innanzi a lui. 

Aug. Ebbene ite a trovarlo all’ Èrebo. Popolo £ 
tu vedetti , quanto io tentai , quanto soffersi , 
tempo non è più nè di clemenza, nè di perdo- 
no. Vieni , afferra le tue vittime \ e vendica so- 
vra esse i torti del Nume , ( qui il papàia , gri- 
dando:) Ai sassi, ai sassi, {afferra i Martiri , e 
li trascina nel fondo del teatro. ) 

Fior. Addio , Piniano . Raccomanda tu al Cièlo 
il nostro spirito. 

Fin. Ah , Fiorenzo , ah ; Sisiniò ! 

Sài, E me, e me non trascinate ancora? 

Aug. Fanciullo. 

Sai. Sono Cristiano , sono Cristiano , voglio 

• morir anch’io. 

Aug. Ebbene j vanne tu ancora j ed abbia Escu- 
lapio in te un’altra vittima. 

V Augure prende Sabino per un braccio , è 
lo slancia fra il popolo : in questo i Martiri 
fi saranno inginocchiati , e Sabino con loro i 
alzano le loro mani al Cielo , e mostrano àt* 
tit udine di 1 consolazione j il popolo si sbraccia, 
prende i sassi in mano , e lapidandoli grida : Mo- 
rite j Galilei. Di màno , iti mano , che si gettano 
i sassi si vedono cadere or l* uno, or l'altro 
de ’ Martiri , fino chi restano tutti estinti , 
durame la scena . 

Fin. Oh Dio , dove soriò ! ‘A tal vista adunque 
erano riserbati gli sguardi .miei? Alme beate, 

1 thè vittime della fede or siete, noti vi scordan- 
te di Pinrano , e accettate il suo pianto , e il 
suo dolore. • ( caduti che sono i Martiri £ 

dopo poco silenzio àsce ) 


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p 

Ano Q.OIHTO. . fj. 

• Jp» * n 

SCENA V. 

Prassede , « detti» 

_ .. ■ ? t • » ■* 

ermate , sospendete. 

Aug. J7 Donna ; a che giungi ? 

Pras. A impedir ogni eccesso , il Triumviro^ 
l’ impone , io io cornando. 

Pia. Ah! troppo tardi giungesti , min* le vitric&$ 

' 4e!l’ empietà. 

Pras. Oh Dioì che vedo! Chi diè quest’ ordine? 

J)ec. V Augure mel diede. 

Aug. No , lo diede il Nume. . 

Pras. Ah ,' impostor. raalvaggio , e tu col manto 
de’ Numi cuopri la tua crudeltà ? Quel Dio , 
che protegger non potè se stesso , avrà cercato 
da te la motre de’ giusti ? Oh cieco popolo , 
che mai faceste? cogli occhj. tuoi tu. vedesti ij 
tuo disinganno , ed obbedir hai potuto a chi 
ti sedusse ì ( qui il popolo mostra dell’ av- 

vilimento e, ti stringe in uri gruppo vicino 
all’ Augure.) 

Aug. Ah , popolo , non udirla ; sappi , eh’ ella è 
Galilea, ella è nemica di .Cesare. . i 

Pras , Sì lo sano , e mi glorio di esserlo. La ve- 
ra luce conobbi , nè chiuderò, mai piò gli oc- 
chi miei a questa luce divina; ma voi del san- 
gue aspersi di quattro innocenti miseri abitatori 
di queste contrade, ditemi, chi siete? Un mo- 
stro dunque fra gli uomini > un esser impuro , 
che sotto il velo del culto cela le piò, nefande 
colpe, avrà potuto sedurvi? Ah compite, com- 
pite 1’ opera del vostro furore , .riprendete que’ 

. sassi , opprimete me pure spttjo de’ colpi loro, 


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0 ... Atto Quinto. 

abbia Osimo in questo dì la quinta vittima , 
ma tremate , o miseri , che non ricada su voi 
il suo sangue.; „ ' 

Aug. Amici , costei delira , andiamo. 

- - “ ■ • , ' - . - ■ * 

SCENA ULTIMA. 

i 

Licinio , due Littori , e detti . 

„ -, « . • » # 

tic: T» dove? 

Pras . Jtli Essi fuggon dal terrore, che ispira il 
‘ delitto , es.si l* hanno compiuto. 1 
Lic. Compiuto ? 

Fin. Mira ? 

Lic. Oh, vista £ ( qui comincia, a calar la nuvolosa , 
che sarta tutto il teatro , e euopre i Martiri. ) 

Aug. Andiamo, amici , affascinato io scorgo an- 

- che il Triumviro : il debol’ uomo .... ■ • 
Lic. Fermati , ti dico , e tu rispondi , con qual 

dritto uccider facesti quegl' infelici? 

Dee. Coll’ordine tuo. 

Lic. Ordine mio ! E chi tei diede ? 

Dee. L’ Augure. 

tic. Egli i Ov' è la sentenza, ov’è il Plebiscito? 
Dee. Io credei ..... 

Aug. Al voler di un Nume , alla voce di un po- 
polo , al dover mio. 

Lic. Uomo fatale, insidiator malvaggio della mia 
. pace , e del mio onore , mal fi difendi col vo- 

- ler de* Numi , colla voce del popolo , col do- 
t ver tuo. La rabbia tua trasse, a morte que’ mi- 

- seri , e sfogasti nel sangue loro la tua, vendetta. 

; Ah trema, o superbo! Il Dio, che finora men- 
tisti , no non fi salverà dalla pena, e renderai 

* ragione a Roma del dritto, cheti usurpasti sol 


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Atto Qpnn*. v <*r 
--tneatir- gli orciai miei. Tu intanto, iniquo 
complice di sua malvaggità , spoglia quell’ ar- 
mi , deponi quelle insegne, ed esule da queste 
contrade , porta fra 1' orror delle rupi il tuo di- 
sonore j e voi , Littori, assicuratevi di colui. 
(, / Littori circondano i* Augure. ) 

Conie£ Un Augure? ‘ 

Lic. Porta a Roma gli augurj tuoi : Osino t* in- 
^ tese abbastanza* \ *' 

£ug. Ah, popolo, riè tu mi difendi! 

Lic,- Popolo, il tuo Triumviro io sono, rispetta 
Cesare in me , ed obbedisci. ’ 

Ai *g. Ah Galilei. 1 ,( Decio , l'Augure partono fra 
' *’ Littori y e soldati.) 

P ras. Ah mio spaso , ah miei amici , si compia 
óra l’opra della pietà, que’ sacri cadaveri .... 
Ma che vedo ! Ove soa essi ! Qpal nube 1* av- 
volge !. Piniano ? ' 

Pin. Eccolo , eccolo il nuovo portento del Cielo* 
che manifesta la gloria de’ Martiri suoi , Osi- 
tnani , Triumviro. ! 

tic. Che vuol dir questo ? 

Pin. ir'trionfo egli è della fede , il simbolo della 
gloria * mira. C Si spalanca la nuvolosa ,/i vede la 
glòria t e in mezzo ad essa i quattro Martiri in at- 
titudine di gieja i e di adorazione. 

Lic. Oh Dio , che vedo!, Qual luce superna sovra di 
' me discende in questo istante! Oh ignoto, e incom- 
prensibile raggio, che squarci le tenebre della mia 
Oscura credenza , sì ti conosco , sì ti confesso , e nel 
conoscerti, e nel confessarti , sento , che tutto mi 
trasformo in me stesso. Gran Dio de* Cristiani , che 
troppo chiaro favelli alle nazioni , alle genti , accet- 
ta in quest’istante le umili voci del novello tuoser- 

l*. . / 


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08 * Atto Quinto. 

vo, e spargi colla tua grazia l’ intimo senso, con 
cui a te mi prostro , e per il solo, e vero Dio ti 
’ adoro, e ti confesso. ( tutti si prostranti. ) 

* Pra. Ah', Fiorenzo, ah ,Sisinio, ah, Dioclezio , 
ah , Sabino ! 

Pin. Martiri della fede , 

Campioni illustri dell* onor di Cristo., 

Che dall’ Empirea sede , 

Or ci mostrate il glorioso acquisto , 

Di Pinian , di Prassede , 

De! popol Stesso, che vi trasse a morte, 

Gli omaggi , ricevete , 

E gli occhj di pietà su* noi volgete. ' 
Invan freme 1’ averno , 

Parlaro invano menzogneri Dei , 

E che do’ lor riti a scherno 
Il vivo , e vero Dio spiegò sua possa , 

E con terribil scossa 

Cadde sul culto lor bugiardo, ed empio, 
Infranta 1’ ara , il simulacro , il tempio. 
Trionfate, sì trionfate 
Del vostro eccelso onor , alme beate , 

- Ma ne’ 1 trionfi vostri 
Non vi scordato no di chi vi onora. 

- Osimo , che vi adora , 

Felice diverrà solo per voi , 

Martiri della fede, illustri Eroi. 



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