La novella sposa. Commedia in cinque atti. Rappresentata per le prime volte in Torino dalla Compagnia Drammatica di S. M., le sere delli 24, 26 aprile e 1 maggio 1827

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Alberto Nota

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V 


LA NOVELLA SPOSA 



COMMEDIA • • 

IN CINQUE ATTI 

* ^ 




Rappresentata per le prime vòlte in Torino dalla. ' 
Compagnia Drammatica di A. A/., le sere delli 
a 4 » 26 Aprile e 1 Ma^io 1827. 



ELLA STAMPERIA GR 

1827 r= 1^828 



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A FILIPPO MERLO' 


Mi 


tornano spesso alla mente 
que* tempi che Voi , Egregio amico , esa-- 
minando i primi scritti della mia gio- 
vinezza ^ ne pigliavate buon augurio, e 
mi davate sprone e coraggio per C ar* 
dua e spinosa carriera drammatica. Mi 
torna a mente quella Socratica pazien- 
za, con che mi venivate additando le 
molte mende che sfuggivano alla poca 
mia riflessione e alla fretta del com- 


(*) Il Sig- Filippo Merlo torinese. Intendente 
nella Ispezione generale del R. Erario , fa uno 
de fondatori dell’ Accademia de' Pastori della Dora, 
e die in molte scritture di prose e. di aersi, luminose 
prove di sagace ingegno e di rara modestia. Egli nw- 
stra a’ mediocri, che gli studj delle buone lettere, men* 
tre ingentiliscono V animo, sono pure d'un bel cor- 
redo alle discipline de' pubblici ufizj. 



4 

porre propria di quelV età : ed asfeva^ 
mo per terzo quell* anima ingenua del 
taro Appiano (**), il quale piii scrupo- 
loso e meno indulgente di V oi y era , 
per così dire , il tribunale riveditore } e 
mi obbligava a tagliare o riformare qua 
e là scene, discorsi , frasi ^ vocaboli. 

Ed entrambi voi con fraiéllevole animo 
d* ogni cosa che m* intervenisse o lieta 
o trista^ voleste esser sempre partecipi e 
consolatori» Quanti anni , mio Sig, Fi- 
lippo» sono trascorsi» e per quante re- 
miniscenze io mi conduco a quel punto! 

Ora nel chiudere col settimo volume 
la undecima italiana edizione delle mie ^ 
opere teatrali , vi prego » ottimo amico» 
di non aver discaro che questa Nocella 
Sposa vi sia intitolata e come argomento t 

(**) L' Avvocato G» G. Appiano della stessa Ae- 1 
eademia olire a varie poesie originali di robusta tem- 
pra » tradusse le Odi di Orazio ( Torino, Stamperia 
Reale 1816 . ) Egli ha fatto dipoi molte utili emen- 
dazioni a questi suoi lavori, de' quali sta preparando 
adizione piit compiuta e corretta» 



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5 

deìV antica amicizia che all* uno e alV al- 
tro, e in ogni incontro si mantenne la 
stessa , e come tributo della mia rico- 
noscenza ; giacché senza i lumi del vo- 
stro ingegno e del vostro intendimento , 
mi sarei peravventura smarrito in que* 
primi passi che agli altri soglion dar 
norma in ogni disciplina dell* umano 
sapere. 

San Remo, li 20 Ottobre 1828. 


TTiota 


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PERSONAGGI 


REMIGIO. ricco negoziante , zio paterno di 
TEBALDO. 

ELISA > sposa novella di Tebaldo. 

FIDENZIO, nipote di sorella di Remigio. 

Madama VITTORINA, vedova, vicina ed amica di 
casa di Remigio. 

AVEBEDO , fratello di Madama Viltorina. 

La Signora BETTINA , altra parente di Remigio. 
GILDA ^ cameriera di Elisa. 

PAOLUCCIO, servitore di Alfredo. 

Uno Scrivano di Remigio. 

Servi e donne di Casa- 


Scena: Trieste. 


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LA NOVELLA SPOSA 
ATTO PRIMO 


Sala in Casa di Remigio con varie entrate^ una comune 
di prospetto. Tavolini, seggiole a bratxiuoli ed altre. 

SCENA PRIMA 
RE.VUGIO e TEBALDO. 


Tch. Jrur troppo, signor zio, ho fatta la gran 
corbelleria, e non y’è più riparo. 

Rem, Hai sposata sì, o no, una fanciulla bene 
educata ? 

Teb. Così mi diceste voi, prima ch’io andassi 
a Milano; cosi dovetti giudicarne io mede- 
simo. 

Rem. Tu sai eh’ io sono amico vecchio e cor- 
rispondente col signor Arrigo di lei padro: 
sua moglie, come ti ho ripetuto le 
volte, fu sempre un’ottima donna, e qman- 
. do la poverina è mancata, la signora Elisa 
, era già in età da poter fare profitto dell’ e- 
, sempio materno. 

Teb, Tutto ciò sarà vero. 

Rem, Mi hai detto, che in casa loro non ha**" 
zicavano giovinotti. 


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8 LA NOVELLA SPOSA 

Tnh. Non vi ho mai veduto che i più stretti 
parenti; mia moglie poi era mattina e sera 
in casa d’ una zia materna ^ attempata che 
non l’abbandonava mai. 

Avrai, come fanno i gelosi, interrogata la 
servitù, i vicini, i congiunti, gli amici? 

Tch. £ tutti mi hanno confermata la cosa 
stessa. 

Kem. Dunque di che temi? e perchè ad ogni 
momento ti lagni meco, come s’ io t’ avessi 
forzato a fare questo matrimonio; quando 
nel proporti un simil partito, per tutti i ri- 
spetti convenientissimo, ti ho lasciata piena, 
pienissima libertà di far quello che ti fosse 
paruto il migliore? 

Teb. Caro zio, non posso darmi pace, perchè 
Elisa non sente amore per me. 

Rem. Sono sogni cotesti della tua fantasia; e 
poiché ella ha consentito a darti la mano... 

Teb. Ha consentito bensì ; ma peraltro ho sem- 
, pre ravvisato in lei una certa mestizia, ed 
un freddo contegno . . . 

Rem. Allora, figliuol mio, non dovevi sposar- 
la; ovvero indugiare, differire le sponsali- 
zie , e non affrettarle come hai fatto. 

Teb. Ero cosi appassionato di lei; voi eravate 
così soddisfatto; i suoi parenti lo bramava- 
no. . . che volete?. io sperava un felice cam- 
biamento ; sono ormai due mesi , e mi trovo 
sempre nella condizione medesima , anzi 
peggio ogni giorno. 

Rem. Conviene anche riflettere che una gio- 


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ATTO PRIMO 9 

rane alIeTata in Milano, e tanto cara a suo 
padre trovandosi cosi lontana. . . 

Teb. E chi voleva o pensava neppure ad allon- 
tanamela? chi mai? Io aveva stabilito che 
ci ^^eremmo in Milano sei buoni mesi, 
ma ve l’ho pur detto: pochi giorni dopo 
fatte le nozze , venne piangendo a dirmi che 
non istava bene di salute, che desiderava fare 
un viaggio e venire in Trieste presso di voi. 
L’ ho compiaciuta sollecitamente , così pre- 
gato eziandio e ripregato da quella zia. . .Ma 
che perciò? nè il viaggio, nè il soggiorno in , 
Venezia, nè cosa al mondo ha potuto scemare 
in lei* la tristezza. Siamo da venti giorni in 
Trieste. Io, voi, tutti andiamo a gara per 
poterla rallegrare; e siamo sempre alle stes- 
se : e non volete eh’ io me ne lagni ? 

Rem. Sii più tollerante , e non mostrarti tanto 
sollecito di ottenere il suo affetto. Fra non 
molto sarà essa più appassionata di te che 
non sei tu al presente di lei. 

Teb. lo non la capisco. . . 

Rem. E chi può, nipote mio, comprendere il 
cuor delle donne? egli è un tal laberinto , 
che i più savj ci perdono senno e gomitolo. 

Teb. Appunto per questo. . . 

Rem. Appunto per questo ti tomo a dire, che 
un affetto meno focoso sul principio, è più 
stabile e più sicuro di conservarsi che non 
sono que’ soliti furiosi amorazzi de’ novelli 
sposi i quali si struggono, divampano, si 
consumano; e poi. . . e poi finiscono con la 
noia e con gli sbadigli* 


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IO IvA NOVELLA SPOSA 

7VA. Voi volete consolarmi. 

Rem. Io ti amo, Tebaldo, lo sai : io stesso ebbi 
cura della tua educazione. Siamo uniti, sia- 
mo indivisi e provveduti, la Dio mercè, 
di tutti gli agj della vita. £ mi duole ebe tu 
ti vada ingegnando di turbare questa invi- 
diabile condizione, con inquietarti per fan- 
tasie da nulla... e poi quella tua gelosia, 
quelle diffidenze , que’ sospetti per ogni om- 
bra, per ogni menomo che, non istanno be- 
ne, credilo alla mia età, alla mia esperien-' 
za: un uomo prudente invigila bensì sulla 
condotta della moglie, ma in modo che que- 
sta non si avvegga che si diffidi di' lei. In 
casa nostra non ci si corre pericolo. La no** 

' stra vicina è la sola persona frequentata da 
Elisa. 

Teb. Madama Vittorina è una vedova savia e 
virtuosa. 

Rem. Lode al cielo! e sono contentissimo che 
sia buon’ amica di tua moglie. 

Teb. Infatti dal mattino alla sera sono sempre 
insieme a colloquio. 

Rem. Sei geloso di madama Vittorina? 

Teb. Il passare dall’ uscio solito di casa era 
troppo lontano per esse, troppo incomodo. 

Rem. Bene, signor sì, gran che: ho fatto apri- 
re un uscio del tuo appartamento che cor- 
risponde sulla loggetta. 

Teb. Così madama saprà ad ogni momento 
tutti i fatti di casa nostra. 

Rem. Oh via , quando- vorrai far richiudere 
quella porta, sei il padrone; parliamo d’al- 


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atto primo ft 

tro. Questa mattina arrida da Veueria tuo 
cugino . . . 

7e3. Giovane brioso, aggraziato, corteggiato- 
re galante. . . ( con ironia ) 

Rem. Ho capito: sarai gelo^ di Fidenzio. 

Teb. La sua venuta non ini fa piacere di certo: 
e voi , perdonatemi , potevate risparmiare... 

Rem. Benissimo, per non inquietarti, chiude- 
rò la porta a un fìgliuolo di mia sorella. Sii 
tollerante, ti replico, pieghevole, gentile. 

Teb. Pieghevole sino a un certo segno : ma vo- 
glio esser sicuro del fatto mio. 

Rem. Pazzo! un marito noioso e tiranno è 
men sicuro di qualunque altro. 

SGENA II. 

GILDA e detti. 

Gii. Un elegante signorino entrato in casa con 
aria di piena conoscenza, domanda di suo 
zio. 

Rem. ( ridendo) Coraggio, Tebaldo, egli è 
appunto Fidenzio. 

Teb. ( turbato ) Poteva starsene a Venezia. 

Rem. E perchè non viene? che fa egli ? 

G/7. Mi ha chiesto con premura della signora 
sposa: e senza lasciarmi rispondere, è an- 
dato nell’ appartamento di lei. 

Teb. ( pronto e brusco ) Che? è già di ritorno 
mia moglie? dov’ è passata? 

Gii. Signor no, non si alteri, non è per anco- 
ra ritornata. 


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la LA NOVELLA SPOSA 

Teb, Volevo ben dire. 

Rem, ( a Gii. ) Presto, di’ a Michele che pre- 
pari a Fidenzio la solita camera verso il 
mare. 

Gii. Subito. ( Ora il geloso non ha più pace. ) 

( da se e parte ) 

Teb. Quella camera è troppo vicina al nostro 
appartamento. . . non crediate. . , ma sareb- 
be una soggezione pel cugino, e per noi. 

Rem. ( ridendo ) Bene, gliene faremo assegna- 
re un’ altra. Oh ecco Fidenzio. 

SCENA HI. 

FIDENZIO in oappoUino da viaggio, e detti. 

{Remigio e Tebaldo gli vanno incontro per fargli accoglienza ) 

Fid. Mio caro zio, cugino diletto, un abbrac- 
cio di tutto cuore. ( si abbracciano ) 

Rem. Sii pure il bene arrivato. 

Fid. Signore sposo, sono propriamente per 
rallegrarmi teco. . . 

Teb. Ti ringrazio davvero: ti sei voluto inco- 
modare. . . 

Fid, Che incomodi! per conoscere un’ama- 
bile sposa, una nuova cugina, farei ben al- 
tri viaggi . . . 

Teb. ( Importuno ! ) ( da sè ) 

Rem. Che fa mia sorella? la famiglia? 

Fid. Mia madre sta benone : mio padre, le so- 

_ relle crepano tutti di sanità: già s’intende, 
salutano voi, gli sposi. . . ma dov’è la cugi- 


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ATTO PRIMO l3 

* na? rho cercata nelle sue stanze, non vedo 
il momento di offerirle la mia serritù. 

( a Tebaldo ) 

Teb. Non dubitate, verrà. 

Fid. Vorrei che fosse già venuta. 

Rtini. E’ uscita con madama Vittorina . . . 

Fid. Madama Vittorina è sempre vedova? 

Teb. Per l’ appunto : ed ove tu voglia propor- 

• tele in isposo ... 

Fid. Obbligatissimo; le vedove sono troppo 
maliziose. 

Teb. Se Madama ti sentisse. . . 

Fid. Tutto per ischerzo, non mai per offen- 
dere. Mi han detto in casa che la tua sposi- ' 
naha una cercaria sentimentale (*), un par- 
lare dolce , e certi occhi che innamorano. . . 

Teb. Eh così, cosi. . . non saprei. 

Fid. Mi piacciono tanto quel le arie sospirose... 

Rem. ( interrompendolo ) Sei venuto con la 
corriera ? 

Fid. Oibò son venuto nel battello a vapore. 
Siam partiti di Venezia ieri sera a un’ora 
prima di notte... Che speditezza, che ve- 
locità. .. la corriera ci voleva raggiungere 
a forza di remi , e non le fu possibile. Bene- 
detto chi inventò le macchine a vapore (**). 


(*) Non è di Crusca, ma fc voce dell’uso, quindi ho cre- 
duto potermene servire a mo’di facesia in bocca di un giovinotlo 
brioso. 

(**) Giacomo Wath fu l’inventore delle macchine a vapore 
in Inghilterra nel 1769. benché prima si fossero falU gii molli 
esperunenli. Peraltro un Italiano f Serafino Serrati ) fu il prio*‘ 


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t4 I^A NOVELLA SPOSA 

Spero che un dì o T altro cavalli, muli sa- 
ranno inutili: faremo passeggiate, viaggi, 
spedizioni , lavori di campagna tutto a vapo- 
re. Ma che diavolo hai, Tebaldo, che mi 
sembri astratto? Sposo di cinquanta giorni, 
dovresti irradiarci tutti. 

Teb. Vorresti tutti del medesimo umor tuo? 

Fid. A. che serve la malinconia ? a nulla. Ave- 
vamo nella nave un giovane che dee fare non 
so qual viaggio lontano... Se l’aveste ve- 
duto, quale tristezza, quale abbattimento... 
or bene, tra il canto, il suono e il barzellet- 
tare spiritoso di due nostre amabili Vene- 
ziane, si è scosso dal suo letargo. . . . 

SCENA IV. 

GILDA e detti. 

Gii. E’ qui, è qui la padrona con madama Vlt- 
torina. 

Teb. Sono sole ? 

Gii. Signor no. 

Teb. E chi è , chi è con esse ? 

Gii. Vepri, il cagnolino di Madama. (Sospet- 
toso ! ) [da sè ) 

Fid. Ah ah, voi siete la cameriera delia cu- 
gina ? 

GU. Servirla. 


non solo ad immaginare, ma eziandio a porre in corso sull’ Amo 
un battelli a vapore. Raccolta Ictt. dì fiaic. esperim. Firenze 1787. 


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ATTO PRIMO l5 

Fid. Mi siete sfuggita. 

Gii. Perdoni. 

Fid. Avete un’ aria di spirito e di accortezza. 

Gii. Altri me l’hanno detto, ma io non 1’ ho 
mai voluto credere. 

Fid. Sì, si, presso una giovane sposa. . . siete 
il caso. 

Tcb. Spiegatevi. 

Gii. Che dice ella ? 

Rem. La vuoi finire? 

Fid. Tutto per ischerzo, non mai per olTeiv- 
dere. 

Teb. ( Chiacchierone! ) ( da sè ) Se non m’in- 
ganno, ecco mia moglie. 

( accennando verso V entrata ) 

Fid. Ne godo tutto. ( osserva entro le scene ) 
Che nobiltà di portamento, che significanza 
di sguardi. . .Tebaldo, mi rallegro, mi ral- 
legro. [abbraccia e quasiviolentenienle Te- 
baldo ) 

Rem. ( Sii piu ritenuto, egli ci patisce ) 

( piano a Fid. ) 

Fid. Che ? sei geloso, cugino? {forte ) 

Teb. Il zio scherza: amo mia moglie, ma non 
sono geloso. 

Fid. Infatti sarebbe cosa ridicola, degna dei 
secoli pregiudicati; saresti mostrato a dito... 

Teb. A te infine non dee premere. . . 

Fid. Tutto per ischerzo non mai per offendere. 


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i6 


LA NOVELLA SPOSA 


SCENA V. 

ELISA , Madama VITTORINA e dati. 

Elis. Buon giorno, mio sposo'. . . Signori. . . 
( Gilda le toglie velo., guanti e li porta in 
un' altra camera ) 

Vitt. Riverisco tutti. Signor Fidenzio, bene 
arrivato. 

Fid. Madama 'Vittorina. . . ( tutti salutano ) 

Rem. ( a Elisa ) Mia nipote, vi presento il si- 
gnor Fidenzio , figlinolo di mia sorella An- 
tonietta che avete veduta a "Venezia. 

Elis. Mi consolo di conoscere un nuovo paren- 
te. . . In casa vostra abbiam ricevuto cosi 
gentili accoglienze. . . 

Ftd. Se sapeste quanto mi è dispiaciuto il non 
essermi trovato! con la mia compagnia vi 
sareste divertiti il doppio. . . . Ma il signor 
cugino non si è degnato di scrivermi , non ci 
ba fatto saper nulla. Io era a Verona. . . so- 
no sempre di qua e di là; mio padre pensa 
al banco ed io penso a viaggiare , egli a far 
denari ed io a spenderli. Soprattutto voglio 
sempre stare allegro, e rallegrare anche gli 
altri se posso. 

Elis. Avete un naturale invidiabile: mi ha 
detto madama Vittorina, che a Venezia sie- 
te r anima delle conversazioni. 

Tr.b. ( Questo donnaiuolo vorrebbe forse dar- 
mi briga ? ) ( sè ) 


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. ATTO PRIMO 17 

Fid. Ringrazio Madama della buona racco- 
mandazione. 

Vilt. Infatti entra un giocane brioso ove sia 
brigata di buone persone, ed ecco Tallegria 
in tutti: si presenta un uomo melanconico, e 
tutti diventan mutoli. 

Fid. Evviva Madama ; e voglio cbe voi, la spo- 
sa, il cugino, il zio, tutti facciate a mio 
modo. 

Rem. Sentiamo i tuoi progetti. 

Fid. Ho detto in casa mia , che per un buon 
mese non aspettino eh’ io ritorni a Venezia. 

Tcb. ( Un mese! ) ( da se inquietandosi ) 

Fid. Siete contento, signor zio, eh’ io stia un 
mese con voi ? 

Rem. Sei padrone, padronissimo. 

Fid. Conosco in Trieste la più scelta ed alle- 
gra gioventù: abbiamo un gran numero di 
parenti. . . Ehi Madama, cugina carissima, 
baili, festini, carrozzate in campagna. . . 

Elis. Farò tutto quello che piacerà al mio spo- 
so ed al zio. 

Rem. Qualche discreto passatempo starà benis- 
simo. 

Teh, ( Maiadetto colui quando ci è venuto! ) 

( da sè come sopra ) 

Fid. S’intende discreti, ragionevoli passatem- 
pi: cugina, via, un mezz’abbraccio, diami- 
ne tra parenti cosi stretti... ( vorrebbe ab^ 
bracciare Elisa ) non temete, vostro ma- 
rito non è geloso punto , punto. 

Teb. Mi pare, signor cugino. . . 

La Novella Sposa * 


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l8 LA NOVELLA SPOSA 

Fid. Tatto per ischer*o non mai per offen- 
dere. ( abbraccia nobilmente la cugina ) 
Teb. ( piano al zio ) ( Ma coteste sono imper- 
tinenze. ) 

Rem. ( Sono giovialità, sono piacevolezze in- 
nocenti. ) ( a Teb. ) 

Teb. ( Sono modi eh’ io non vo’ tollerare. ) 

' ( come sopra ) 


SCENA VI. 

GILDA che interrompe e detti, 

Gii. E’ servita la colezione. 

Rem. Nelle mie camere? 

Gii. Signor sì. 

Rem. Andiamo adunque. 

Fid. Eccomi pronto: non ho dormito la scor- 
sa notte, ed ho buonissimo appetito. . .Spo- 
sina, favorite. . . non avete mai viaggiato a 
vapore? ( (^'re il braccio ad Elisa; questa 
esita alquanto per tema di non dispiacere 
al marito ) 

Elis. Non mai ffnora : mio sposo. . . 

Fid. ( prendendole la mano con gentile vio- 
lenza: e rivolgendosi destramente a Tebal- 
do ) Cugino, spero che verrete a passare il 
carnovale a Venezia. 

Teb. Non so bene. . . ( imbarazzato ) 

Fid. Sì sì , viaggererao tutti col vapore. . . 

Teb. Quelle ruote assordano. 

Fid. Che assordamento? vieni di là, ti spie- 


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ATTO PRIMO Tf) 

gberò tutti gl’ Ingegni. . . ma il più beirin- 
gegno è una sposina cara ed avvenente come 
la tua. . . t’invidio, Tebaldo, t’invidio.. . . 

( conduce via Elisa ) 
Rem,. Che umore allegro! 

Teb. Ridete, signor zio?. . .e voi che fate? mia 
moglie avrà bisogno di voi. ( a Gii. ) 

Gii. Ora è in buona ed allegra compagnia; ed 
è quel che ci vuole in tempo di nozze. ( Vo’ 
tormentarlo anch’io. ) ( da sé ) 

Teb. ( guardando sempre verso le scene) Ma- 
dama Vittorina , se volete favorire. . . 

( ojf 'rendole il braccio ) 
Rem. Precedine pure, accompagnerò Madama 

10 stesso. 

Teb. La convenienza vuole, non si lasci solo 

11 cugino. . . perdonate. 

( parte affrettandosi ) 

SCENA. VII. 

Madama VITTORINA, REMIGIO, GILDA. 

Vitt. Il povero signor Tebalbo s’inquieta male 
a proposito. 

Gii. ( con forza a mezza voce ) Inquieta sè e 
tormenta altrui. 

Rem. Io procuro di correggerlo , poi lo com- 
patisco : e fìncbè ei non vegga più allegra la 
sposa . . . 

Vitt. Veramente la signora Elisa non ha l’a- 
spetto di nozze . . . 

Gii. ( interrompendo ) E come, come potreh- 


C^oogU- 



10 LA. NOVELLA SPOSA 


be essere allegra con uno sposo di tal fatta 
che le sta sempre a’ fianchi ( quindi più 
sommessamente ) seccandola con mille in- 
terrogazioni che muoTon l’ accidia ? 

Rem. Anche questo è vero. 

Gii. Se ella non vuole vestirsi, le dice che non 
ha cari i suoi donativi : se si acconcia con un 
tal pochino di eleganza , le fa sentire che non 
conviene a una sposa il dar troppo nell’ oc- 
chio; e strapazza e si adira meco, e mal per 
me, se i veli non son raddoppiati di qua e di 
là; perchè ha paura che l’aria non penetri, 
e la padrona si pigli un’infreddatura. 

Rem. Basta cosi. . . 

Gii. Un momento ancora. Ad ogni poco: che 
hai Elisa? ,, niente. ,, ( conlrajfacendo due 
voci ) Che vuoi? „ niente. Tu piangi? ,, la- 
sciatemi. Non mi ami? „ sì - no - sì -no. In- 
somma non ho mai veduta una cosa simile. 


Rem. Taci, e va pc’ tuoi affari. 

Gii. Un momento, e me ne vado. E alla ser- 
vitù con queir aria burbera : [contraffacen- 
do sempre ) Chi è stato, chi è venuto? Ma- 
dama Vittorina è di|là? sempre insieme. 


sempre dall’ uscio della loggetta, lo farò 
chiudere. . . 


Rem. Vanne, basta, te lo comando. 

Gii. E se continua così, ecco la mia profezia: 
l’uno morrà di rabbia, l’altra di dispera- 
zione. ( parte ) 


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ATTO PRIMO 


31 


SCENA Vili. 

Madama VITTORINA e REMIGIO. 

T\em. E non avete mai potuto penetrare nulla? 

Fitt. Nulla finora. 

Rem. La vostra amicizia può molto: i mali 

' morali son come i fisici, convien saperne le 
cause . . . 

Fitt. Farò il possibile. 

Rem. Non sarò nè imprudente, nè indiscreto. 

Fitt. Vi conosco. Sono affezionatissima alla 
vostra famiglia e a voi in ispecie, signor Re- 
migio, e per genio e per gratitudine. . . 

Rem. Voglia il cielo che un mio pensier non 
m’ inganni. 

Fitt. So che volete dire; vedremo. ( partono ) 


Fine delV Atto Primo. 


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ATTO SECONDO 


La stessa Camera. 

SCENA PRIMA 

ELISA e Madama VlTTORINA .questa con un lavorìo 

alle mani. 


( vengono intieme. ) 


Elis. F inalmente siamo sole : io non poteva 
più reggere. ( si getta a sedere ) 

yUt. Vostro marito con bel modo ha condotto 
^ia il signor Fidenzio. ( porla una seggiola 
presso Elisa , e siede lavorando ) 

Ha fatto benissimo: gli uomini che par- 
lano molto, o che ridono sempre, infastidi- 
scono presto. 

yitt.'Bh giusto! gli è che il signor Tebaldo 
si è già ingelosito; e scommetto che non ha 
più pace sinché il cugino è in casa. E ve- 
drete che veglierà ben dappresso i vostri 

passi ... ^ . 

Elis. Egli è il padrone ; io non gli darò mai 
motivo a sospettare. 
yitt. Ne sono cex'ta ; ma i gelosi . . . 

Elis. E spero che potrò meritare da lui tutta 
quella stima che basta a tranquillare l’ ani- 
mo d' un marito. 


•v«* 


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ATTO SECONDO %3 

yitt. A. tranquillare l’animo dei signor Tebal- 
do basterebbe, cred’io, che vi mostraste 
seco lui meno seria e melanconica; e forse 
qui non ha tutto il torto. Mia cara Elisa, 
siete in Trieste da venti giorni, e m' ingan- 
no grandemente, o non vi ho mai veduta a 
sorridere neppure una volta. 

Elis. Che volete? non sono allegra di mia na- 
tura, e poi mi sento spesso certi alTanni e 
un certo costringimento di petto che non vi 
saprei esprimere. . . 

Viti. Chiamate un medico. 

Elis. Non mi gioverebbe punto. 

Vitt. Dunque ho ragione quando vi dico che le 
vostre sono angustie d’animo. 

Elis. Vi confesserò schiettamente: il mio spo- 
so merita tutta la stima e tutto I’ alletto. 

Viti. Egli vi adora. 

Elis. Ed io vorrei potergli corrispondere qual 
richiede l’amor suo, il dovere e la gratitu- 
dine. 

Viti. Perdonatemi, avete data la mano libera- 
mente al signor Tebaldo? 

Elis. Nessuno mi vi ha costretta di certo. 

Viti. Lo avete frequentato qualche tempo per 
conoscerne l’indole, i difetti prima di vin- 
colarvi ? 

Elis. L’ho frequentato un mese e dieci giorni. 

( sospirando ) 

Vitt. Vi rammentate perfino 1 giorni. . . . AL 
signora Elisa. . . 

Elis. Che vorreste dire? (st alzano'. Fitt. de^ 


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24 I-A NOVELLA SPOSA 

pone il lavoro f e vengono innanzi sul prò-, 
sceni o ) 

Vitt. Ch’io leggo gran cose nel vostro aspet- 
to... c quando mi abbiate conosciuta mag- 
giormente, e mi troviate degna della vostra 
contìdenza , mi darete ragione. 

Elis. E che ? non vi accorgete quanto io abbia 
caro lo starmi con voi? 

Vitt. Ma come ci state? giusto Cielo, piange- 

. re ,* sospirare e tacere : ed io rispetto il dolor 
vostro ignorandone la sorgente, e quindi 
senza speranza di potervi arrecare il meno- 
mo sollievo. 

EUs. Pur troppo è la verità! 

Vitt. Con me date pure libero sfogo alle lacri- 
me: ma col signor Tebaldo, con lo sposo 
vostro procurate di vincere voi stessa ; mo- 
stratevi più serena , o almeno almeno più af- 
fettuosa. . . la dissimulazione in questo caso 
è virtù. 

Elis. Vorrei potere. . . 

Vitt. Anche il signor Kemigio ne soffre e per 
voi e pel suo nipote. 

Elis. Farò ogni sforzo per secondare i vostri 
Suggerimenti. . . . ma ora non posso. . . . col 
tempo, sì, spero. . . ah perchè si cerca l’im- 
possibil da me? Sciagurata, perchè m’imposi 
io stessa così barbara condizione! 

Vitt. Sempre più. mi confermo nel mio pen- 
siero. 

Elis. E sarebbe ? 

Vitt. A che tacervelo? voi avete data la mano 
a Tebaldo; ma il cuor vostro. . . 


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ATTO SECONDO 2 $ 

Elis. Cieli, che dite voi mai? 

Eitt. Basta, non vi offendete. Non vi domando 
più nulla: vi compiango. 

Elis. {prende la mano di Eittorina, se la 
porta al cuore ) Fui ingannata, mia buon’ 
amica, fui sollecita a credere, ed eccomi mi- 
sera per tutta la vita. 

( piange dirottamente) 

Vitt. Che sento mai ? 

Elis. Deh, vi prego, sia sepolto il terribile ar- 
cano, cui mi trae, mio malgrado , dal petto 
la piena d’ un affanno represso e la fìdanza 
che ho in voi riposta. 

Viti. Sarei la più indegna donna se ne abu- 
sassi. 

Elis. Ne sarebbe dolente lo sposo, il zio: sa- 
rebbero giusti i loro rimproveri, anzi Todio, 
r odio loro per questa sventurata. 

Viti. Ma come, amando un altro, poteste ri- 
solvere. . .? e il vostro padre. . .? 

Elis. Non ne sa nulla. Vedovo da parecchi an- 
ni , immerso nelle cure di un esteso commer- 
cio, affidò la mia educazione ad una sua so- 
rella. Si fu in casa di lei, che per la prima 
volta conobbi le dolci e terribili agitazioni 
del cuore. Il mio amante era forestiere, e di 
più nell.T sua patria, per ubbidire a’ paren- 
ti, avea fidanzata un’altra zitella. 

Vitt. E v’ingannò tacendo? 

Elis. Tutto mi disse, ma era già caldo il cuor 
nostro d’un reciproco affetto. 

Vitt. Egli dovea sciogliere il primo trattato, o 
lasciarvi. 


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l6 LA NOVELLA SPOSA 

EUs» Gli fu intimato da suo padre di restituirsi 
in patria , e adempiere la promessa. Partì 
giurando di liberarsi dall’ impegno, di otte- 
nere l’assenso paterno, e ritornare quanto 
prima a Milano. Pregò me e la zia di nulla 
dirne e di aspettare il suo ritorno. Intanto 
mio padre , d’ accordo col signor Remigio, 
mi avea già fatto conoscere Tebaldo, il quale, 
come vi è noto, s’invaghì di me, e poco 
stante domandò la mia mano. Io prendeva 

< tempo a risolvere : ma passarono tre setti- 
mane senza lettere, senza novelle. . . Tebal- 
do era impaziente d’una risposta; mio pa- 
dre insisteva già con vigore ; ed io stava per 
tutto palesargli. Ma mi trattenne la zia e la 
data parola . . . Dìo , dio perchè noi feci ? O 
sarei appieno felice o almen libera. Per to- 
gliermi di sì crudele ansietà, promise la zia 
di scriverne ad una sua amica. Infatti o fosse 
ingannata da false informazioni, o non vo- 

' lesse contrariare il divisamente di mio pa- 
dre, mi presentò una lettera di risposta, 
con cui le veniva significato che il mio ami- 
co non aveva potuto sciogliersi dalla data 
parola , ed era ammogliato. 

Viti. Comprendo tutto. 

Elis. Lo spazio di tempo trascorso , il silenzio 
mi confermarono in questa credenza. £ al- 
lora tra per l’ira e il dispetto, e il desiderio 
di mio padre, i consigli della volubile zia, 
ed una specie di disperazione che s’era im- 
padronita di me , senza più curare di certiR- 


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ATTO SECONDO 17 

carmi) alii misera! consentii alle proposte 
nozze) e divenni moglie a Tebaldo. 

V'itt. E l’amante? 

Blis. Oh la più amara delle angosce! fatto 
appena il maritaggio, ricevo segretamente 
una sua lettera . . . 

Viti. Raccapriccio. 

Elis. Egli era caduto infermo in una villa lon* 
tana, sent’ aver persona cui aflidare l’incari- 
co di scrivermi... dipoi aveva sciolto il 
trattato, ottenuto l'assenso del padre; e an- 
cora convalescente si disponeva a tornare.... 

Sventuratissima ! non proseguite. . . 

Elis. Quale io fossi in quel momento non po- 
trei dirvelo. . . il timore che si scoprisse la 
cosa mi fece chiedere, supplicar di partire... 
mille furono i pretesti e presso mio padre e 
presso Tebaldo. . . 

Vitt. Cieli, ricomponetevi, egli viene. 

Elis. Come, come nascondere il mio pianto? 

Vitt. Sedete. . . sediamo: ecco questo lavorìo 
di merletti: ponetevi gli occhi sopra. ( pre- 
sto presto seggono presso un tavolino^ ed ese- 
guiscono ) 

Elis. Parlate voi. . . io palpito, tremo. . . 

Vitt. Sì, brava ; due punti qui, e il Bore vi 
riuscirà vistoso ed appariscente. 


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LA NOVELLA SPOSA 


»3 


SCENA IL 
TliBALDO e dette. 

Teh. E’ inutile che cerchiate di ricomporvi: 
Elisa ^ voi avete pianto. 

Elis. Non posso negarlo. 

Ttb. La ragione ? 

Vili. Signor Tebaldo, non è cosa insolita il 
pianto nelle novelle spose. E poi, perdonate 
la mia schiettezza. . le vostre gelosie. . . . 
perfino del signor Fidenzio, d’uu cugino vo- 
stro, e appena giunto. . . 

Tcb. Elisa ha dunque provato dispiacere eh’ 
io abbia allontanato da lei il cugino ? 

Elis. No, mio sposo. 

Vili. Non dico questo: anzi. . . 

Tcb. Si consoli: egli non tarderà a ritornare; 
è andato dalla signora Bettina nostra paren- 
te, che mìo zio ha invitata a pranzo. E poi 
egli soggiornerà un mese da noi ; e, per poco’ 

- che lo preghiate, ci si fermerà due, tre, 
c^uanti vorrete. ( ad Elis. ) 

Elis. Assicuratevi, Tebaldo, che non mi preme 
di lui niente affatto: ch’ei rimanga o eh’ ei 
vada , per me è lo stesso. 

Teob. Perchè dunque questa perenne tristezza, 
questo invincibile abbattimento? 

Viti. Poco per volta. . . 

2'eb. ( continuando ) Sono io dunque tanto 
spregevole agli occhi vostri, e così sfortu- 


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ATTO SECONDO 


nato da non poter meritare un sorriso, uno 
sguardo solo di compiacenza? 

Elis. {si alza) Che dite, mio sposo? Voi spre- 
gevole a’ miei occhi? voi di tante doti for- 
nito cheogni altradi me più avvenente e gen- 
tile, dovrebbe stimarsi avventurosa di pos- 
sedervi? Deh siate certo, che mi troverete 
sempre fedele al mio dovere, desiderosa di 
compiacervi, presta ad ubbidirvi. 

Teob. Ubbidire, no: questa parola non debbo 
uscire dal vostro labbro, come non uscirà 
mai dal mio. V’amai, appena v’ ebbi vedu- 
ta , e pur troppo v’amo sempre con maggio- 
re trasporlo. ^ • 

Elis. Ne ringrazio il cielo: egli sa, s’ io vi so- 
no riconoscente. 

Teb. Ma ad un cuore che ama tanto non basta 
la fedeltà del dovere. 

Elis. Io vorrei. . . ... 

Viti. Conviene anche riflettere che il cambia- 
mento di stato , r allontanamento da’ pa- 


renti , dalla patria. • . 

2'eb. Come? vorrebbe accusar me. . .? 

Elis. [interrompendolo) No, no, sono io stes- 
sa che v’ ho pregato di condurmi a Trieste: 
nè crediate eh’ io desideri di ritornare a Mi- 
lano. Mio padre verrà da noi sul Unir del- 
1 autunno .% . io l a 
tutto quello che pos 
sidcrare presso di 
amor,oso zio. . . ah 
che non credete, l’ 


io Ito. . • 

Tionevol mente de- 
I compagnia dell’ 
Ido, apprezzo più 


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1 


3o LA NOVELLA SPOSA 

pagna . > . anzi mi pare non esserne degna 
abbastanza. 

Teb. Che dici mai? 

Elis. Deh non interpretate sinistramente que- 
sti momenti per voi penosi . . . saranno bre- 
vi , lo spero : condonate la sciocca mia debo- 
lezza, e non cessate di continuarmi T affetto 
vostro. Esso mi è mallevadore di quanto può 
desiderare di bene fra le domestiche mura , 
una sposa onesta e fedele. 

Vitt. ( da se ) ( Qual virtù! ) 

Teb. Oh care voci! oh mia diletta sposa, io 
non ricerco di più; quando sono certo che 
niuno altro occupi parte di quel cuore che 
esser dee tutto mio, sono pago abbastanza. 
Verrà, sì. Io spero, verrà quel giorno che 
ricambierai i miei teneri sentimenti con ar- 
dor pari al mio. . . lasciami, cara, lasciami 
tutta questa speranza. 

( /’ abbraccia nobilmente ) 
Elis.Sìj mio sposo, il cielo mi vede l’animo, 
e conosce tutto quello di che sono capace , 
tutto quello di che abbisogniamo io e voi... 

SCENA III. 

REMIGIO dalle sue camere , e detti. 

✓ 

Rem. Bravi, così va bene, mi pare che comin- 
ciate od avere giudizio. 

Teb. Signor zio, sono il più lieto uomo del 
• mondo. 


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Atto secondo 3i 

Rem. Cile vuoi dire , madama Vittorina , che 
avranno fìne le malinconie? 

Vitt. Così spero. 

Rem. Tanto meglio, ne godremo tutti. In- 
tanto questa mattina avi*emo a pranzo buon 
numero di parenti. Ricordatevi, madama... 

Viti. Quasi ogni giorno volete favorirmi. 

Elis. Ci siete cosi cara. . . 

Tcb. Mia moglie non può stare senza di voi. 

Vitt. Bontà (ìeir animo suo. 

Rem. Insomma dovete venire. 

Teb. Ve ne prego aneli’ io. 

Vitt. Non saprei come ricusare. . . 

SCENA IV. 


GILDA firettoloia , e detti. 

Gii. Madama, il suo servitore le fa sapere, 
che sono giunti or ora in casa sua due fore- 
stieri che r aspettano. 

Vitt. Forestieri in casa mia! sono francesi? 

Gii. Non saprei davvero. 

Vitt. Sì, sì, saranno i miei cognati di Marsi- 
glia, co’ quali abbiam da verificare ed ac- 
certare qualche conto. Mio marito mi ha la- 
sciata erede^ ma quante partite confuse. . . . 
signor Remigio. . . dovi'ò nuovamente pre- 

Rem. Disponete di me, di mio nipote, di tu- 
ta la casa; i buoni negozianti fanno poctoe 

parole. 


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3:» LA NOVELLA SPOSA 

Tei). Madama, verrò io da voi, ovvero mi fa- 
rete avvisato. . . 

Vilt. Approfitterò delle gentili vostre prof- 
ferte. . . a rivederci. 

Kcm. Siamo intesi; e se sono vostri parenti, 
conduceteli a pranzo da noi. 

Viti. Non so ancora, vedremo. 

Hem. Non ci è replica. 

Viti. Quanta bontà... 

( saluta e s’ incammina ) 

Elis. ( accompagnandola sino all' uscir di 
scena ) ( Arnica, tornate presto, non mi 
abbandonate.) ( piano ) 

Vilt. ( Coraggio, vostro marito è contento: il 
cielo farà il resto.) ( parte ) 

SCENA V. 

REMIGIO, ELISA, TEBALDO c GILDA. 

Rem. Che buona persona è quella signora Vit- 
tori na ! savia , prudente. . .suo marito era un 
negoziante attivo, ma intraprendeva troppo. 

Telf. Infatti ha lasciato molti conti aperti con 

- varie case di Marsiglia... ma che cosa è 
questo strepito ? 

R(fm. La signora Bettina e Fìdenzio avranno 

. incontrato Madama; Fidenzi<^ide, scherza. 

• Vedi un poco, Gilda. . . 

OH. ( osservando ) Sono dessi : eccoli. 


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ATTO SECONDO 


33 


SCENA VI. 

La signora BETTINA , FIDENZIO che la terve 
di braccio f e detti 

Fid. Siamo qnì, la signora Bettina, la mia 
antica fiamma ed io. 

Beli, Ma tacete una volta. . . Signor Bemigio, 
cugini. . . 

Rem. E vostro marito? 

Bctt. Lavora ; verrà più tardi. 

Fid. Vi ricordate, signor zio? dicci anni fa, 
nella mia adolescenza, io adorava questa in 
allora brillantissima stella. 

Bell. Non avete che baie pel capo, e non fa- 
rete mai giudizio. 

Fid. Ma avete ancora lo splendor di Venere 
quando tramonta. 

‘ Ben. Insolentissimo cugino. . . 

Fid. Tutto per iscberzo, non mai per offen- 
dere. 

Ben. Signora Elisa, è la quinta o sesta volta 
cb’ io vengo da voi, e non mi avete ancor 
fatto vedere i vostri gioielli, gli abiti e gli 
altri presenti di nozze. 

Rem. Questi sono affari di rilievo. 

Elis. Posso soddisfarvi al momento. 

Bell. Son venuta di buon’ ora a bella posta. 

Fid. Ed io avrò il piacere di dirvi, se gli as- 
sortimenti sono di buon gusto. 

Bett. Le robe sono fatte a Mil^^o^* 

ELis. Tutte. 

Eovella Sposa 


3 


34 I-A NOVELLA SPOSA 

Belt. Manderò la mìa sarta. 

Elis. Siete la padrona. 

Fid. Io, io darò le norme. 

Elis, Gilda andate nel guardarobe, ed aprite. 

Gii. Subito. ( 5* incammina, poi Lorna indie- 
tro conte si accennerà ) 

Teb. ( a Fid. ) V’ intendete anche di vesti, di 
mode? 

Fid. Di vesti, di mode, di acconciature 

per esempio , chi è, sposina, colui, che ha 
Ponore di maneggiare questo bellissimo cri.* 
ne ? ( osservando i capelli di Elisa ) 

Gii. {fermandosi ) Io stessa, ed ho imparato 
a Milano. 

Fid. Oibò, oibò. ( disapprovando col capo ) 

Gii. Come vuol giudicare al mattino. , . 

Fid. ( c. s. ) Oibò , oibò. . . 

Teb. ( Ma vedete, signor zio, “) 
quali noie! ) > 

Reni. ( Ci diverte, lascialo fare. S 

Fid. Perdonatemi, cameriera elegantissima, 
la vostra padrona è ancora in negligé', ma il 
negligé d’una sposa vuole una cura specìa> 
le. . . per esempio, questo ciulFetto fa un in- 
sulto all’ occhio ciprigno (*) bellino di mia 
cugina. 

Teb. Fidenzìo poi. . . ti prego. . . 

Fid. Cugino, prega quanto^'vuoi , ma non pos- 
so softrire le irregolarità. ( aggiusta con 1 
uno spillo una parte de' capelli di Elisa) 
non mai per offendere {a Teb. ) uria 

O Se l'occhio ddl’ attrice non li aisnrro , ai caogerii l’ espreaaioiM. 


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Atto secondo 35 

sposa... supponiamo, debb’ essere amabile 
agli ocelli soli del marito ... va ... va ... . 
va bene, siamo d’accordo. Gilda, che vi 
pare , eh ? 

Gii. Imparregiabile! ( ironica ) cbiegga licen- 
za al signor Tebaldo, ed io le cederò il luo- 
go alla toletta. {parte) 

Bett. Se abbia rn da veder queste vesti ... 

Biis. Sono a’ vostri comandi. 

SCENA VII. 

Uno SCRIVANO con lettere, e detti. 

. Scriv. Signor Remigio, le lettere della posta. 

( dà alcune lettere a Rem. ) 

Tei). Per me nessuna? 

Scriv. Nessuna. 

Elis. Ve ne avrà di mio padre, di mia zia? 

Rem. Una sola di vostro padre, e diretta a me. 
Portate quest’ altre nel mio Scrittoio, c dite 
a’ giovani che or ora verrò di là. 

Scriv. Entra nelle camere di Remigio. 

Elis. Sono ansiosa di sapere . . . 

Rem. Aspettate cb’ io abbia letto. 

( apre e legge ) 

Pid. Non v’ ba nulla di più curioso, quanto il 
vedere le variazioni nel volto di coloro che 
leggon le lettere. Qualche volta mi fermo 
presso r ufficio della posta . . . 

7'eb. E’ un bel passatempo. 

Fid. M’ accorgo quando un negoziante legge 
una perdita. . . 


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36 LA NOVELLA SPOSA 

Rem. ( Cieli , che mi si scrive mai ? ) 

{da sè leggendo ) 

Fid. Quando un litigante non ha vinta la lite, 
o un amante ha perduta I’ amica. 

* Bett. Quante ne andate studiando! 

Elis. Come sta mio padre? ( a Rem. ) 

Rem. Bene ... vi saluta ... vi scriverà . . . 

Fid. Ed ecco, per esempio, si direbbe che il 
zio tutto si turba nel leggere i caratteri del 
signor Arrigo 

Rem. Parlatore eterno. 

Fid. Tutto per ischerzo, non mai per o£fen» 
dere. 

Elis. Qualche disgrazia forse?... 

Reni. Cose lontane ... di nostri amici, corri- 
» spendenti . . . 

Elis. ( Non so perchè il cuore mi trema. ) 

( da sè ) 

Bett. Anche a voi, signor uomo allegro, acca» 
drà di leggere alcuna volta cose che . . . 

Fid. Pritna di pranzo non leggo mai, perchè 
in que’ preziosi momenti si dee allontanare 
ogni pensiero che impedisca una deliziosa 
pappata. 

Bett. Dopo . . . 

Fid. Peggio; perchè una cattiva nuova intor-* 
bida le digestioni. 

Bett. E quando leggete? 

‘Teb. Sei un vero originale. 

Fid. Leggo prima di entrare a Ietto. 

Bell. V’ impedirà il sonno. 

Teb. Così mi pare. 

Fid, Se alle prime, primissime frasi o parole 


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ATTO SECONDO Zj 

mi accorgo che vi sia niente, niente di noio- 
so o di sinistro, non vo più avanti, bevo un 
bicchierino di malvasia, e mi addormento. 

Ì?e/w.Se permettete, io mi ritiro pe’miei affari. 

Jiett. E noi andremo a vedere i regali. 

Fid. Signora Bettina , eccomi . . . 

Teb. ( da sè ) Manco male. ) 

Fid. Ma no: Tebaldo, tu accompagnerai la cu- 
gina; ed io, finché starò in Trieste, mi farò 
un dovere di usare i petits soins alT amabile 
tua sposa. ( parte con Elisa ) 

Teb. ( Egli è cosi ridicolo, che quasi quasi 
non ne sono più geloso. ) ( da sA ) Favorite, 
cugina. ( parte con Bell. ) 

SCENA Vili. 

REMIGIO Bolo. 

Quale scoperta! un amante d’ Elisa, e partito 
di Milano con le poste per venirla a vedere! 
( rilegge ) „ Egli è partito ieri pieno di do- 
,, lore e di disperazione, maledicendo mia so- 
„ reila... deh pei santi legami dell’antica no- 
„ stra amicizia , Remigio, vi prego, vi scon- 
,, giuro, impedite allo sciagurato, che ri- 
,, vegga mia figlia.,. Ora comprendo l’umor 
suo malinconico, la svogliatezza „ Ricorrete, 
,, se fa d’uopo, a Ila potestà del Governo: non 
j, so più che mi scriva ,, Infelice ! ,, fate che 
,, parta insomma, e pensate eh’ io sto nell’ 
„ ambascia finché non ho ricevuta rispo- 
„ sta. „ Si vada, lascerò il nome all’ ufficio 


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38 I-A NOVELLA SPOSA 

de’ passaporti .... darò gli ordini in casa , 
procuriamo che Tebaldo ignori il tutto. Sa.« 
prò l’ arrivo di colui ... e se non si arren- 
de...? povero Remigio, povero Tebaldo! 

infelicissime due famiglie ! 

( entra nelle sue camere. ) 


Fine dell* Atto Secondo» 


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ATTO TERZO 


Camera in casa di madama Viltorìna con varie en> 
trale; una delle quali, a mano destra presso l’estre- 
mità del teatro, introduce nelle stanze destinate ad 
Alfredo. Tavolino, a destra, con T occorrente per 
bcrivere. 


SCENA PRIMA 

ALFREDO in soprabbilo da viaggio 
e PAOLUCCIO C*). 


Alf. Che strana combinazione! così presso di 
lei, e mia sorella sua vicina ed amica! 

PaoL Ed io conoscente di quella bricconcella 
di Gilda ! 

Alf. Ma tutto questo a qual prò? Elisa è d’ al- 
tri. Oh idea terribile cui ,non posso soste- 
nere ! 

Puoi. Da Livorno siamo andati precipitosi a 
Milano, e ahbiam trovato fatto il matrimo- 
nio: era pur meglio tornarsene a Livorno; 
ma no, siara venuti precipitosi a Trieste. . . 
e qui che faremo? 

Alf Voglio che la mia presenza sia d’un ama- 
ro rimprovero alla sua perfidia , alla sua in- 


(*) Si dice sopravveste perchè non »» potrò dire soprabbitvf 


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4o LA NOVELLA SPOSA 

costanza; voglio che mi sappia misero, c 
non sia mai più felice ella stessa. 

Paol. Bellissima consolazione! ma la povera 
signora fu inginiiatu dalla zia mercè d’una 
falsa lettera, l’abbiamo pur saputo a Mi- 
lano. 

Alf. Elisa non doveva mai prestarvi fede. 

Paol. Ora, signor padrone, dopo tutto lo stre- 
pito che VS. ba fatto in casa di quella furba 
vecchia . . . 

Alf. E come avrei potuto frenarmi ? 

Paol. La compatisco: ma, dopo ciò, temo, 
non siano per succedere cose sinistre. 

Alf. Succeda quel che vuole ; mi conviene pen- 
sar subito al modo di presentare la com- 
mendatizia al signor Remigio: chi gli scrive 
è grande amico suo e mio. 

Paol. Se VS. va in casa, e la signora Elisa lo 
vede, addio siam belli e fritti. 

Alf. E’ vero. ( pensa da sè ) 

Paol. Io confiderei ogni cosa a madama Vit- 
torina . . . 

Alf. No: mia sorella'è troppo savia, non è il 
caso; cercherebbe anzi d'impedire. . . farò 
cosi: scriverò un viglietto ai signor Remi- 
gio, accompagnando la commendatizia. 

Paol. Bene. 

Alf. Tu lo porterai alla cameriera tua cono- 
scente. . . 

Paol. Ho capito . . , 

Alf. Impiegando ogni mezzo per renderla a 
noi favorevole. ( dà una borsa ) 


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ATTO TERZO 4l 

Paol. Io non so veramente, se la Gilda sia tal 
donna da lasciarsi vincere a questi argo- 
menti: se la signora Llisa non avesse licen- 
ziata queir altra che aveva da ragazza . . . 

Alf. Meno parole, e più zelo pel tuo padrone. 

Paol. Le dii'ficoltà sono grandi, i pericoli 
molti... 

Alf. Prega, scongiura, prometti anche di più : 
finalmente il parlare ad Elisa non è delit- 
to; [si pone a tavolino per iscrivere) e vo- 
glio a qualunque costo parlarle. 

( con Jorza, e scrive ) 

Paol. Quanti guai prevedo che, tornando a 
Livorno, si potrebbero. . . 

Alf. Non iiritarnii. 

Paol. Viene Madama: mi pare finalmente che 
con una sorella. . . si potrebbe arrischiare... 

Alf. Sovvengati che, se ti sfugge con esso lei 
una parola , una parola soia , non sei sicuro 
dall’ ira mia. 

Paol. Non occorr’altro. 

SCENA IL 

Madama VITTORINA e detti. 

Viti. Fratello, appena arrivato, scrivi? 

Alf. ( scrivendo ) Scrivo a un signor Remigio 
De’ Bruni , negoziante. . . 

Vitt. Egli è mio vicino; e questo appartamen- 
to l’ho tolto a pigione da lui. Ti posso pre- 
sentare io stessa a tutta la famiglia. 

Alf, Per ora no. ( come sopra ) 


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LA NOVELLA SPOSA 

Hanno una sposa novella in casa, una 
milanese, la più amabile, la più virtuosa... 
Jlf. ( Che tormento! ) ( da sè ) 

Puoi. (Parlate, svelate, signor padrone, io mi 
ritiro. ) {piano ad Alf. ) 

Alf. [piano c presto ) { Taci, sciagurato. ) 
Vitt. Lo sposo è figliuolo appunto d’un fra- 
tello del signor Remigio, geloso forse un 
po’ troppo; ma trattandosi d’un mio ger- 
mano. . . 

Alf. Per l’amor del Cielo Vittorina... ( si 
alza^piega il viglietio, fa la soprascritta, 
mentre continua il dialogo ) 

Vitt.ìAi sembri inquieto ed agitato oltremodo. 
Alf. Può darsi. ( come sopra ) 

Vitt. Se hai qualche cosa che t* intorbidi, deli 
non celarlo ad una sorella che ti ama. . . 
Alf.\jA vita dell’uomo è un misto d’amarezze... 
Vitt. Prosiegui: sebbene sono parecchi anni 
che non ci siam veduti, non e mai venuto 
meno il mio affetto. 

Alfr. Gessa per ora , parleremo a miglior uo- 
po ; io vado a vestirmi dovendo uscire per 
varie incombenze. . . Tu porta questo pie- 
go al signor Remigio, ed eseguisci a dovere 
quanto io ti ho imposto. 

( a Puoi., ed entra nelle sue camere ) 


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ATTO TERZO 


43 


SCENA III. 

Madama VITTORINA e PAOLUCCIO. 

Paol. Sarà in casa a quest’ ora il signor BemU 
gio ? 

Viti. Ditemi in confi'Ienza : clie lia mio fra- 
tello che così lo conturba ? 

PaoL Non saprei, signora. 

Vili. Gli è molto tempo che lo servite? 

Paol, Saranno tredici mesi. 

Viti. M’avveggo che siete il suo confidente. 

Paol, Lo servo con atfetto e riconosceuza , ma 
poi . . . 

Viti, £ sapete benissimo la cagione di sua tri- 
stezza. 

Paol. Con permissione. . . ( per andarsene ) 

Vitt, Perchè volete tacere con me sorella sua, 
quello che gli dà pena? io potrei forse gio- 
vargli. 

paol. Impossibile. 

Vili. Impossibile! che sento mai? 

Paol. ( L’ ho detta , maladettissimo , e non 
posso più ritirarla. ) [ da sè) 

Vitt. ( con maggior forza ) Voi parlate tra 
voi; qualche disgi-azia di certo... vi prego... 

Paol Mi lasci andare. . . 

Vitt. O parlate voi, o vo da mio fratello. , . . 
non mi fate tremare. . . sarò prudente é di- 
screta . . . 

Paso/. ( Come aggiustarla? ) ^ {dasè) 

Vitt. Non avrete a lagnarvi di me. 


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44 LA NOVELLA. SPOSA. 

Puoi. Senta. . . ma per amor del Cielo. . 

Viti. Via , proseguite. 

Puoi. Ella sappia adunque, che una disgra- 
ziata malleveria. . . 

Di nostro padre? 

Puoi. Appunto. 

Viti. Non so comprendere: mio padre non 
volle mal farsi mallevadore per nessuno; ri- 
cusò perfino a mio marito e per una piccola 
somma. . . il che fu cagione fra noi di fred- 
dezza e dissapore. 

Puoi. Poi un fallimento enorme. . . 

Viti. Sono anni che mio padre si èritirato: 
forse mio fratello. . . 

Paol. Ella dice bene: il signor Alfredo... che so 
io. . . due bastimenti che venivano da Odes- 
sa, perduti.... un incendio al magazzino 
delle sete... un socio traditore, un com- 
messo ladro. . . 

Viti. Cieli, cieli, quante disgrazie. . .! 

Paol. ( da sè ) ( Or ora non sapevo più quali 
inventare. ) Infine la famiglia è desolatis- 
sima. 

Viti. Ma questo viaggio. . .? 

Paol. Egli cerca il modo di trovar denari, di 
salvare l’onore. 

Vili. Ma qui non ha corrispondenti ch’io sap- 
* pia. 

Paol. Le dirò: siccome a Milano. . . anzi piut- 
tosto, perché a Trieste. . . il padre. . .e poi 
il signor Remigio per cagione d’ un altro 
amico. . . mi capisce bene. . . 

Viti. Vi confondete assai. 


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Atto terzo 45 

Paol. Mi lasci andare o mi confonderò ancora 
di più. 

Alf. ( di dentro con forza ) Paoluccio, Pao- 
luccio? 

Paol. Povero me, mi raccomando. ( Dirò «I 
padrone che sostenga il gioco. ) 

( da sè, ed entra da Alfredo ) 

Vitt. Quale disgusto per mio padre! egli che 
avea tanto credito in tutte le piazze, vedere 
ora che suo figlio. . . 

SCENA IV. 

REMIGIO < Madama VITTORINA. 

Rem. Perdonate, Madama, se vengo avanti. 

Vitt. Siete sempre il padrone. 

Rem. Rientrato ora in casa, mi fu detto che 
non i due vostri cognati di Marsiglia ma 
sibbenc che v’è giunto un fratello. 

Vitt. E’ verissimo. ( Non so s’io gliene debba 
toccare una parola. ) 

Rem. Sono venuto per offerirgli la mia ser- 
vitù. 

Vitt. Egli è di là che si veste; ed ha appunto 
non so quale commendatizia per voi. 

Rem. Dove potrò essergli utile , il farò volen- 
tieri. ( Madama mi pare agitata. ) [da se) 

Vitt. Conosco a mille prove la bontà delPani- 
mo vostro. 

Reni. Lasciamo i compungenti. 


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46 


LA NOVELLA SPOSA 


SCENA V. 

PAO LUCCIO che ritorna : i suddetti, 

Paol. ( da sè uscendo ) ( Ho fatto bene ad in- 
formarlo. ) 

Viti. Galantuomo, questi è il signor Remigio 
a cui dovete consegnare. . . 

Paol. La riverisco , signore: ed eccole una let- 
tera del mio padrone. 

Hem. Se permettete. . . 

Vitt. Servitevi. 

Rem. apre e leg^e^Vuna dopo Vallray le due 
lettere. 

yitt. Non è ancora vestito mio fratello? 

Paol. Signora sì : vuole di’ io Io avvisi ? 

Vitt. Non occorre: andate pure per le vostre 
incombenze. 

Paol. ( Mentre il signor Remigio è qui , farò 
di parlar con la Gilda. ) ( da sè parte ) 

SCENA VI. 

Madama VITTORINA e REMIGIO. 

Rem. ( da sè leggendo ) Non bo più dubbio, 
è egli stesso. ) 

Vitt. ( da sè osservando Rem. ) ( Mi sembra, 
assai pensoso. ) 

Rem. Perdonate , Madama : vorrei poter favel- 
lare da .solo a solo col signor Alfredo vo- 
stro fratello. 


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ATTO TERZO 47 

Ah signor Remigio, ve lo raccomando. 

Rem. Eh die? siete iiit’orinata. . .? 

Vilt.So tutto, pur troppo; ma non da lui, 
dal suo servitore e con la massima segre- 
tezza. 

Reni. Pensate ! ed ha osato con certi suoi pre- 
testi farsi raccomandare a me da un mio 
buon amico di Milano. 

Viti. Deh non gli negate assistenza dove pote- 
te: consigliatelo bene; e per queU’amici- 
zia che aveste in ogni tempo per mio mari- 
to e per me. . . 

Rem. S’ egli ascolterà i miei suggerimenti. . . 

yilt. Egli è un giovine ragionevole. 

Rem. Non troppo, madama, non troppo. 

yUt. Insomma egli si trova in tali condi- 
zioni. . . 

Rem. Lo compatisco. 

yitt. La sua inesperienza. . . 

Rem. In una parola non vi ha che un mezzo 
unico, solo. 

yitt. E sarebbe? 

Rem. Ch’egli abbandoni subito Trieste e tor- 
ni a Livorno. 

Vitt. Almeno per pochi giorni. . . 

Rem. Come? 

yitt. Finche abbiamo concertato il mezzo di 
poterlo consolare. 

Rem. Madama. . . ( gravemente ) 

yitt. In quel poco eh’ io posso , rn’ impiegherò 
con tutta r efficacia. . . 

Rem. Madama ... ( come sopra ) 


DìQ'*''’ 


C.oogic 



48 LA NOVELLA SPOSA 

Vitt. Si tratta d’ un mio fratello. . . 

T\em. Mi meraviglio. 

Vitt. ( senza interrompersi ) Il quale forse 
non ha colpa ; e il destino, . . 

Rem. Che colpa , che destino, poiché non vi è 
alcun riparo? 

Vitt. Io spero di sì. 

Rem. Pensate all’ onore. » . 

Vitt. Lo so, lo comprendo. . .’ 

Rem. ( proseguendo ) Alla tranquillità di Te- 
baldo, di questo sposo infelice, alla riputa- 
zione della stessa Elisa. ... 

.Vitt. Chehan da fare col signor Tebaldo le 
perdite e i fallimenti di mio fratello? 

Rem. Fallimenti! 

Vitt. Così m’ ha detto il servitore. 

Rem. Vogliono dunque ingannarvi. 

Pltt. Mio fratello è qui venuto. . . 

Rem. ( interrompe e con voce sommessa ) Per 
rivedere Elisa di cui era in Milano l’aman- 
te riamato, prima eh’ essa divenisse sposa 
a Tebaldo. 

Vitt. Me infelice, che ascolto mai? 

Rem. Ecco il motivo della tristezza d’ Elisa. 

Vitt. Pur troppo. . . ah viene mio fratello. 

Rem. Lasciatemi solo con lui per pochi mo- 
menti. 

Vitt. ( Quale scoperta! come, come riuscirne 
con prudenza ed onore!) {da sè e si ritira) 


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ATTO TERZO 


49 


SCENA VII. 

ALFREDO in abito di città t e REMIGIO. 

Rem. ( gli va incontro ) Signore, ho letto il 
▼ostro viglietto e l’inclusa del mio e vostro 
amico Simons. 

Alf. Siete adunque il signor Remigio de’ 
Bruni ? 

Rem. Io stesso per ubbidirvi. Mi scrive l’ami- 
co che siete venuto a Trieste per accerta- 
re qualche vostro credito, e che dovrete 
quindi imbarcarvi subito per tornare a Li- 
vorno. 

Alf. E’ verissimo. 

Rem. Bene; potete informarmi di che si trat- 
ta, disporre interamente dell’ opera mia. . . 

Alf. Vi ringrazio. . . 

Rem. E partir presto quanto volete. ( Non so 
dove cominciare. ) ( da sè ) 

Alf> A dirvela, aspetto una certa scrittura. . . 
verrò da voi , se permettete . . . 

Rem. Vi ripeto che potete affidarmi le vostre 
incombenze con la massima sicurtà... Vi 
c appunto un buono imbarco per Livorno : 
il capitano è mio amico, persona di ottimo 
recapito; nè potreste così agevolmente tro- 
vare una miglior congiuntura. Se volete, io 
stesso. . . 

Alf. Aspetto una carta, come ho detto. . . Vi 
sono tuttavia obbligato. . . ma dovrò indu- 
La Novella Sposa 4 


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So LA NOVELLA SPOSA 

giare alcuni giorni. . . . poi mia sorella. ^ 
non so bene. . . in ogni caso vi pregherò.... 

( con imbarazzo ) 

Rem* Signore Alfredo. . . . 

( con pravità e forza ) * 

Alf Signore 

Rem. Vi consiglio a sollecitare la tostra par- 
tenza. 

Alf Che preme a voi ? 

Rem. Molto a me; molto e piò ancora dee 
premere a voi, e all’onor vostro. 

Alf Mi stupisco. ... nè comprendo. . . . 

( confuso ) 

/lem. Vi basti. Tebaldo è tal marito che co- 
nosce i suoi diritti; ed io sono zio di Te- 
baldo. ( con sempre maggior forza ) 

Alf. Ah signor Kemigio. . . e come mai sup> 
ponete ... ? ( come sopra ) 

Rem. Che più? posso appagarvi con la lettera 
stessa del signor Arrigo, padre della signo- 
ra Elisa. 

Alf. Del signor Arrigo! 

Rem. In easa di cui , giorni sono, vi siete fatto 
conoscere con impeti d’ ira disordinatissi-' 
mi. ( vuol porgere la lettera ) 

Alf Vi credo... non occorre.... (Lamia 
imprudenza ha tutto scoperto.) 

( da sè agitato ) 

Rem. Compiacetemi: leggete, e condannate 
poi, se vi sarà possibile, le mìe sollecita- 
zioni e quelle del signor Arrigo. ( Dd la 
lettera ad Alfredo y il tfuale la legge pia^ 
no e tremando : e Remigio continua paca- 


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ATTO TERZO 5f 

tamcnte sì j ma con molla espressione di 
comniovi melilo. ) La corrispondenza vostra 
con Elisa lanciulla e libera, era innocente. 
Compiango la fatalità per cui, credendovi 
essa mancatore, acconsentì a sposar mio 
nipote. Ma Elisa è vincolata con sacro, eter- 
no legame ad un marito cbe I’ adora tene- 
ramente: saggia, virtuosa moglie a|>prezza 
le doti di Tebaldo, e non può non amarlo: 
sarà questa fra poco una fortunata fami- 
glia, a cui l’ainor conjugale, la reciproca 
stima , e un tenor di vita ragionevole e tran- 
quillo assicurano una continuata, invidia- 
bile prosperità. 

Al/. Avrà cessato di leggere ^ ed ascolta 
commosso con gli occhi a Icrra. 

Rem. Or bene, voi pf>treste forse con la vo- 
stra presenza riaccendere nel petto della 
novella sposa la mal estinta fiamma; con- 
tristare r innocente marito, fargli conosce- 
re una verità ten àbile a cbi ama con ardor 
pari al suo, armarlo di dubbii, di sospetti, 
trafiggerne il cuore, fargli odiar la compa- 
gna, spargere la desolazione sovra noi tutti. 
Signor Alfredo, siete giovane, bollente d’ 
animo; so che un a?norfe sventurato trasci- 
na a passi precipitosi, inconsiderati, e qual- 
che volta fatali. Ma frammezzo a’ tumulti 
da cui siete ora agitato, negatemi, se po- 
tete, cbe la ragione non vi sia maestra 
di quanto dovete eseguire pel decoro e per 
la pace <li colei cbe amate, per l’onore di 
voi stesso, e delie due famiglie? 


52 LA novella sposa 

y4//. Signore, che potrò dirvi a mia discolpa, 
poiché tutte sapete le circostanze dell’ in- 
felice amor mio? Appena conosciuta la mia 
disavventura, avevo risoluto d’andar lonta- 
no, solo partito a un male senza riparo ... 
e pure, qua, qua mi condussi per rivederla 
an^a una volta... Io le aveva giurata e 
mantenuta la fede; ed essa con inaudita in- 
costanza... 

Bem. Basta, signor Alfredo, . . 

Partirò, ve lo prometto .... ma consen- 
tite che prima .. . , r ,p 

Rem. Nulla posso consentire che disdica all 
onore. Diverrebbe mille volte più acerba 
la condizione vostra. 

Alf. Dunque ... 

Rem. Fuggite, non vi e altro scampo : torna- 
te a Livorno, presso i vostri genitori, in 
seno alla vostra famiglia. 

Alf. Che posso negarvi ... ? 

Rem. Concedete ch’io stesso proceda alla 
\ostra partenza, affinchè col corriere di do- 
mani io sia in grado di ragguagliarne il 
signor Arrigo, di cui avete letto quanta sia 
l’angoscia, il dolore per questa scoperta. 

Alf. Fate, fate voi? mi sottometto. 

Rem. Il Cielo sa, s’ io. vi ringrazio dì cuore. 


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ATTO TERZO 


53 


SCENA Vili. 

Madama VITTORINA c dtUi, 

Viti. Signor Remigio, perdonate . . . 

Rem. Venite opportuna: il signor Alfredo è 
ragionevole, e si dispone a partire. 

Viti. Mio caro fratello . . . 

Alf, Sai dunque anche tu ... ? , 

Vili. Per un equivoco . . • 

Rem. Vien gente da quella parte, [accennane 
do Venir al a comune ) Ritiratevi, signor 
Alfredo. 

Alf. Vi compiacerò, non temete. 

( va verso V uscio delle sue stanze ) 
Rem. Cieli, mio nipote e sua moglie! 

( a mezza voce , osservando ) 
Alf. Dio ! eccola. ( riguarda fra le scene, 
enlra nella sua camera; ma riesce po- 
co si ante, e si ferma sull'uscio socchiu- 
so, in modo che gli allori i eguali vengono 
con Elisa dalla parte opposta, non pos- 
sano a prima giunta avvedersene. Remi- 
gio e V iltorina vanno ad incontrare chi 
viene. Il tutto debb' esser condotto con la 
massima naturalezza e disinvoltura . di 
posizioni e di azione. 


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54 


LA NOTELLA SPOSA 


SCENA IX. 

TEBALDO, ELISA, FIDENZIO t detti. 

Teb. (a Vìtt. ) Mia moglie vuole assolutamen- 
te che voi, malia ma, e i vostri ospiti ven- 
ghiaie a desinare con noi; e siamo qui per 

arrivati gli altri nostri parenti : 
tutti vi desiderano e vi aspettano. 

Fid, Sarà servita una magniBca zuppa alla 
francese. In casa del zio posso fare da mag- 
giordomo , da maestro di casa e da scalco. 
Voglio che ridiamo. . . 

Teb. ( a Fitt. ) Pregherò io stesso il vostro si- 
gnor fra tei lo, se mi concedete T onore di po- 
terlo ossequiare. 

Vitt. Mio fratello non istà troppo bene; e poi 
ha alcuni affari importanti che io ritengono 
in casa. 

Kem. E’ verissimo. 

Vitt. E non posso, nè voglio abbandonarlo. 

Cara Vittorina, non date questo dispia- 
cere a mio marito : fateci lieti di conoscere 
il fratello d’una nostra amica. { mentre si 

. arreca più presso a Viltorina, le vieti ve- 
duto Alfredo che sta sull' uscio., e con voce 
turbata e mal repressa esclama ) Ahimè 
misera ! ( Alfredo si ritrae subito dentro e 
chiude r uscio. Remtgio e Vittorina avve- 
dutisi della cosa, si avvici nano ad Elis. ) 

Teb. Mia sposa ^ che è stato? ti senti male? 


questo. 
Elis. Sono 


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atto terzo 55 

Elis. Nulla. . . nulla affatto. . . 

Ttb. Eppure tu tremi. 

Elis. No, no. . . sì. . . pareva che un affanno 
al cuore. . . che mi sentissi venir meno. . . 

Fid. Presto: in questa triplice hoccettina vi è 
dell’etere, dell’offmann, dello spirito di 

3C6tO • • • 

Tcb. Sei troppo officioso. . . 

( lo impedisce dì accostarsi ) 

Elis. E’ passato, è passato, non mi occorre 
nulla. 

Rem. Scuotetevi, cara nipote, fatevi un po’di 
forza, e vincerete 1’ assalto. 

Elis. ( avendo nuovamente riguardato verso 
r uscio y e rassicurata dal non vedervi per- 
sona y piglia coraggio e prosiegue] Doman- 
do scusa a tutti. Madama Yittorina sa ch’io 
sono talora soggetta. . . 

Fid. E poi al secondo mese di matrimonio.. . 

Rem. Fidenzio. . . 

Fid. Tutto per ischerzo, non mai per offen* 
dere. 

Elis. Andiamo. . . andiamo di là. . . co’ nostri 
parenti... è più paura che altro... anzi 
staremo in buona compagnia.... allegri 
molto. Caro sposo. . .madama, non ci lascia- 
te. ( Cielo, cielo, abbi pietà di me. ) 

( da sè , poi dà il braccio al marito ) 

Teb. Cugino, accompagnerai madama. 

( parte con Elisa ) 

Fid. Eccomi, vedovella amatissima. . . 

yut. Concedete ch’io avverta almeno mio fra- 
tello. 


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56 LA NOVELLA SPOSA 

Rem. Lo avvertirò io medesimo. 

Vitt. E’ qui il suo servitore che ritorna. 

Rem. Tanto meglio. 

SCENA X. 

PAOLUCCIO, Madama VITTORINA, REMIGIO, 
FIDENZIO. 

Paol. Signori . . . con licenza . . . 

( per andare dal padrone ) 

Fid. ( osservando Paol. ) Se non m’inganno, 
voi vi siete ieri sera imbarcato a Venezia con 
noi. 

Paol. Appunto , Signore : ed ella faceva ridere 
tutta la brigata. 

Fid. Il vostro padrone adunque è quel giova- 
ne malinconico.. . . 

Fitt. E’ il mio fratello. . . 

Fid. Deh conducetelo a pranzo dal zio; lo fa- 
remo stare allegro: se permettete, andrò a 
pregarlo io stesso, gli farò violenza. . . 

Rem. Vanne, vanne con Madama, e sii pru- 
dente e discreto. 

Fid. Vi replico. . . 

Fitt. Venite, via. 

Fid. Non capisco nulla , non capisco nulla. 

( parte con Fittorina ) 


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ATTO TERZO 


57 


SCENA XI. 

REMIGIO e PAOLUCCIO. 

Paol. Signore, se non mi comanda. .. 

Rem. Direte al vostro padrone, ch’io parlerò 
al Capitano, e che si appresti al partire. 

Paol. A partire ! e non si può sapere ... ? 

Rem. Sapete quanto basta: e ditegli che mi 
mantenga la data parola , o sarà funesta la 
sua insistenza. {parte) 

Paol. Povero di me ! si è saputo dunque ogni 
cosa ! 


SCENA XII. 

ALFREDO e PAOLUCCIO. 

Alf. Paoluccio . . . 

Paol. Ah signor Padrone ... 

Alf. L’ho veduta un istante. . . cieli non mi e 
mai sembrata si bella. 

Paol. Basta cosi. . . 

Alf. No, che non basta : voglio favellarle. 

Paol. Il signor Remigio mi ha imposto. . . 

Alf. Non temo le sue minacce; voglio parlare 
ad Elisa. 

Paol. Deh non faccia. . . veggo del brutto. 

Alf. Ella ha ancora qualche scintilla di pie- 
tà. . . ch’io sappia dal suo labbro che mi 
ama, e partirò meno infelice! 

Paol. Come faremo, poiché il signor Remi- 
gio. . . 


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58 NOVELLA SPOSA 

Alf- La cameriera che ti fìisse? 

Paol. Pare disposta benissimo. . . 

Alf> Parleremo con lei, mentre gli altri sa- 
ranno a tavola. 

Paol. Per carità ... ! 

Alf. Non rispondere: vieni meco, abbi com- 
passione di me. ( entrano ) 


Fine dell* Atto Terzo. 


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ATTO QUARTO 


Ornerà nell’ appartamento di Tebaldo e di Elisa. 
A mano destra presso l' estremila della scena sarà 
un piccolo uscio con la c biave dentro la serratu- 
ra. A manca sono due entrale: l’unn comune^ l’al- 
tra , verso il proscenio, introduce nella camera de- 
gli sposi. Un canapè a destra , seggiole e tavolini. 

Nolte oscura. 

SCENA PRIMA 

GILDA con una lucerna coperta. 

Viene dalt entrata comune, tutta tremante \ 
e guarda all' intorno* 

A qual riseliio mi espongo per fare una ri- 
sposta a queir infelice, e una cattiva rispo- 
sta ! Eppure T uscire per la porta di casa mi 
sarebbe stato impossibile , tanti occbi ci 
stanno addosso. Puoi uccio sarà sulla loggia 
cbe mi aspetta : debbono partire. . . ( posa 
il lume sul tavolinole va ad aprire l'uscio^ 
lo. ) Di costà son più sicura del fatto mio: 
mi spiccierò con poche parole, e me ne tor- 
no subito. 


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6o 


LA novella sposa 


SCENA II. 

La suddetta, PAOLUCCIO, quindi, e subito t 
ALFREDO. 

Gii. ( accostandosi alV usciolo ) Paoluccio ? 

Puoi. Eccomi. ( entra ) 

Gii. Vedi a quai pericoli mi commettoper com- 

•• piacerti. Dirai al tuo padrone. . . 

Paol. Egli è qui : ha voluto esser meco. . . 

Alf. entra. 

Gii. Ah signore, riflettete. . . 

Alf. Avete consegnato il viglietto? 

Gii. Signor sì. 

Alf. Datemi la risposta e mi ritiro Immedia- 
tamente. 

Gii. La padrona lo ha letto. . . ’ 

Alf. La risposta vi domando. 

Gii. Non potrebbe, nè anche volendo, rispon- 
dere in questi momenti. Infatti all’ uscir di 
tavola, r ho fatta venire con un bel pretesto 
in un’altra camera; ed è venuta con esso lei 
madama Vittorina : due minuti dopo fummo 
sopraggiunti dal signor Tebaldo, e senza la 
mia avvedutezza, il vigliètto . . . 

Paol. Ci mancava questa. 

Alf Proseguite. 

Gii. Per buona sorte non si avvide dì nulla : 
fece due passi nella camera, e se ne tornò di 
là coi convitati. 

Alf. Respiro. 

Gii. Si fu allora che la padrona m’impose di 


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, Atto, quarto 6i 

« 

pregare e di scongiurare VS. a voler partire 
di Trieste, e partir prontamente, per non 
esserle cagione d’irreparabili airaniii* sono 
le stesse, stessissime parole dettemi in pre- 
senza di Madama. . . 

Alf. Sì , partirò: ma allontanarmi senza poter- 
le parlare. . . un istante, un istante solo. . . 

GìL. Non è assolutamente possibile. 

^//'.Queste camere di ehi sono? 

Gii. Questo è Tappartamento degli sposi, e 
qui per lo più s’intrattiene la padrona con 
madama Vittorina. 

Alf. Sono ancora tutti in conversazione? 

Gii. Stanno bevendo il calFè in sala. . . 

Alf. Tornate di là, e dite piano a mia sorella 
ebe qui sono. . . 

Gii. VS. s’inganna: la mia padrona è savia c 
virtuosa; e non consentirà mai, neppure con 
la mediazione, se fosse possibile, di Madama, 
ad alcun colloquio, anche brevissimo. 

Alf. Perchè non ha più scintilla d’amicizia o 
di alletto per me: terribil prova ne ho dalla 
sua incostanza : io son misero per lei, per lei 
sola; ed essa gioisce del suo stato. 

Gii. Signore, ella giudica male, male assai: 
anzi una profonda malinconia; il non corri- 
spondere alle tenerezze del marito, i conti- 
nui sospiri, il pianto, il fuggire, l’odiare 
ogni qualunque passatempo... se questo non 
basta. . . 

Alf. E posso crederlo? e fia vero?. 

Puoi. Gilda, per carità, non va più innanzi. 


61 LA NOVELLA .SPOSA 

Alf. Qual contraddizione^unqae; amarmi e 
ricusar di parlarmi? 

Gii. Deh si ritiri f^gnor Alfredo; lasci eh’ io 
richiuda T uscio . . . posso esser chiamata; 
può venire alcvino. . . 

Paol. Signor padrone, andiamo. . . 

Alf. Precedimi: verrò fra pochi momenti. 

Paol. Se facciam senno, è un prodigio. 

( parte per lo stesso usciolo ) * 

Gii. Pensi, signore, che la mia padrona è ma- 
ritata, che il marito è sospettoso... 

Alf. Dite a mia sorella che qui l’aspetto. 

Gli. Vada in casa, mi lasci chiudere, e gliela 
mando subito. 

Alf. ( risoluto ) No', di qui non mi muovo. 

Gii. Me disgraziata ! . . Ah signore, tema che. . . 

Alf. Non temo più nulla che il non veder 
Elisa. 

Gii. La supplico per quanto vi ha di sacro. . . 

Alf. Eseguite, o tremate del peggio. 

Gii. Saremo precipitati. 

Alf. Partite. 

Gii. Cielo, cielo, a jutami, non so che mi fac- 
cia. ( parte senza lume ) 

SCENA ni. 

ALFREDO solo. 

La cameriera dice il vero: veggo anch’io l’im- 
possibilità. . . i pericoli. . . Se questa matti- 
na non mi fossi lasciato vedere . . . ma egli 


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atto quarto 63 

era lo stesso , perchè il signor Remigio e mia 
sorella andavano d’accordo. . . . Equi che 
farò se mia sorella non viene? ( s'innoUra 
pian piano sul proscenio y alzandoli co» 
perchio del lume ) Coteste saranno le stan» 
ze degli sposi... fortunato Tebaldo! oh idea 
terribile. . . colei che mi avea profFerto tanti 
giuramenti di fedeltà e costanza ... no , 
Elisa non ha scuse che bastino a discolparla. 
Si fugga, si abbandoni questo luogo fatale, 
la ragione mi dia forza, si parta . . . Cieli, 
s’appressa un lume. . . Sento la Toce d’un 
nomo. . . la porta è aperta ; se passo sono 
riconosciuto. ( aveva fatti due passi per 
tornare dond'era venuto; ma esita per non 
passare, davanti la porta comune ) Che fe- 
ci, ahi misero!. . . nascondiamoci- Dove. . . 
dove? Eh accada quel che vuole il destino ^ 
tutto è finito per me. ( abbassa la jiammet» 
ta della lucerna y ed entra a tentone nelle 
stanze a sinistra verso il proscenio ) 

SCENA IV. 

GILDA, poi subito REMIGIO, e Madama 
VITTORINA. A 

Gii. {forte e dentro alle scene) Signor Remi- 
gio, dia il lume a me; mi permetta. ( etUra 
in i scena col candellierc, e dà d’occhio 
d’ intorno ) Cielo, ti ringrazio, ha sentito e 
se n’è andato. ( posa li lume ) 


64 LA NOVELLA SPOSA 

/ìe/;i. Lasciaci soli , ti replico. ( Ot Gii» ) 
Gii. Vorrei die madama. . . 

Bem. Hai qualche segreto da confidarle? 

Gii. Oh pensi. . . ma se mai alle volte occor- 
resse. . . ( Ha anche smorzato il lume. ) 

{da sè, e va via riguardando ) 
Rem. Che vai riguardando ? vedi piuttosto se è 
serrato 1* uscio clic corrisponde alla loggia. 
Gii. Signor sì, è chiuso. . . ( Povera me! ) 

( da sèj e corre all uscio ) 

Rem. Perdonate, madama. 

f^ite. E’ casa vostri siete il padrone. 

Gii. Serrato, serratissimo. ( da un 
chiave con prestezza , battendo i piedi 
terra', acciò non si senta il rumor del 

Rem. A me la chiave. ( Questo mi stava a cu^ 
re.) ( da se , e va ad assicurarsi , toglie la 
chiave, e la ripone ) Madama, vi chieggo 
nuovamente perdono. 

Vitt. Io sono una donna d’ onore, e vera 
CR di casa vostra. Per altro non mi pare che 
mio fratello fosse mai capace d’abusare. . . 
Rem, Eh signora, quando l’uomo è signoreg- 
giato da una passione.. . Tu vanne, ti ^ph- 
co, va presso mia nipote. ( (X.Gil.) 

Gii. Subito. ( E’ andata bene per un prodigio : 

vo ad informarne la padrona. ) 

( da sè, e parte ) 




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ATTO QUARTO 


65 


SCENA. V. 

Madama VITTORINA e REMIGIO. 

Rem. Mad<ima, non voglio intrattenervi a 
lungo. Vi dirò soltanto, che al primo vento 
favorevole partirà il bastimento. Se il vo- 
stro signor fìatello mi attiene ])arola, Te- 
baldo non saprà nulla, e couserveremo in- 
tatta la pace in famiglia. 

V'ilt. Mi duole che Alfredo, appena giunto, 
debba partire; ma mi rassegno alla neces- 
sità. Andrò dunque in casa. . . 

Reni. Se avete la bontà di aspettarmi pochi 
momenti, il capitano è qui sotto, ritorno 
subito. 

T^ìtt. Potessi almeno io stessa accompagnar 
mio fratello ! 

Rem. Non dubitate, lo alRdo ad un uomo one- 
sto e di giudizio. Pensate che Elisa ha d’ 
uopo de’ vostri e de* miei consigli. . . . par- 
leremo meglio. {parte) 

SCENA VI. 

Madama VITTORINA sold.y^r. 

Veggo anch’io non esservi altro mé;^.cbe un 
pronto allontanamento; ma altrbvè il dar 
consiglio, altro il soffrire gli affanni: tor- 
niamo in sala. . . Parmi che* alcuno si 
muova in quella camera. . . nella casa di un 
La Novella Sposa 5 


66 LA NOVELLA SPOSA 

geloso clii sa mai . , ,{si avvicina alla por^ 
ta della camera^ e «* esce Alfredo ) Cieli^ 
che veggo ! 


SCENA VII. 

ALFREDO e detta. 


( Dialogo rapido e con voce sommessa^ ) 


Alf Deh mia sorella. . . 

Vilt. Imprudente, insensato, di dove esci? 
che facesti? 

Alf M’ ascolta . . , 

Viti. Non v’ è amore, non cosa al mondo che 
scusar ti possa. Tu avrai sedotta la came- 
riera . . . 

Alf Essa è innocente : voleva uscire di là per 
farla risposta a Paoluccio; io mi trovava 
con esso sulla loggia, fu aperto l’uscio, e 
la speranza di vedere Elisa mi fece ardito... 

Vitt. Vano pensiero, folli speranze, ardir te- 
merario che ti disonora: Elisa è virtuosa 
donna . . . 

Alf. Chi può riflettere in tali momenti ? Vole- 
vo quindi partire e non ebbi più tempo. 

Vitt. E’ delitto r esserti inoltrato. 

Alf. Avrai letto quant’ io le scriveva . . . 

Vitt. Eccoti il viglietto che ti restituisce. 
Parti , tei chieggo per 1’ onor tuo, pel mio, 
per la pace di quella sventuratissima donna. 

Alf, Non più, sorella, io mi ritiro. 


D 


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ATTO QUARTO 67 

Or che ci penso. . . o terribile contrat- 
tempo! 

Alf^ Che dici ? 

yiit. Il signor Remigio ha serrato T nscio^ ed 
ha la chiave. . . 

Alf> Insegnami altra via. . . 

Vili. Non vi è altro adito senza pericolo d’in- 
contrare. . . Cieli, viene il signor Tebaldo 
con altri. . . presto, nasconditi nuovamente, 
farò eh’ egli parla. . . Il signor Remigio sta 
per tornare... manderò da lui... non so 
che mi dica o faccia. 

Alf. rientra nell’ accennala camera» 

SCENA Vili. 

FIDENZIO precede con lume. ELISA sostenuta 
da TEBALDO e dallo signora BETTiNAj 
madama VITTORINA. 

< 

Teh. Il credereste, madama? or ora, mentre 
Gilda le diceva non so che all’ orecchio, le 
venne uno svenimento. 

Bell. £ se non sono pronta a sostenerla, la 
mi cade in terra a dirittura. 

Fid. Se volesse far uso della mia boccettina... 

Teb. Sono veramente disgraziato. 

Elis. Non siate in questo affanno per me. Quel- 
la moltitudine di lumi. . . il caldo della sala, 
tante persone che discorrono... sono debo- 
le, fiacca, avevo bisogno di ritirarmi. 

Vili, Ed io son qui tutta per voi. 

Elis» Mia cara amica ! ( le si abbandona ) 




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68 LA NOVELLA SPOSA 

Fid. Adagiatevi sul canapè. 

Btlt. Sì certo: non dovete stare in piedi. 

Flis. siede sul canapè. 

Fitt, Io starò qui con essa j e voi potete .... 

( a Fid. e Bett. ) 

Bett, Non vogliamo abbandonar la cugina. 

Fid. Poggiate il capo qui .. . avrebbe liisogno 
d’ un guancialetto . . . questo canapè è mal 
fatto , ci vorrebbe un’ ottomana. 

Teh. Fidenzio non dice male. 

Elis. Non v’ incomodate. 

Teb. Nella nostra camera. . . ( accennando ) 

Via. Vado io stessa pensate {preci^ 

pitosamente per impedire che Teb. non va^ 
da nella camera ov’ è Alfredo. ) 

Fid. Nè r uno nè 1’ altra: badate alla sposa, 
andrò io. 

Viti. Sono faccende da donna ... 

Fid. [preso un lume-) s’ avvia ) O da uomo o 
da donna, per portare un piumacciuolo, il 
cugino mi darà la preferenza. 

Vitt. Permettete . . . ^ ^ 

Fid. Sono di casa più di voi. ( entrando ) ed 
bo assistito più donne svenute . . . ( cepa di 
parlare per la sorpresa di trovarvi Alf* ) 

Vitt. ( Cielo , ispira giudizio all’uno e pruden- 
za all’ altro.) ( da sè inquieta ) 

Elis. Quante persone in disagio per me ! 

Bett. I convitati staranno pure in grande an- 
sietà. 

Vitt. {piano e presto ad Elisa ) ( Congedate 
tutti, ho bisogno d’ esser sola con voi. ) 

Teb, Che dite, madama? 


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ATTO QUARTO 69 

Mi pare ch'ella abbia d’aopo di riposare. 

Tcb. Come ti senti ? 

J£lis. Mi duole inoltoùl capo. 

Teb. ( verso V addii ala camera ) E non trovi 
questo piumaccio? verrò io. 

Fid.{di dentro) Ilo trovato tutto l’occor- 
rente; eccomi. ( esce col guanciale in aria 
d' uomo stupefallo. ) 

Teb. Date qui. ( toglie il piumacciolo di ma- 
no a Fidenzio , e il pone sotto il capo ad 
Elisa. La signora Bettina gli assiste. ) 

yitt.{ in questo mezzo trae verso il proscenio 
Fid.f e gli dice presto e pianissimo ) ( Per 
1’ amor del cielo, signor Fidenzio . . . ) 

Fid.{^ Diavolo, son uomo di mondo. ) 

Vitt . ( E’ un accidente. ) 

Fid. ( Vostro fratello mi ha detto quanto ba- 
sta. ) 

yitt. ( Ajutateci. ) 

Fid. ( con disinvoltura le fa cenno che stia 
tranquilla e lasci far lui; poi va subito 
presso Elis. ) Come va , cugina ? mal di ca- 
po, eh ?.. , signora Bettina ... io sono a’ vo- 
stri comandi, se volete che andiamo. 

Bett. Sì, lasciamola in riposo. Domani, cu- 
gina, verrò per sapere di vostre nuove. 

Elis. Vi sarò obbligata. Salutate di là i nostri 
parenti, fate le mie scuse . . . 

Bett. Sarete servita. 

Fid. Per verità quest’ ufficio s’apparterrebbe 
al padrone di casa più che a noi . . . non mai 
per olTendere . . . 


yO LA. novella sposa 

Teb. Hai ragione ; vengo aneli’ io. 

( prende un lume) 

Viti. ( presto e piano a Fìdenzìo ) ( Se v’è il 
signor Remigio, mandatf'lo tosto, tosto.) 

[Siamo intesi.) [Questi sono irabrogliitti.) 

( da sè ) 

Belt. Buona notte cugina : madama. 

Vilt. Vi sono serva. 

Teh. Perdonate, madama . . . 

Vitt, Fate pure, son qua io. 

Teb. [parte primo col lume, quindi Bettina.)^ 

Fid. ( dopo avere di bel nuovo, e con cenni 
rassicurata Vitterina ) F< licità conjugale ! 

( da sè, e parte anch' esso. ) 

SCENA IX. 

ELISA e madama VITTORINA. 

Viti. Mia cara Elisa, in qual caso ci troviamo 
noi mai! se non viene presto il signor Remi- 
gio, siamo perdute. ( va a chiudere la porta 

. per cui sono usciti i precedenti personaggi.) 

Flis. Voi mi fate tremare .... non cliiudete 
quella porta per amor del Cielo: mio ma- 
rito sospetterà . . . 

Fitt. Sospetti fìneh’ egli vuole; qui non v’ ha 
tempo da perdere. Sappiate che mio fra- 
tello ... 

Elis. Lo so; mi ha detto Gilda, eh’ egli ehbe 
r ardire d’ introdursi, rna che poi è partito. 

Fiit. Così pur fosse! ma non ebbe il tempo. . 


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ATTO QUARTO 71 

Elis. Come! che dite? 

Vili. Venne il signor Remigio, fe’chioder 
r uscio della loggia ; ed A llredo . . . 

Elis. Dio! dove si trova egli? 

Viti. In quella camera. 

Elis. ( alzandosi con grand' impeto ) Fug- 
giamo, mia arnica, fuggiamo, or non y’ è 
più salvezza per l'onor mio, andiamo in al- 
tra stanza... voi tornerete qui... manderò 
mio zio . . . {va precipitosa verso la porta 
comune j ed esce Alfredo, ) 

SCENA X. 

ALFREDO e dette, 

Alf {con voce sommessa, ma con grande com^ 
tnovimendo)V&r Elisa, un solo mo- 

mento; poiché il concede il destino. . . 

Elis. Che faceste mai? non sono misera abba- 
stanza, combattendo ogni giorno tra il do- 
vere e gli alianni ? 

Alf Ed io chieggo al Cielo, che feci mai per 
essere cosi sventurato? 

Elis. Lo so, Alfredo, lo so: mia, tutta mia è 
la colpa: ma sono vincolata davanti al Cielo, 
indissolubile è il legame, e sono pronta a 
qualunque sforzo di virtù, a perder la vita, 
se occorre, ma a mantenere illeso T onore. 

Alf. Voi adunque sentite ancora per me. . .? 

Elis. Lasciate eh’ io fugga. . . . verrà mio zio 
ad aprirvi. . . basta, basta Alfredo. ... oh 
come tremo, come palpito. . . . procuriamo 


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yl LA NOVELLA SPOSA 

di vincer noi stessi , tornate in seno alla vo- 
stra famiglia, abbiate cura de’ giorni vo- 
stri, lo richieggo, lo impongo per que’ fatali 
momenti... che posso dirvi? siete libero, 
dunque le mille volte meno infelice di me. 
Alf. Care lagrime, dolce compenso al dolor 
che mi preme l’anima. Mia Elisa ricevi 
' a’ tuoi piedi. . . 




SCENA XI. 

TEBALDO di dentro t e detti. 

Ttb. Vi siete serrate in camera? 

Mio marito, qual terrore! tutta m’investe 
un sudore gelato, {voce repressa di dolore) 
Viti. Sono io. Ora vengo. 

Alf. Come. . . dove ... che sarà di noi? 

( rientra nella camera ) 
Vilt. ( va ad aprire ) Perdonate, signor Te- 
baldo. . . 

( sforzandosi di comparir tranquilla ) 
Teh. Perchè queste precauzioni? voi siete am- 
bedue affannate . . . Mi è parso che qui fos- 
se qualche altra persona . . . quali misteri! 
mia moglie, madama? 

Tdis. Mio sposo. . . 

Vitt. La signora Elisa non istà bene: voi mi 
avete permesso che non l’abbandoni. 

Teh. Siete la padrona : ma ho inteso or ora da 
mio zio che il vostro signor fratello sta per 
partire... 


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ATTO QUARTO 73 

Vitt. E’ verissimo: affari pressanti Io richia»- 
mano a Livorno. 

Teb. Ma voi siete conturbata per modo, che, 
se non conoscessi ia virtù di mia moglie, 
quasi mi fareste entrar de’ sospetti. . . 

Che sospettare, signor Tebaldo. . . 

Elis. Ah mia amica, a qualunque costo, io 
non posso mentire. . . ( quindi con somma 
agitazione ed affanno , c. quasi fuori di 5e) 
Mio sposo, prima ch’io vi parli, chiamo 
il Cielo in testimonio delia mia innocenza... 
Nessuno qui è reo... nessuno. Il caso, il 
solo caso. . . Una fallace apparenza. . . per- 
chè appunto r arrivo di suo fratello, la sua 
partenza... Aspettate il zio Remigio: egli 
e madama sanno tutto il vero ... no, per- 
chè io . . . ma credetemi , credetemi prima ; 
o non posso giustificarmi. ( resta angoscia- 
ta , nè può proseguire. ) 

Teb. Sempre più mi accrescono i sospetti : qui 
era un uomo. 

Viti. Signor Tebaldo, saprete da vostro zio... 

Teb. Son marito e padrone. Saprò da me stes- 
so, e voglio assicurarmi . . . 

Elis. Nulla vi vogliamo celare . . . 


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74 


LA NOVELLA SPOSA 


SCENA XII. 

ALFREDO e detti. 


Alf. ( con forza e senza scomporsi ) Eccomi , 
sono io stesso; Alfredo, fratello di Vittori- 
na, qua venuto da Milano per veder vostra 
moglie. 

Teb. Mia moglie! e come . . . quale corrispon- 
denza ... ? 

Alf. Perchè era essa , prima assai che voi la 
conosceste . . . 

Vitt. Lasciate eh’ io parli. 

Teb. Che osate? 

Alf Non arrossisco il dirlo, confermarlo, ri- 
peterlo: pcrch’era essa mia amante. 

Teb. Vostra amante! 

Elis. Perchè in tante guise mi si raddoppia il 
dolore? 

Teb. Qual benda mi cade dagli occhi ! e voi na- 

. scosto in queste camere ... e voi, sua sorel- 
la .. . che tradimento inaudito! 

Elis. Nessuno vuol tradirvi. 

Vitt. Ascoltate. 

Alf. Vostra sposa è innocente. 

Teb. La sua discolpa sul labbro vostro me l’ap*. 
palesa ancor ])iii x'ea. 

Elis. Deh Tebaldo. . , 

Teb. Siete un vile insidiatore. 

Alf. Sono uno sventurato. 


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ATTO QUARTO 75 

Teh. Vanne, o non ti assicuro dalla mia rei^- 
detta. 

Alf. Se m’insulterete, saprò difendermi. 

Tcb. Esci, malvagio, ti seguirò dappresso. 

JElis. No, Alfredo, no, mio sposo, pietà di me, 
dell’ onor mio. . . 

Teh. li’ onor tuo, mentre nascondi l’amante? 

JAis. Non è vero. . . 

Alf. Mia , mia sola è la colpa. 

Teh. Traditori l’un più dell’ altro.. . 

SCENA XIII. 

REMIGIO « dtui. 

Rem. Che veggo? mìe speranze deluse! 

Teb. Ecco, signor zio, colui per chi si man« 
tengon le fiamme nel casto petto di mia mo- 
glie! 

Rem. Tutto so, tutto è disposto per la sua par- 
tenza. 

Tcb. Lasciate ch’io punisca lo scellerato atten- 
tato. 

Alf- Non mi oltraggiate , signore, o tremate 
d’ un disperato. Cosi un sacro nodo non vi 
unisse ad Elìsa, come ve ne contrasterei il 
possesso sino all’ultimo sangue! 

Teb. Questo nodo, per quanto in me sta, t 
sciolto. . . 

Klis. Mio sposo , non proseguire. . . mio zio. . . 
madama. . . il Cielo. . . la mia innocenza. . • 


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^6 LA NOVELLA SPOSA 

Teh, Si, vanne, ti lascio e per sempre. Fa di 
te e de’ tuoi affetti qual più t’aggrada. Ma- 
ledico il momento che ti conobbi, e la de- 
menza dell’ averti amata. Resti teco il diso- 
nore del tuo delitto, e eh’ io non ti rivegga 
mai più. ^ ( parie ) 

Elis. Signor zio, richiamatelo, conosca i] vero. 

Hem. E voi, giovane imprudentissimo. . . 

j4if. Signor Remigio, non aggiungete rimprf>- 
veri, e rispettate il dolore che mi opprime: 
io parto . . . basti . . . sorella, vieni meco. 

Eiìs. Ah mia amica. . . 

Vili. Che posso dirvi? 

y4lf. Elisa, il Cielo vi renda meno sventurata 
di me; ecco l’ultimo voto ch’io vi profferi- 
sco. A me sarà mortale l’angoscia, e termi- 
nerà, lo spero e fra breve , i miei tristissimi 
giorni. ( parte con Vittorina ) 

Kem, Ritiratevi, Elisa. Gilda? Gilda ? 

( chiama ) 

Elis. Deh mio zio, badate che la sua dispera- 
zione. . . pensate che il mio sposo. . . soccor- 
rete Tuno, non abbandonate l’altro . . . tor- 
nate presso di me a confortarmi, a proteg- 
germi. Oh virtù, oh dovere, oh penosa esi- 
stenza ! ( entra nelle sue camere ) 


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ATTO QUARTO 


77 


SCENA XIV. 

GILDA e REMIGIO. 

Gii. Signore, io non osava . . . 

Rem. Andate con la vostra padrona : vo da Te- 
baldo: non r abbandonate fincb’ io ritorni da 
lei. ( Gilda entra con lume nelle additate 
ca/nere ) Qual gioco si fa il destino della pru- 
denza degli uomini ! ( parte ) 


Fiw dell* Atto Quarto. 

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ATTO QUINTO 


Camera come ne* due primi Atti. 

Si va facendo giorno ; ma sono ancora su’ tavoliai 
candellieri, o lucerne. 

SCENA PRIMA 

REMIGIO e GILDA.' 


Rem, non lia voluto porsi a letto? 

Gii. Signor no: e poiché VS. uscì della came- 
ra, due volte mi ha mandata dal signor Tebal- 
do a pregarlo che la volesse ascoltare. Ma 
egli ricusò sempre: volli parlare, accusare 
me stessa, giustificar la padrona; e mi con- 
gedò dal servizio. 

Rem. Ben ti sta , sciagurata ; la colpa è tutta 
tua. 

Gii. Io non aveva sinistre intenzioni; VS. sa 
come andò la cosa: nè mi sarei immaginata 
che il signor Alfredo. . . 

Rem. Tutto era disposto tra me e madama 
Vittorina: il signor Alfredo sarebbe parti- 
to, senza che Tebaldo si fosse accorto di 
nulla: or vedi in quali frangenti siam tutti 
per la tua imprudenza, e forse per la tua.... 


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ATTO QUINTO 79 

Gii. Lo conosco, signor Remigio, conosco il 
mio torto, e le domando pietà. 

'Rem. Taci : viene alcuno. 

SCENA II. 

FIDENZIO e deiii. 

Fid. Perdonate, signor zìo, se a quest’ ora. . 

Rem. Che vuol dire, già alzato? 

Fid. L’avventura di ieri sera mi ha tutto con- 
tristato: pensavo a voi, alla sposa, a quel 
disgraziato che dee partire. . . insoinma vol- 
gi da una parte, volgi dall’altra non mi fu 
possibile chiuder occhio. Ho intesa la vostra 
voce: ho veduto il lume; e sul dubbio che 
poteste abbisognare dell’opera mia. . . 

Rem. Non ti sei ingannato. Gilda, tornate con 
la vostra padrona. 

Gii. Che cosa le posso dire ? 

Rem. Che si prepari ad eseguire le disposizioni 
di suo marito. 

Gii. Deh signore. . . 

Rem. Andate. 

Gii. Maledetto uscio, ci ha tutti precipitati. 

{da sè, e parte ) 


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8o 


LA NOVELLA SPOSA 


SCENA. III. 

REMIGIO c FIDENZIO. 

Rem. Sentì, Fidenzio, io temo che il signor 
Alfredo non sia per ancora partito , malgra- 
do che il Capitano l’abbia fatto avvertire. 

Fid. Non è partito sicuramente : giacché fat- 
tomi or ora alla Gnestra che corrisponde alle 
camere di Madama , ho sentito che discorre- 
vano, e la sorella lo andava confortando. 

Rem. Or bene , va da loro in mio nome : il vento 
è buono, prega, scongiura il signor Alfre- 
do.... egli vede come stanno per cagion 
sua le cose nella nostra famiglia. . .fa ch’egli 
solleciti la sua partenza : io trémo che si 
penta ... 

F/VZ. Il si gnor Alfredo sembra un giovined’ono- 
re, e partirà, ne sono certo. Vorrei piut- 
tosto combattere 1’ ostinazione crudele dì 
Tebaldo. 

Rem. Infelice! non ha forse ragione? 

Fid. Ha il torto, caro zio. E se, invece dì pas- 
sare la più bella parte di sua vita fra le cam- 
'hiali, e le grette corrispondenze di com- 
mercio, fosse vivuto nel mondo, come ho 
fatto io, non si turberebbe per certe inezie, 
per cose da nulla. 

Rem. Cose da nulla quel che intorbida la pace 
dell’animo? ; 

Fid. Cose da nulla, poiché la moglie non è 
colpevole. Quante ragazze, in tutti ì paesi 


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ATTO QUINTO 8l 

dì questo mondo, hanno il cuore impegnato 
per uno , e danno la mano ad un altro? 

Rem, Tali matrimoni poi. . . 

Fid. Sono fortunatissimi, e vengono i più bei 
figli del mondo. 

Rem. Non perderti in parole : va dal signor Al- 
fredo, e non lo lasciare finché non s’e imbar- 
cato. 

Fid. Vado a servirvi: calmatevi, tutto andrà 
bene. Spunta il Sole, il Cielo è sereno. . . e 
. poi con la malinconia non s’è mai fatto nulla 
. di buono. ( parte ) 

Rem. Che felicità di natura, quanto è invidia- 
bile! ah potessi tranquillar l’animo dì Te- 
baldo, e condurre a buon fine le cose! Egli 

viene : proviamo ancora una volta. 

% 

SCENA IV. 

TEBALDO e REMIGIO. 

yiene un Servitore che apre le impottCf 
e porta via i lumi. 

Giorno. 

Teb. ( mesto e con aria turbata ) Signor zio, 
siete stato a disagio tutta la notte? 

Rem. £ tu sei già uscito ? 

Teb. E’ verissimo. 

Rem. Non hai più veduta tua moglie? 

Teb. Nè avrò più a rivederla. 

Rem. Ed bai determinato . . . 

La Novella Sposa ® 


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8l LA novella sposa 

Teh. Quel clie v’ho detto ieri sera: ch’ella torni 
a Milano, con suo padre, presso quell’ otti- 
ma zia che l’ha educata così bene. Tutto è 
disposto per la sua partenza. 

Ktm, Sei stato troppo sollecito. 

Teh. Quanto basta per togliermi dagli occhi 
un’odiosa presenza. 

Kcm. Rifletti che quando l’anima è agitata, 
non conviene risolvere, ma soprassedere; o 
il pentimento sta presso. 

Teh. Che indugj, che soprassedere, che penti- 
menti? Che pilli mi resta da sperare o te- 
mere? 

Rem. Bada a quanto sono per dirti: mi ascolta. 

Teh. Perdonatemi, son marito, sono padrone; 
nè più dipendo dall’ altrui troppo debole tol- 
leranza. 

Rem. Come? così corrispondi al mio affetto, 
alle mìe tante premure per darti credito, 
comodi e stato ? 

Teh. Sa il Cielo se io vi sono grato e ricono- 
scente : in ogni altra cosa farò il piacer vo- 
stro. . . ma qui la matura età non può sen- 
tire com’ io le sento , le punture del cuore. 
Io son trafitto, barbaramente trafitto nella 
parte più sensibile. . . . Sposo di una donna 
che ama un altro, il convivere seco lei mi 
sarebbe supplizio tutta la vita. Così mi po- 
tessi sciogliere, così tornar libero! ma poi- 
ché noi consentono le leggi, sarò misero, ma 
voglio esser solo. 

Rem. Pensa qual colpo sarà questo pel signor 
Arrigo padre di tua moglie! 


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ATTO QUINTO 83 

DoTCVa vegliare sulla condotta di sua fi- 
glia. Avrebbe minor cumulo di denari e mag- 
gior copia d’ onore. 

Rem. Non insultare un uom dabbene, un mio 
amico. 

Teb. Bene dunque: scrivetegli di sua figlia 
quel che vi pare. 

Rem. lo ti propongo per pochi mesi un parti- 
• • 

Teb. Ho deciso irrevocabilmente . . . Ehi ? 

( chiama ) 

Rem. Tebaldo. . . 

Teb. Inutile impegno, non ascolto consigli. 
Ehi? 


SCENA V. 

GILDA tremante e detti. 

Gii. Signore , i servitori stan preparando . . . 

Teb. Appunto voi. 

Gii. Comandi . . . 

Teb. Direte alla vostra padrona, che fra pochi 
momenti verranno i cavalli di posta , e che 
può disporsi a partire per Milano. Voi an- 
drete con essa. 

Gii, ( tremante ) Signore, la supplico . . . mìa 
è la colpa, la padrona è innocente. . . 

Teb. Taci, temeraria. Ditele che le sue robe, i 
suoi equipaggi le saranno spediti quanto 
prima. 

Gii. Nello stato d’ angoscia in ch|^si trova. . . 


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84 I-A NOVELLA SPOSA 

Teh. Parti. Potrà sfogar teco il dolore di re- 
dersi divisa dall’ amante. 

Gii. ( Imprudente ; che mai ho fatto, che mai 
ho fatto ! ) ( da sè, e parte ) 

SCENA VI. 

REMIGIO e TEBALDO. 


Rem. {passeggia indietro con aria trista e 
turbata. ) 

Teb. Mi duole di vedervi contristato, signor 
zio. . . 

Rem. Hai fatto bene, sì, hai fatto bene. ( co- 
me sopra ) Eravamo due famiglie infelici , 
ora saremo in tre. 

Teb. Io non ho rimorsi : vendico onoratamente 
r offesa fatta a me, a voi. . . 

Rem. ( come sopra ) Bella vendetta, da cui 

. trarrai bellissimi vantaggi! 

Teb. Come ! e pretendereste eh’ io mi avvi- 
lissi ... ? 

Reni. Il troncare il male in sul nascere , il ce- 
larlo altrui , il soffrir pochi giorni e tacere, 
ecco il solo mezzo ragionevole e giusto a cui 
dovevi appigliarti, e il potevi senza viltà. Il 
lasciarti vincere al furore d’ una cieca gelo- 
sia, il pretendere l’ impossibile, lo svelare 
con imprudenti disposizioni i disgusti dome- 
stici, eccita r altrui disprezzo , dà moto alle 
calunnie; c tale che ti compiangerà in tua 
presenza , ti coprirà di ridicolo per tutta 
Trieste; e se pur si giungesse a far creder 


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. ATTO QUINTO ‘ ‘ 85 

rea la tua sposa , che acquisto farà 1’ onor 
tuo, il mio, quello della nostra famiglia? 
Ma hai fatto bene, prosiegui, e chiamati ar- 
venturoso, se puoi. 

Teb. Meno infelice senza alcun dubbio. 

Rem. Non è vero: partita tua moglie, chia> 
rita la sua innocenza, l’amore che avevi per 
lei tornerà a signoreggiarti. Allora ti parrà 
che a poco, a poco con le amorevoli tue pre- 
mure avresti potuto guadagnarne T affetto; 
conoscerai ch’ella fu misera senza sua col- 
pa: e il saperla umiliata al cospetto di suo 
padre, di sua famiglia, di tutti, accrescerà 
a mille doppi il tuo affanno, se pure avrai 
un resto di pietà nel tuo petto: sarai incapa- 
ce di qualunque divisamento, t’aggirerai in- 
vano con questo o con quel mezzo per cer- 
car pace. . . non troverai che guerra e tor- 
mentosa e perenne; percliè la pace interna 
si acquista col rimetter le offese, col repri- 
mere i moti indiscreti, col sostenere nobil- 
mente qualche disgusto. . . . Ma io sono uo- 
mo freddo , attem]jato che mal giudica i bol- 
lenti affetti della gioventù . . . hai fatto be- 
ne, ci rivedremo poi. . . 

Teb. Come ! ( ossen>ando fra le scene ) Quella 
sconsigliata osa innoltrarsi ? ch’ella vada, si- 
gnor zio, ch’ella vada tosto. . . 

Rem. Queste sono le mie stanze: ella viene per 
trovar me e non voi. Quindi, se non volete 
vederla. . . ( con ^ran forza ) 

Teb. No, non voglio vederla, e' partirò io 
stesso. ( s' incammina velocemente ) 

La Novella Sposa 6 * 


Dt 


86 


LA NOVELLA SPOSA 


SCENA VII. 

ELISA in abito da viaggio, e detti: 
quindi GILDA ed alcuni scivi. 

Elis. Tebaldo ? ( con voce risoluta e con gran 
fermezza ) 

Teb. si sofferma presso la porta. 

Elis. Eccomi presta ad eseguire quanto mi 
avete prescritto. ( viene Gilda anche da 
viaggio e varj servi con cassette, porta- 
mantelli ed altre cose di equipaggio : pas- 
sano sulla scena ed escono per la porta co- 
mune mentre Elisa continua ) Non arrossi- 
sco in presentarmi , nè son qui per cb ledervi 
la grazia che mi richiamiate presso di voi. 
Signor zio. . . 

Rem. Egli è marito e padrone, voi non dipen- 
dete da me. ( siede ad un tavolino , come se 
volesse scrivere; ma accompagna V azione 
qual si conviene al soggetto ) 

Teb. Ho veduto abbastanza , ho risoluto : quin- 
di potete prescindere. 

Elis. ( sempre con gran nobiltà d* espressio- 
ne ) Non avete veduto abbastanza , poiché ri 
è sfuggita la verità delle cose. Non mi ri- 
morde r animo d’un sol pensiero che offen- 
da i vostri diritti, che faccia oltraggio al 
sacro vincolo che a me vi unisce. D’ una sola 
colpa, d’un solo errore fui rea. Amante 
d’ Alfredo non devea dar la mano a voi . . . 
si , si , avete ragione , lo confesso io medesi- 


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ATTO QUINTO 87 

ma; è questo il mio fallo. Ma io credetti Al- 
fredo spergiuro e sposo ad un’ al tra. In quella 
crudele vicenda, stretta da’ consigli del pa- 
dre , e il dirò pure, e ricordar lo ‘dovete, as- 
sediata dalle vostre premure, non potendo 
ottenere indugio, o dilazione a rispondere, 

f )roinisi a voi la mia fede , sperando che 
’ essere unita ad un marito affettuoso, savio 
e prudente, avrebbe cancellato le mie tristi 
reminiscenze, e rendutomi caro un legame 
che consolava i'voti vostri e quelli de’nostri 
parenti. Seppi l’innocenza d’Alfredo, c che 
feci? vi pregai, vi scongiurai di condurrai a 
Trieste: e qual altro partito rimaneva ad 
una moglie gelosa del suo dovere? qual al- 
tro uno sposo ragionevole ed umano avreb- 
be trovato migliore? quale m’avreste consi- 
gliato voi stesso? Viene lo sventurato, cerca 
di volermi parlai*e, non l’ottiene, e lo fo 
pregar di partire. Il zio, madama Vittorina 
v’ impiegano l' opera loro ; tutto è ordinato, 
disposto; ma l’ imprudente giovane non ces- 
sa , e sconsigliato si commette alla ventura. 
Il zio v’ba detto per quale accidente ei si 
trovò nelle nostre camere e non potè’ uscir- 
ne prima cb’ io ci venissi, e per quale fata- 
lità m’avete creduta colpevole. 

Teò. A che giova tuttociò,se l’immagine d’Al- 
fredo vi è così profondamente impressa nel 
cuore? se le vostre pene, il vostro silenzio, 
le vostre lagrime v’accusano amante di lui? 
che altro potrei sperare da voi che indiffe- 
renza o disprezzo? no, non v’ e altro mezzo 
che il separarci per sempre. 


88 LA novella sposa 

Rem. si copre il volto con le due mani. 

Elis. Deh riflettete prima. . . 

Ti b. Ho deciso. 

Elis. jVon. siate giudice così inesorabile. 

Teb. A vele inteso ; tornate con rostro padre. 

Elis. Ah, no. . . . 

Teb. £’ stabilito. 

Elis. Io presentarmi a mio padre, io diletta fi- 
glia sua, presentarmi a lui con la taccia 

• d' inonorata donna, scacciata dal marito ? Ah 
non fia mai. £ per quanto adori il mio ge- 
nitore , per quanto io possa fidare nell’amor 
suo, deh Tebaldo, cangiate la mia punizio- 
ne.' se non son misera abbastanza per quel 
che ho sofferto e che soffro, aggravate la 

• condizion di mia vita,. . . una casa isolata... 

• sopra una spiaggia , in una campagna. . . se- 
gregata dall’umano consorzio, a tutto mi 
vedrete sommessa, finché sia placato il cuor 
vostro con la coscienza del vero ; ma che mio 
padre mi creda presso di voi , e degna della 

■ sua stima; che s’imponga silenzio alla mal- 
vagità , e sia salva la mia riputazione ! per lo 
stesso ònor vostro vel chieggo, per l’amor 

- di vostro zio, per queste lagrime il chieggo, 
che vedete forse per l’ ultima volta. 

( si getta a' piè di Tebaldo ) 

Teb. sta rivolto dalV altra parte commovente 
dosi. 

Rem. ( con voce interrotta da pianto repres- 
so y ma con forza ) Non più , Elisa , non vi è 
disonore dove non vi è colpa. Ubbidite: io vi 
•arò compagno nel viaggio, io sarò il vostro 


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ATTO QUINTO 89 

difensore presso vostro padre : tutto , tutto 
fu da me preveduto. Ehi? ( chiama ) 

Teb. Come, signor zio. . . 

Rem. ( ad Elisa ) E se vostro padre imitasse 
l’altrui crudeltà, avrete un padre amoroso 
in me stesso , da cui non sarete mai abban- 
donata. 

Teb. Signor zio. . . 

Rem. Signor Tebaldo, d’ora in poi la mia ca- 
sa non sarà piìi la vostra. . . 

Teb. Come ! ah sentite . . . che risolvo ? 

SCENA Vili. 

GILDA e detti. 

Rem. ( continuando senza badare alle parole 
di Tebaldo ) Sono attaccati i cavalli? Mi- 
chele ha eseguito i miei ordini ? 

Gii. Signor sì. 

Rem. Andiamo , Elisa. ( la prende per mano) 
Coraggio: la sincerità del cuore è raalleva- 
drice dell’assistenza del Cielo ... 

Elis. Tebaldo. . . addio dunque. . . 

Teb. Fermatevi, più non resisto. . . mia sposa, 
ti riconcilia meco, perdona all’agitata mia 
gelosia... non dubito della tua fedeltà. Pen- 
sa che sarà beato quel giorno , sarà il più 
bel giorno di mia vita, quando sentirò dal tuo 
labbro che mi hai donato tutto l’ alletto e di 
sposa e di amante. 

Elis. Il Cielo vede tutti i miei pensieri, cono- 


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90 LA NOVELLA SPOSA 

sce il candore de’ miei sentimenti : egli darà 
a me ed a voi quanto può abbisognarci per- 
chè sia perfetta e sicura la nostra pace. 

Rem. SI , ringraziamone il Cielo ... Or bene , 
Madama, quali novelle? 

( verso Madama che viene ) 

SCENA ULTIMA 

Madama VITTORINA, FIDENZIO e detti. 

Viti. Mio fratello parte in questo momento. 

( mesta ) 

Teb. ( Respiro. ) ( da sè ) 

Fid. L’abbiamo accompagnato fin dentro la 
nave. Sentiremo il saluto. 

Rem. Amici , un denso velo su quel che è pas- 
sato. 

Fid. E’ fatta la pace? 

Rem. Sì. 

Fid. Torneremo allegri una volta. 

Viti. Signor Tebaldo, la vostra diffidenza a 
mio riguardo m’impone. . . 

Teb. Conosco a prova la virtù vostra ; non po- 
trei scegliere a mia moglie una migliore 
compagna. 

Flis. Mia cara, mia buona amica. ( si sente un 
colpo di cannone. Elisa si abbandona al 
collo di Madama ) ( Oh Dio ! ) ( da sè ) 

Fid. Io andrò a far distaccare i cavalli. La cu- 
gina Bettina è in sala con altre persone cu- 
riosissime, e già si andava spargendo... 

Rem. Andiamo di là tutti uniti, e svaniranno i 
sospetti.