Le conversazioni e veglie, comiche, storiche critiche, e morali, per allegramente, e con profitto passare le ore tediose delle sere d'inverno, e le rincrescevoli di giorno nella estate

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^■Jr^Pfl^^itì^^ 


LE  CONVERSAZIONI 
E  VEGLIE 

OMICHE ,  STORICHE ,  CRITICHE ,  E  MORALI 

^  Per  allegrametite  ^  e  con  profitto  pnjjare  le  ore  tedio  fé 
^ÈL  (ielle  fere  d  Inverno  ^  e  le  rincrefcei)cli 

^^^^^K  di   giorno    nella  EJìate 

^p     OPERA    NOVISSIMA 

^Td  I    UN    SECOLARE    LOMBARDO 

^^^H  Maestro   di  Belle   Lettere 

■        

Corredate  di  varii  Enigmi  nuovi  in  Sonetti,  ed  Ottave 

DEL  MEDESIMO  AUTORE 
Dedicate-  al  S.  Z>,  O,  M,  E,  A,  M.  S, 


516143 


^.  \  .^1 


IN  MODENA  MDCCLXXIX. 


Pkessq    la    Società'    Tipografica. 
Con   licenza  de'  Superiori, 


Recede  in  te  iprum  9  quantum  potes ,  cum  ìiis  verfare  i  qui 
te  meliorem  facilun  funt;  illos  admitte,  quos  tu  facere 
potes  meliores  :  mutuo  ifìa  iìunt ,  &  homines  dum  do- 
cent)  dìfcunt. 

Seneca  Epijì,  7. 

Optima  converfatio  Deum  Isetiiìcat. 

Cbryfofi^  fup,  Eptfl,  ad  Hebr,  h»m,  25. 


Littìf 


L"  AUTORE  A'  LETTORI- 

^^  ON  v'  ha  cofa  tra  gli  Uomini  più  frequente  del  con- 
N  ^  verfare,  a  cui  però  meno  riflettaci,  per  ben  (ortir- 
'^v^^  ne .  Quindi  %ie  viene ,  che  purtroppo  uelle  Conver- 
lazioni,    o  nelle  Veglie,  alle  qua!i  fi  va    per  folle- 
varfi ,  ma  fenza  fapere  quali  eflèr  debbano  i  mezzi  per  ot- 
tenere l'intento,  di  leggieri  s* incontrano  ragionamenti,  che 
o  poco  dilettano,  o  fono  ìnfipidi,    o  talvolta  pregiudiziali. 
Ad  oggetto    pertanto   di  renderne   alcuna    puro  follie vo,, e 
molto  più  giovevole:  mi  fono  ingegnato,  quantunque  il  più 
vile  di  quanti  mai  fcrilìèro ,  per  teflèrne  varie  di  Comiche  j 
Storiche,   Critiche ,   Morali .   Siccome    però   l'utile    rifguar- 
dante  lo  Spirito  fu,  e  farà  fempre ,   col  Superno   ajuto,   lo 
fcopo  primario  del  mio  comporre;   così  più   a  quello,  che 
all'altro  mi  fono  rivolto.  Anzi,  a  vero  dire  il  diletto  è  in 
quefìe  femplice  mezzo,    per  agevolmente  giugnere  al  nobil 
difegno.  Il  nuovo,  o  quaiì  nuovo  Geifere  di  Componimen- 
to da  me  intraprefo  richiederebbe  forfè,  che  in  quefio  proe- 
miale difcorfo  mi  allungafìl  ;  per  così  dare  qualche  idea  più 
eflefa  di  que'  motivi ,   che  piuttofto  m'  indulFero    a  trattare 
di  una,  e  lafciar  altra  materia,    che  ad  alcuni  fembrar  po- 
trebbe più  convenevole.  Ma  io,  che  flimar  debbo  di  mag- 
gior avvedimento  dotati  jf  cortefi  Lettori,   mi  rellringerò  a 
dire  foltanto  ;    che  di  miglior  grado ,   nel    più ,    mi  diedi  a 
fcriver  contro  leggieri  ditetti,   per  darla    tofto  alle  poirenti 
radici  del  vizio    infame  ,   perfuafo  cO'  Sagri  Dottori,   che  : 
nemo  repente  fìt  fummus\  fed  a  minimis  quifque  inchoat  ut  ad 
majora  perveniat ,  Pur  troppo  i  manciimentì   leggieri    fono  la 
gran  rovina  dell'Anime',  perchè  torbide  fonti  dei  più  gravi 
misfatti ,  Sono  effi  a  guifa  di  piccioliifimi  femi ,  che  a  poco 
a  poco  innalzano  groflìifime  piànte ,   che  piai   tali  farebbe- 
ro,  fé  prima   fiate  non  foflèro   di  picciol   mole.    Innoltre; 
che  nelle  Converfazioni  reali,   palTandoiì  dal  ferio   al  lepi- 
do, dal  profano  al  Sagro,  come    portano  gli  accidenti,  io 
pure  mi  fono  prevalfo  di  tal    diverlità  di  generi,    per  me- 
glio agevolagli  il  fine  ideato.  Benedica  T  Àmorofifiìmo  Dio 
le  mie   premure;   onde   i  Lettori    umaaiffirai    accolgano  di 

A  2  buon 


buon  grado  quel  poco  si  debole,  che  l'amore  de' miei  Fra- 
telli nel  Sommo  Bene  mi  ha  fpinto  a  fcrivere:  avvertendo 
chiunque,  non  aver  io  certamente  prefo  di  mira  Particola- 
re alcuno,  ma  foltanto  pel  vero  in  generale  parlato. 

SONETTO. 

NOn,  perchè  fol  fi  rìda,  o  paiUn  Tore, 
Cantai,  Vate  Fedele,  in  lieti  accenti; 

Ma ,  perchè  veggan  le  ingannate  genti 

L'enormi  traccie  dell'iniquo  errore. 
A  gloria  fol  dell'  Immortai  Signore 

Moflb  a  dar  lume  all'acciecate  menti; 

A  Lui  rivolto,  umil  con  voti  àrdenti, 

Tu,  diflì,  di  valor  colmami  il  core! 
Allor  di  nuovo  ardir  fregiato,  e  pieno, 

Benché  di  faper  privo,  abbietto,  e  vile 

Cercai  del  ver  le  luminofe  vìe . 
Dunque,  o  Lettor,  in  amorofo  feno 

Ufa  de'  Saggi  V  onorato  ftile  , 

E  non  odiar  le  debolez^ze  mie. 


?4 


CON- 


I 


CONVERSAZIONE  PRIMA 

DI     GIORNO. 
INTERLOCUTORI. 


S't^£,  sintomo  Formhone  ammalato  tìmidijftmo .  Fc/ca  fita  moglie ,  T)ot^ 
tot  Tifico  Ifidoro  Pecaraccìa .  Pojftdon'to  Foracchia  Chirurgo .  Signor 
Ferdinando  Serene  jimico  dell'  ammalato  .  Signor  Pietro  Btccatorta 
Amico  del  f  Infermo  »  Angelo  Piflacchio  Servo  della  Cafa  Formiconi, 
Sig,  Conte  Candidio  Amico  delP  ammalato  . 

Fingefi  in  una  Camera  ben  arredata,  con  Ietto,  in  cui  fta 
Io  Infermo,  nella  Città  N. 

f ormicene.   /^Uefta  è  lamia.  Non  v'è  più  rimedio.  L'ho  fempre 
V^  detto,   ch2  la  mia    vita  doveva   efTer  breve;    e  che 
una  febbre  mi  avrebbe  tolto  dal  Mondo  nel  più  bel- 
lo de' giorni. 

Fo/ca»  Non  fl  dubiti.  Già  la  fronte  incomincia  a  fudare;  onde  fi  ve* 
de ,  che  vuol  elfejr  febbre  di  poca  durata . 

For.  Sento  cert'  incomodo  nello  interno  ,  che  indica  ficuramente  un 
colpo  fatale  ,  Moglie  cara  ,  addio  j  abbiam  finito  di  Ilare  afTie- 
me.  I 

Fo/,  Non  è  fera,  che  trovali  libero  da  ogni  male.  Oh,  fé  vi  folle 
ragion  di  temere ,  mi  vedrebbe  piangere  dirottamente  ;  ma ,  lìc- 
come  di  quefle  febbri  ne  regna  quantità  grande,  rè  alcuno  muo- 
re;  cosi  pcllo  fpcrare ,  di  veder  predo  la  cofa  a  buon  termine, 

For,  Quando  il  Beccamorti  ijii  avrà  lavato  ,  allora  terminerà  ia 
bene  . 

Sereno.  Dìo  Gratias. 

Fofca.  Si  ferva. 

Ser.  Fatti  gli  atti  ec.  Come  va,  Amico?  Ho  faputo,  che  la  febbre  vi 
ha  pref'o,  quindi  fubitamente  ho  voluto  vietarvi  j  defiderando  fa- 
pere,  come  ve  la  pallate. 

For.  Il  cafo  è  fpedito .  Amico,  ci  abbandoniamo. 

Ser.  Già,  le  foiite  difpera7,ioni ,  parti  di  un  timore,  che  tioti  ha  pari 
fopra  la  terra.  Per  ogni  lepgler  male,  tomamente  la  morte  ga- 
loppa verfo  di  voi.  Di  che  Viste  njii  impaflato?  Datemi  il  brac- 
cio. 

A  3  ^9U 


6 

Fot.  Temo ,  perchè  ho  ragion  di  temere  ;  perchè  conofco ,  che  quefla 
volta  non  la  fchivo  del  certo.  Prenda.  Gli  dà  il  braccio» 

Ser.  Stìitenloglì  il  polfo,  Gian  febbre! 

For.  Povero  me  !  E'  finita ,  è  finita .  Son  morto . 

Ser.  Eh  via!  Parlo  ironicamente.  E'  una  febbriciattola  di  poco  mo- 
mentOj  che  già  dà  fegno  di  declinare. 

For.  Ha  parlato  abbaftanza .  Confeflore,  Preti... 

Ser.  Ridendo  :  Gente ,  che  abbia  voglia  di  ridere  !  E'  mite ,  quanto 
mai.  Credete  ad  un  vero  Amico  , 

For,  Perchè  dunque  ha  detto,  che  ho  sì  gran  febbre? 

Str.  Mi  fono  efprc-flb  con  ironia,  per  farvi  meglio  comprendere  lotta- 
to vo(iro,  e  confolarvi.  Non  diftinguete  moia  da  modo? 

For.  Mai  più,  fé  mi  fiete  Amico,  non  fate  ufo  di  una  tale  manie- 
ra di  confolarrr-i ,  che  mi  farete  precipitare. 

Fofca.  E'  talmente  pufillanime ,  che  non  fi  può  dire  di  più, 

Ser.  Mai  ho  trovato  uomo  sì  timido  . 

For.  La  morte  fpaventa  chiunque  j  onde  fé  temo ,  temo  con  tutta  ra- 
gione. 

Ser»  Temete  con  fondam.ento  per  loafTalto  di  una  febbricella,  che  già 
dà  fegno  di  cedere.  Voi  fiete  un  altro  Scannacappone.  Poi,  a 
che  tanto  paventar  della  morte?  Non  fapete,  che  Seneca  dice  •. 
Timendum  non  efl  ^  quod  evitare  nonpojjumusì  Prepariamoci  piut- 
tofio  che  temere  a  ben  morire,  e  non  perìiam  tempo.  Tota  vita 
difcendum  efi  mori.  (Sen.  in  Ep.  ad  Ludi.)  Leggete  T  Epiftole  dei 
gran  Morale,  e  troverete  fentimenti  di  un  Gentile,  che  fanno 
flordire , 

For.  Ma  ! . . . .  la  morte  mi  fa  una  paura  sì  grande  ,  che  quando  mi 
viene  in  mente,  mi  fento  agghiaccare  le  vene. 

Ser.  A  parlarvi  con  quella  fincerità  ,  che  deve  un  Criftiano  con  tutti 
uiare,  vi  afiìcuro,  che  talora  penfando  io  pure  al  gran  paffo  , 
mi  raccapriccio .  Ma  toftochè  mi  fi  prefentano  alla  mente  le  men- 
tovate fentenze  di  Seneca,  di  nuovo  fi  ralTerena  lo  fpirito,  e  pro- 
curo con  maggior  lena  di  tenermi  lontano  dai  peccati,  che  foli 
ragionevolmente  rendono  formidabile  quell'  univerfale  frangente  . 
Cofcienza  limpida  ;  allontanamento  da'  vizj  j  e  niun  timor  della 
morte . 

For,  Un  S.  Bernardo,  un  Agofiino,  un  Girolamo,  un  Ilarione ,  ed 
altri  celebri  Anacoreti,  e  uomini  chiari  per  Santità,  ridotti  agli 
cftremi,  quantunque  alcuni  di  efTì  fofi"ero  adorni  della  candida  Sto- 
la dell'Innocenza  Battefimale,  hanno  tremato.  E  noi  dovremo 
baldanzofi,  imperterriti  prefentarci  al  fatale  cimento? 
Ser.  Se  tanti  Eroi,  che  veneriamo  fugli  Altari  temettero,  ciò  fu  nel- 
la parte  inferiore ,  e  di  poca  durata  ;  ma  la  fuperiore  non  fi  av- 
viliva .  Quante  Ànime  Sante  coli'  Apoftolo  Paolo ,  hanno  ie  mil- 
le 


7 

le  volte  efdamato  :  cuph  dlffolvì ,  O"  effe  cum  Chr'ijlo  ì  Tanti 
milioni  dì  Martiri,  con  che  coraggio  non  hanno  incontrata  la 
morte?  Poi,  a  che  dire  il  Pater  nofter,  fé  nel  chiedere ,  che  ven- 
ga il  Regno  di  Dio,  virtualmente  addimandiamo  la  difunione  di 
quefto  fango  dall'  anima  ì  Cattivo  fegno ,  Amico ,  cattivo  fegno 
lo  fpaventarfi  tanto  alla  rimembranza  di  quel  paffaggio,  che  de- 
vefi  indubitatamente  fare. 

For,  Bafta  ;  mutiam  pure  difcorfo . 

Dottore  entra  col  fervo ,  #  fatti  lì  complimenti  :  Come  fé  la  paffa , 
Sig.  Pormicone  ;  che  accidente  ... 

For,  Rivolto  alla  maglie.  Mi  è  forfè  venuto  anche  un  accidente? 

Ser.  Rìdendo .  Per  Bacco  I 

Fofca.  Che  mai  gli  fi  fveglia  in  capo  di  accidenti? 

For.  Sento,  che  il  Sig.  Dottore..... 

Dott,  Mi  fono  intefo  d'indagare,  fé  può  fapere,  da  che  fia  originati 
quefta  febbre,  che,  come  il  fuo  Servo  mi  ha  detto,  lo  ha  fof- 
prefo  queft'  oggi,  due  ore  fono. 

For,  Noi  fo;  imperciocché  procuro  di  non  far  difordini  di  forte  ai- 
cuna. 

Dott.  Favorifca  il  braccio. 

For.  Sto  male  affai ,  e  particolarmente  nello  flomaco  )  mi  fento  forte- 
mente aggravato .  Gli  dà  il  braccio , 

Dott.  Quando  non  volellero  effer  petecchie  ! 

For.  Oimè  !  che  cattiva  nuova,  oimè  f  Sono  petecchie  fenz'  altro  delle 
più  cattive. 

Ser.  E'  una  febbretta,  che  poco  fa  fegnava  di  piegare.  Confideri ,  fé 
può  indicare  sì  fatto  male. 

Don,  Nel  tajìargli  il  polfo ,  lo  guarda  fiffo  in  volto  con  ferieta  ;  poi  chie- 
de r  altro  braccio . 

For.  Il  cafo  è  fpedìto;  ho  intefo,  ho  intefo.  Guardando  in  volto  ìl  Me- 
dico . 

Dott.  Non  paffano  tre  ora ... . 

For.  Che  fon  morto  .  Ad  alta  voce  parlando, 

Dott.  Che  farà  totalmente  libero  dalla  febbre.  Che  timori? 

Far.  E  lo  ftomaco  ì 

Dott,  Che  incomodo  fente  nello  ftomaco  ì 

For,  Cofe  grandi . 

Dott.  E  che  ?  Dolori  ?  qualche  gran  pefo  ? 

For.  No  Signore ,  una  certa  cofa ,  che  non  fo  fpiegare  ». 

Ser.  Un  timor  panico  sì  beftiàle ,  che  non  hs  il  fìmila . 

For.  Se  lei  aveflfe  il  mio  male,  fi  difpererebbe . 

Str.  Poco  mi  conofcete,Cariffimo.  Io  movi  dico,  che  nemmeno  avrei 
incomodato  il  Fifico. 

Dot:,  Dimattina  prenderà  un  purgante,  che  ordinerò^   e   dimani ^  fé 

A4  n- 


8 

ripeterà  la  febbre ,  pafferò  al  fangue .  Intanto  refterà  minorata  la 
caufaj  giacché  le  feccie  dello  ftomaco,  funt  pams  fangumts  ^  Lo 
prenderà? 

Ter,  Anche  due.  Ordini  pure,  che  farò  quanto  mi  preferì  vera  .  Vi  è 
obbligo  di  ubbidire  al  Medico.  Ma  vorrei  fapere,  fé  vi  è  peri- 
colo? 

T)ott,  Per  ora ,  no . 

Tot,  Ma  vi  fi  potrebbe  fare. 

Dott.  D'  ordinario  quefte  febbri  periodiche .... 

Tot»  Senta  un  poco,  Signor  Sereno,  che  va  dicendo  :  è  una  febbretta, 
una  febbricella .  Sono  febbri  periodiche.  Eh  quella  volta  bifogna  mu- 
tar paefe, 

Dott.  Lafci  terminare  il  difcorfo.  Dico,  che  le  febbri  periodiche  an- 
zi d'ordinario  efcludono  le  funefte  confeguenze,  e  non  devono  at- 
terrire chi  da  effe  viso  prefo.  Non  dubiti. 

Stu  E'  tanto  il  timore,  che  lo  invefte,  che  tutto  interpreta  finiflra- 
mente . 

Dott,  Conviene  farfi  animo ,  e  non  darfi  in  preda  ad  una  viltà ,  che  gli 
potrebbe  nuocere  affai .  Appreherif.o  fac'it  caufam . 

Tor,  Adfcffo  sì,  che  mi  acconcia  bene  il  capo!  Fra  la  febbre,  che  rr.i 
aggrava,  ed  il  timore,  che,  come  dice,  può  effermi  forgente  di 
ciò ,  che  per  anche  non  .ho ,  vado  ficuramente  alla  tomba .  Non  vi 
è  f campo. 

Dctt,  E  lei  fprezzi  queffe  fue  temenze. 

Ser.  Fatevi  coraggio,  Amico;  pofflbile,  che  non  potiate  fuperare  sì  ri- 
dicole debolezze? 

Tor.  Se  non  poffo.  Quanio  fcaccio  il  timore,  la  febbre  ,  che  fento, 
novamente  me  lo  fa  fufcitare;  fé  lo  nutro  appnhtnfio  facìt  cau- 
fam: onde  non  fo  più  a  qual  partito  appigliarmi.  Era  meglio  che 
non  faceifi  chiamare  il  Medico. 

Dott.  Ebbene,  io  anderò,  e  lei  farà  a  fuo  modo.  Può  darfi,  che  la  pa- 
ghi a  fue  fpefe. 

Tor.  No ,  no  ;  Àia  fodo  ;  fono  in  un  bel  imbroglio  :  eh ... . 

ò'er.  V  ingannate.  Perfuadetevi ,  che  la  febbre  fi  è  affai  picciola,  che 
non  può  condurvi  a  pericolo  di  morte,  ed  ecco  rimediato  a  tut- 
to. 

Ter.  E  fé  refto  corbellato? 

Dott.  Non  vi  è  dubbio  affolutamente. 

Tor.  Faccia  la  carità  di  vifitarmi  novamente  il  polfo. 

Dott,  E'  mio  dovere....  tajia.  Declina  a  gran  paffo.  Si  affìcuri,  che 
la  cofa  prende  una  buoniffima  piega.  Mi  pare  che  fudi. 

Tor.  Anzi. 

Str.  Il  timore  in  lui  fa  più  effetto  ,  che  il  corno  di  cervo. 

Dott,  Signora  Fofca,  rifcaldi  una  camicia,  e  lo  muti,  che  queffa  crifi 

gli 


9 

gli  gioverà  moItifTimo.  Avverta  bene  di  non  fentìr  aria ,  acciò  noa 
rimanga  impedito  il  fudore,  e  la  trafpirazione .  a  Formicone, 

Far.  Converrà,  che  faccia  turare  la  commefTura  di  quella  fineftra  là, che 
non  è  troppo  perfetta . 

Fr>f.  Dove  non  fi  unifce  a  dovere? 

For.  Sembra  pure ,  che  vi  fia  qualche  picciola  cofa . 

Fof.  Per  quanto  io  la  efamini ,  non  vi  trovo  il  minimo  difetto . 

For.  Dunque,  ne  vada  a  difporre  la  camicia. 

Dott.  Sj  muti;  e  di  bel  nuovo,  fudando,  faccia  lo  fteflb.  Soprattutto 
refti^perfuafo ,  che  vi  è  poco  male.  Qiiefta  fera,  mangi  una  zup- 
pa leggiere  in  brodo  di  pollo,  beva  un  pajo  d'uova, e  fi  aftenga 
dal  vino  , 

For.  Dunque  il  mio  male  non  è  di  poc6  rilievo.    Proibirmi  il  vino! 

Dctt.  Appunto  faccio ,  perchè  di  poco  momento,  con  fìffatto  liquore  non 
fi  faccia  gagliardo. 

For,  Non  ne  beverò ,  non  ne  beverò . 

Dott.  Stia  di  buon  animo.  Sig.  UmilifTimo  ùrvo.  Tutti  gli  fanno  C^c. 

For.  Grazie  per  ora .  Dimattina  favorifca  di  venire ,  e  non  manchi . 

Dott,  E'  mio  dovere  .  parte . 

^er.  Siete  convinto ,  che  il  prefente  incomodo  non  fia  di  rimarco  ? 

For.  Propendo  a  quefta  parte  ;  ma  tuttavia  noa  fono  libero  dal  ti- 
imore. 

S'er.  Per  quanto  amore  portate  a  voi  (leffo  ,  difimbirazxatevi  da  pre- 
giudizio sì  grande  .  State  di  buon  umore  ,  e  fecondate  con  ani- 
mo forte  il  volere  di  chi  dovete  compiacere,  o  per  amore,  o per 
forza , 

For.  Farò  quanto  mi  farà  pofìTibile  ;  ma  ho  che  fare  con  un  nemico, 
che  mi  ha  pe'  capelli . 

Ser,  Date  fede  a'  voftri  amici,  e  vedrete,  che  gli  fpauracchi  andran- 
no a  finire  .  Mi  difpiace  ,  che  per  un  afSare  di  fomma  premura 
debbo  portarmi  altrove  :  per  altro ,  vorrei  con  evidenti  r^ioni  ten- 
tare il  voftro  totale  difinganno . 

For,  Trattenetevi,  amico,  mi  fate  cofa  gratiffima. 

Ser,  Non  pedo  afiolutamente .  La  cofa  non  porta  dilazione  :  onde  mi  con- 
vien  partire  col  difpiacere  di  non  potervi  appagare. 

For.  Fermatevi  almeno  mezz*ora. 

Ser.  Già  fapete ,  che  non  foglio  mentire .  A  dirvela  fi  tratta  di  por- 
tar aiuto  ad  una  povera  vecchia ,  rimarla  in  un  letto  abbandona^ 
ta  da  tutti,  che  piarge  e  lo  fiato  fuo  faftidiofo,  e  quello  di  un 
figlio  .unico ,  che  aveva,  fcoperto  reo  di  un  grave  delitto,  già  io 
potere  della  Giulìizia. 

T#/.  Eccomi  colla  camicia, 

Ser.  Di  voti  (Timo  Servo . 

wFor.  Tornate  prima  della  fera  :  ve  Io  raccomando  per  V  amicizia  no- 


IO 

Ser,  Quando  abbiate  anfia  si  grande,  che  io  torni,  vi  afficuro,  che, 
fatto  quanto  vi  ho  detto,  fubito  farò  da  voi. 

Tou  Sbrigatevi ,  che  vi  attendo . 

Ser.  Addio.  Gli  fanno  il  dovere, 

Fof,  Ha  fudato  molto  ! 

For.  Non  vorrei  fudare  di  troppo. 

Fof.  Con  tale  mezzo  fi  libererà  più  predo , 

For.  Ma.. . .  il  troppo  indebolifce  ;  e  fopraggiungendo  qualche  febbre 
gagliarda ,  fi  può  reftar  foccombeate . 

Fof.  Almeno  bagnafte  queft'  altra  , 

For.  Temo,  che  fia  troppo. 

Becca.  Si  può  entrare  ? 

Fof.  Pare  la  voce  del  Sig.  Beccatorta.  Si  ferva. 

Becca.  Servo  di  loro  Signori.  Come  va  ?  Gli  fanno  i  fuoi  doveri, 

For.  Vi  è  fiato  del  male  ;  ma  ora  mi  fento  alquanto  foUevato . 

Becca.  Godo,  che  le  ccfe  prendano  afpetto  favorevole.  Da  fé.  (Se  pof- 
fo  indurre  la  Signora  Fofca  a  lafciarmi  folo  con  effo,  vogho  rifar- 
mi della  burla  fattami  l'altro  giorno.  Son  venuto  a  bella  porta) 
Signora  Fofca, fé  giìi  in  cucina  occorreffe  della  fua  prefsnza ,  pub 
fervirfi,  che  io  avrò  premura  di  ailillere  l'amico  dove  potrà  mai 
occorrere  . 

Fof.  Quando  fia  in  grado  di  favorirmi ,  lo  aggradirò  moltifiìmo ,  men- 
tre così  potrò  affiltere  alle  Lavandaie ,  che  mi  fanno  il  Buccato , 

Becca.  Si  prevalga  pure  della  opportunità,  e  non  abbia  fretta  di  refti- 
tuirfi,  che  io  non  trafcurerò  quanto  farà  d'uopo. 

Fof.  Con  permeffò .  parte . 

Becca.  Viva  pur  quieta.  Da  fé.  (Or  ora  ci  divertiremo.) 

For.  Amico  ,  fé  fupero  quella  burrafca  ,  faccio  afiai . 

Becca.  I  parofifmi  della  febbre  fono  fiati  gagliardi  ? 

For.  Mi  hanno  recato  qualche  travaglio . 

Becca.  Quando  ha  fentito  i  primi  Sintomi  della  febbre? 

For.  Verfo  il  mezzo  giorno. 

Becca.  Dunque  farà  poco  più  di  due  ore. 

For.  Circa.  Ma  ciò  nulla  ofiante  mi  fento  molto  abbattuto. 

Becca.  Quel  notabile  indebolimento ,  che  dite  fentire  ,  non  è  prefagio 
troppo  felice.  Tuttavia  cercate  di  ftar  folle vato  il  piìi  che  po- 
tete. 

For.  Temo  anch'  io ,  che  la  cofa  non  termini  troppo  fortunatamente  j 
febbene  il  Sig.  Dott,  mi  ha  dato  buone  nuove. 

Becca.  Anche  i  Medici  s'ingannano  ,  e  molti,  poco  dopo  di  efl'ere  fia- 
ti accertati  dai  medefimi  della  guarigione,  hanno  terminato  di  vi- 
vere .  Se  tali  Profeffori  potefl'ero  vedere  V  interno ,  allora  sì  fpere- 
tebbefi  con  qualche  buon  fondamento  :  ma  ,  quel  dover  eflì  proce- 
dere, il  più  delle  volte,  per  congetture,  fa  ragionevolmente  dubi- 
tare de'  loro  prefagi .  for. 


It 

fot.  Pur  troppo  è  vero  !  Oh  fé  poteffi  riftabilirmi  ,  che  non  paghe- 
rei ? 
Btcca.  Dica ,  chi  vuole  :  è  un  brutto  imbroglio  il  coricarfi  ia  un  letto. 

Già  fi  vede,  eh' è  il  paflfo  dei  cataletto. 
Tor.  Oh  povero  me!  povero  Formicene! 
Jìtcca.  Afficuratevi ,  che,  quando  mi  ammalo , fubito  mi  figuro  di  eflfe- 

re  nella  bara. 
For.  Anch'io,  anch'io, 

Btcca.  Ma  !  GITervo ,  che  di  quando  in  quando  vi  mutate  di  colore .  Ora 
fiere  rubicondo  ;  ora  pallido  ;  ora  quafi  nero .  Che  fegno  mai  eflfer 
ponno  sì  frequenti  mutazioni? 
Tot.  Faccio  tanti  cangiamenti?  Oh  Dio!  qualche  peffimo  fegno. 
Becca.  Lafciate  un  poco,  che  vi  fenta  il  polfo. 

Fon  Di  grazia,  fappiatemi  dire,  fé  mai  fi   poteffe  rilevare  qualche  no- 
vità funefla.  Gli  dà  il  braccio  ^  e  P  altr»  tajìa . 
Becca.  Dìmenanìo  il  capo  ^  e  ftringendo  le  labbra.  Oimè! 
Far.  Guardandolo  fijfo  in  volto  .  Oimè  ,  amico ,  gran  cattiva  nuova ,  è 

vero  ? 
Becca.  Chi  è  il  voftro  Dottore? 
For,  Il  Sig.  Doit.  Pecoraccia. 
Becca.  State  frefco. 
For.  Che  indicazioni  avete  dal  polfo? 

Becca.  Non  fono  qui  per  ifpavenrarvi  ;  ma  quando  io  debba  parlarvi  da 
vero  amico,  il  vofiro  polfo  è  intermittente.  Da  fé.  (Già  il  timore 
glielo  farà  comparir  tale.  Allegramente,  la  cofa  cammina  a  mara- 
viglia.) 
For.  Me  infelice,  fon  morto!  oh  predo.... 
Becca.  Da  fé.  (Ti  voglio  godere  buon  tratto .)  Non  difperate  si  toilorpdb 

accomodarfi .  Lafciate  che  nuovamente  lo  efamini . 
For.  Oh  amico,  che  peffìma  nuova! 
mBtcca.  Dopo  avere  alcun  tratto  con  finzione  rilevato^  con  becca  rkUnte, 
jft       Ora  va  beni  (fimo  ^  né  vi  fi  trova  la  minima  difuguaglianza  .  Ani- 
IP»       mo,  animo. 

For,  Mi  confolo  un  poco;  ma  tuttavia  non  ceffo  di   temere.  La  mo» 

tazion  del  colore,  mi  dà  vado  campo  di  dubitare.  E  ia  febbre? 
Becca.  E'  leggiere  ,  e  va  minorandofi . 
For.  Sedete,  e  confolatemi.  Prefto,  quafi -quafi,  maggior  fede  a  voi, 

che  al  Medico. 
Becca.  Io  parlo  fioceramente.  Nel  federe  fi  lafcia  cader  la  fcattola ^ìn 
modo  che  corra  fatto  il  letto  in  vicinanza   dell'Orinale  ;    quindi  in-- 
curvando/i  fctto  il  letto ,  t  fingendo  cercarla ,  verfa  una  boccettina 
d' inchiojlro  nelP Orinale  *  Eccola  finalmente,  fi  rialza y  t  fiede, 
For.  Si  è  rotta? 

Becca*  Efaminandola *  Non  vedo,  che  abbia  riportato  alcun  danno- 

JFor. 


12 

For.  Credete ,  che  mi  poffa  giovare  il  fudore  ?    Ho   già  bagnata   una 
camicia:  però,  fé  paflo  alla  feconda,  temo  di  reltar  aflai  debole 

Becca.  Sudori,  ed  orine,  in  fimil  male,  fono  molto  opportune.  Ap- 
punto: le  orine  fono  belk? 

For,  Noi  fo. 

Becca.  Quefle  bifogna  oflervare,  che  danno  fegni  non  equivoci  dd 
buon  efito  delle  infermità.  Il  Dottore,  non  h  ha  efaminate? 

For.  Niente  affatto.  E'  un  afino:  muterò,  muterò. 

Becca,  Non  ve  1'  ho  detto ,  che  fletè  appoggiato  malamente ,  Avete 
genio,  che  io  le  guardi? 

For.  Mi  farete  fomma  finezza. 

Becca.  Da  fé,  (Scena  feconda.)  Prende  P Orinale ,  Che  vedo!  oimè. 
Amico,  oimè!  guardate. 

For.  Mirando  le  medefimey  ad  alta  voce,  Son  morto,  fon  morto i 
ajuto,  aiuto. 

Becca,  Tacete ,  che  la  Sig.  Fofca  non  fi  fpaventi .  Corre  alla  fine/ira , 
e  le  getta  nella  flrada  :  ritornando  :  Non  è  poi  fegno  tanto  mor- 
tale. 

For.  Non  può  effer  peggiore;  non  vi  è  rimedio.  Son  morto. 

Becca.  Non  parlate  sì  alto,  che  vi  rovinate.  Da  fé,  (Sua  moglie  ha 
fentito,  e  viene,  mi  ha  guafta  la  Commedia.) 

Fofca.  Affannata,  Che  novità?  Che  avete? 

For.  Son  rovinato  ! 

Fofca.  Sentendovi  sì  altamente  gridare,  mi  fi  è  gelato  il  fangue, 

Ser,  Eccomi  di  nuovo.  E  perchè  sì  fconvolto,  sì  abbattuto? 

For.  Il  cafo  è  difperato  ! 

Fofca,  Mo  dite  il  perchè? 

For,  Se  vedefte  la  mia  orina,  refterefie  di  falTo  per  lo  ftupore.  E'  ne- 
ra,  quanto  lo  inchioftro.  Povero  Formicone  !    Correte  .... 

Fofca,  Trav vedete  marito.  Allorché  ho  riporto  l'orinale  fotto  il  Iet- 
to ,  r  ho  veduta ,  che  non  era  diffimile  dall'  altra . 

Ser.  La  voglio  vedere  anch'  io. 

For,  Il  Sig.  Beccatorta  1'  ha  gettata  dalla  fineflra , 

Ser.  E'  vero? 

Becca,  Giacché  fon  pago,  fvelerò  la  faccenda.  Siccome  l'altro  giorno 
il  Sig.  Formicone  mi  fece  la  burla  delle  torte,  che  mi  riufci 
fenfibile,  mentre  dopo  averm.ele  fatte  vedere  ed  odorare,  non  fo- 
lo  mi  efclufe  dall'  afiaggiarle,  ma  fecemi  divenir  zimbello  de* 
Commenfali ,  che  al  lauto  pranzo,  altro  non  fecero,  che  pigliar- 
fi  a  gabbo  il  deliifo  :  così  ho  voluto  anch'  io  rendergli  la  pari- 
glia ,  e  dimoftrargli ,  che  chi  la  fa  fé  1'  afpetti .  Giacché  il  fuo 
male  è  di  lieve  momento ,  mi  fono  anch'  io  divertito ,  col  fargli 
credere ,  che  di  continuo  fi  mutaffe  di  colore  ;  che  il  fuo  polfo 
foggiaceffc  ad  iatermittenza,  che ,  deflraraente  infondendo  una  bocy 


ciolina  d' inchioftro  nell'  orinale ,  il  male  foffe  all'  eftremo  ;  mo-' 
ftrandofi  V  orina  sì  nera  :  avendo  fommamente  goduto  delle  fue 
lamentanze,  delle  fue  commiferazioni ,  de'  fuoi  trafporti. 

Ser,  Deboliffimo  Amico!  e  per  sì  poco  liete  arrivato  ad  ifconvolgere 
i'  altro,  infermo,  capace  di  riportare  da  quefto  fcherzo  crudele 
un  danno  affai  grande  ;  e  di  funeftare  quefta  povera  Signora ,  che 
nella  mentovata  burla  non  aveva  la  minima  colpa? 

Becca.  Mi  difpiace  della  Sig.  Fofca;  né  avrei  creduto,  che  il  Sig, 
Formicene  ,  fi  dafle  difperatamente  a  gridare  :  fperando  di  goder- 
melo buon  pezzo,  e  poi  difingannarlo,  prima  che  ritornalTe  nel- 
la camera.  Poi,  era  tanto  il  mio  defiderio  di  rifarmi,  che  non 
avrei  faputo  riflettere  a  tutte  le  confeguenze. 

Fof,  E  tanto  più,  che,  fotto  manto  di  amicizia,  mi  ha  deftramente 
allontanato  dal  marito  :  promettendomi  tutta  1'  alTiftenza ,  ed  ogni 
fua  premura  per  lo  infermo. 

For.  Non  avrei  mai  creduto,  che  forte  flato  capace  di  tanto. 

Becca.  Io  non  mi  fono  intefo ,  che  di  ribatter  la  palla  . 

Ser.  Vi  è  troppa  difparità  dall'  una,  all'  altra;  e  dimodrate  o  di  eC* 
fere  fommamente  amante  della  ghiottoneria,  o  di  non  bsti  co- 
nofcere  il  molto   dal  poco . 

Becca.  Già  è  fatta,  non  poflb  più  retrocedere. 

For.  Amico  ingrato*  mi  avete  dilatata  la  ftrada  alla  morte.  Mi  fen- 
to  il  cuore  oppreffo,  le  forze  fvanite  ;  fudo ,  tremo,  non  poffo 
trovarmi  in  uno  flato  peggiore. 

Ser,  Quanti  difordini  per  un'  anfia  vile  dì  vendicar  fi  !  e  di  quante 
macchie  fletè  mai  lordo  ?  Veramente  dimoflrate  di  eflere  un  grand" 
uomo  !  Le  bugie  a  voi  fembrano  cofe  da  nulla  !  L'  amicizia ,  un^ 
pura  cerimonia  .'  mancate  di  ritìeflì  troppo  doverofi  ;  pregiudicate 
agi'  innocenti  ;  né  diflinguete  burla,  da  burla,  pefando  nella  me- 
defima  bilancia  1'  oro  col  piombo. 

Foracchia.  Servo  di  loro  Signori.  Tutti  adempiono  al  dovere.  Come 
va  la  cofa ,  Sig.  Formicone?  Ho  faputo,  che  fi  è  infermato;  on- 
de non  ho  voluto  mancare  ad  un  mio  dovere, 

For.  Vi  ringrazio.  Amico.  Sto  male,  e  male  affai  :  ed  il  Sig.  Bec- 
catorta  è  la  maffìma  cagione  del  peffìmo  flato,  in  cui  di  prefen- 
te  mi  trovo. 

Foracrh.  E  come  ? 

For.  Con  alquante  paflocchie,  delle  quali  non  lo  avrei  creduto  capa- 
ce, mi  ha  cagionato  uno  fconvolgi mento  di  animo  ^  e  di  corpo 
sì  grande,  che  non  faprti  efprimere. 

Foracchia.  £  con  qual  cuore,  Sig.  Beccatorta ,  ha  potuto  giungere  a 
tanto  ì 

Becca.  Per  defiderio  di  rifarmi  d'  altro  fcherzo,  giorni  fono,  da  lui 
fattomi,  che  mi  punlV  un  po'  troppo, 

Str, 


»4 

Ser.  Ma  prodigamente  ha  dato  il  cento  per  cinque  ;   facendo  ancora 

pacare  chi    non  è  debitore  di  un  grano. 
Becca.  Ho  fallato:  io  conofco,  e   Io   confefTo;   ma   talmente   roi   era 
prefiffo  di  afpettarlo  al  balzo,  che  prefentatafi  la    occafione,  non 
ho  faputo  riflettere  alla  fproporzione ,  né  alla  efienfione. 
Ser,  Bifogna  ben  dire,  che  fiate  affai  debole  di  ftomaco,   Sig.  Becca- 
torta,  fé  non  avete  faputo  paffare   fopra   uno   fcher/o  ,  che   poi 
alla  fin  fine,  non  vi  ha,  che  tolto  un  paflaggiere  diletto:  anzi, 
a  ben  pefarlo ,  che  dovrefte  riconofcere ,  come  amichevole  corre- 
zione; onde  abborrire  in  appreflb  la  eccefTiva  inclinazione  a'  be- 
fliali  appetiti  della  gola.  Quando  fiate  rag'onevole,  come  vi  cre- 
do. Amico,  da  ciò  appunto,  riconofcete  il  voftro  dovere;  ricon- 
ducetevi alla  carreggiata  ;  pet  tempo ,  facendo  fronte   ad   un    vi- 
zio,  che  quanto  più  la   età  fi  avanza,    fi  fa   maggiore.   Vittum 
ventrisy  &  gutturis,  ncn  folum  non  mtnuìt  atas    homtnibus  ^  fed 
etiam  auget .   Lo  fcrifl;e  già   Cicerone.   Fate  come  le  api,    che 
dal  timo  amaro  cavano  il  mele  più  dolce.  Da   quello  acciden- 
te ,  rientrate  faggiamente  in   voi  fteflb ,  e   perfuadetevi ,  che  tol- 
to di  mezzo  un  tal  difordine,  riporterete  full' altre  volare   paf- 
fioni  moltiplicati  trofei.  Sentite,  che  dice  S.  Gregorio:  GuU  vi- 
tto rtc'tfo  ,  multa  fimul  v'tt'ta  fubjugantur  y   ed  anche  Gula  innu- 
mera vitiorum  agmina  ad  anima  conflicium  producit ,   A   cui   eco 
facendo  il  GrifoUomo  dice:  Saturìtas  morborum  fons.  Che  a  mio 
credere  meglio  qualificarla  non  poteva,  che  col  chiamarla  fonte 
di  malanni,  perchè  pur  troppo  da  effa  in  mille  guife  refta  conta- 
minata l'anima,  e  maltrattato  il  corpo. 

Becca.  Non  poffo  negare,  che  più  dell'aglio,  e  delle  cipolle,  non  mi 
piacciano  le  falle,  i  manicaretti,  le  torte,  i  canditi;  ma  non  per 
tanto  non  credo  di  effer  nel  numero  di  que'  ghiottoni ,  dei  quali 
foli  probabilmente  parlano  i  tefiè  citati  Padri, 

Ser»  Se  richiamerete  alla  memoria  certe  propofizioni  tra  noi  amici  fe- 
riamente  da  voi  pronunziate ,  capirete ,  che  abbaltanza  vi  fiete  di- 
chiarato per  impeciato  di  un  tal  vizio  ;  e  quantunque  non  vi  con- 
venga il  nome  peggiorativo  di  ghiottone,  da  voi  proferito,  meri- 
tate almen  quello  di  ghiotto ,  e  vi  fi  può  beniffimo  applicare  quan- 
to avete  fentito. 

For.  Caro  Foracchia  fentitemi  il  polfo. 

Foracch.  La  fervo  fubito.  Nello  efaminart  ti  polfo  con  ferietà.  Muore 
quella  notte  alla  più  lunga  il  ... . 

For.  Beccatorta  ingratifiTimo ,  per  voftra  cagione  vado, 

Foracch.  Non  parlo  dì  lei .  Dico ,  che  quella  notte ,  alla  più  lunga  mo- 
rirà il  Dottor  Pantarini. 

Ser.  Mi  diffTiace.  La  Città  perde  un  uomo  di  merito» 

For,  Dì  che  male  perifce? 

Fo- 


«5 

Foracch,  Per  una  febbre  maligna ,  che  da  tre  giorni  in  qua  lo  affali . 

Fot.  S'  accertino  Signori ,  che  a  me  fuccede  il  medefimo  . 

Foracch.  Che  dice  mai  !   La  fua  declina  a  gran  paflì . 

For,  Alla  pih  lunga  la  notte  vegnente  di  bel  nuovo  mi  ripeterà ,  ed  i 
tanti  sbigottimenti ,  che  ho  incontrati ,  la  renderanno  malignante  ; 
però  dimani  a  fera  tengo  dietro  al  povero  Dottore . 

Foracchia.  Se  francamente  conofce,  che  lo  fpavento  recatogli  dal  Sig. 
Bsccatorta  gli  pofìfa  originare  qualche  malanno  di  confeguenza  ;  da 
qui  a  poche  ore ,  fé  comanda ,  gli  farò  una  leggier  cacciata  di  fan- 
gue,  e  così  rimarrà  provveduto  ad  ogni  inconveniente. 

Fofca .  Fa  cenno  al  marito  di  no . 

Foracch.  Né  gli  faceffero  mai  cafo  le  ciarle  del  volgo ,  che  dice ,  aver 
io  tagliato  le  arterie  a  piii  di  venti  perfone,  ed  effer  quafi  tutte 
morte;  e,  che  ne  ho  ftroppiato  piti  di  otto  \  mentre  dieci  fola- 
mente  fono  periti,  e  cinque  rimarti  ftorpj,  afferendo  ulteriormen- 
te il  medefimo,  che  non  faccio,  che  foracckiare  le  vene  più  volte, 
prima  di  ottenere  l'intento,  quando  non  fo  di  aver  mai  forato 
più  di  fette  volte. 

For,  Non  occorre  :  ed  in  cafo ,  ho  il  mio  folito  Chirurgo .  Ma ,  caro 
Foracchia ,  alla  larga  dalla  vortra  lancetta .'  non  mi  fervirei  di  voi , 
fé  mi  foffe  promeflo  il  Bolognefe,  o  anche  tutta  la  Italia. 

Set,  £  come  vi  mettete  all'azzardo  di  operare,  avendone  corbellati 
tanti  ? 

Foracch.  Di  rado  mi  fuccedono  inconvenienti  ;  onde  feguito  la  mia  prò- 
feflione,  ed  ho  Avventori  in  quantità. 

For,  Saranno  di  quelli ,  che  non  iftimano  la  vita  due  foldi ,  o  che  noa 
trovano  altri  Chirurghi  ;  forfè ,  perchè  incapaci  a  pagare  . 

Foracchia.  Servo  anche  Foreftieri,  buone  Famiglie  di  contadini,  ed  al- 
tri, che  pagano,  e  non  vi  hanno  difficoltà  veruna. 

Str,  Dio  ve  la  mandi  buona.  Amico,  o  dia  buona  fortuna  a  que'  po- 
veretti, che  mettono  la  loro  vita  nelle  voftre  mani.  Quanto  a 
me,  vi  parlo  con  fincerità,  non  mi  fervirei  dell'opera  voftra,  fé 
mi  efibiffero  le  Monarchie  più  vafte,  e  più  fiorite. 

Fofca.  Lo  (leffo  farei  anch'  io  del  certo.  O  ammazza,  o  (lorpia,  o  fa 
<        fpafimare . 

Ser,  Credete  mo  voi  di  poter  efercitare  una  tal  arte  quietamente  con 
antecedenti  sì  funefti  ? 

Forach.  A  v,'-iefto  non  ho  peranche  penfato, 

Str,  Bifogna  ben  riflettervi .  Siete  anche  voi  nel  numero  di  quegl'  in- 
cauti ,  che  procedendo  alla  carlona  ne'  proprj  impieghi ,  e  doveri 
dello  flato,  commettono  di  quando  in  quando  fpropofiti  mador- 
nali \  eppure  non  fé  ne  fanno  alcun  cafo  ;  e  con  quefla  infeniiar 
taggine  luttuofa  rovinano  gli  altri ,   e  molto  più  fé  medefimi  ? 

Ttracch,  Che  dovrei  fare  ì  Queflo  è  il  mio  mefliere .  Ufo  la  maggior 

di- 


Io 

diligenza,  che  fia  poffibile:  perb,  fé  per  accidente  qua!cli»i3uno 
refta  malamente  feritilo,  non  fi  lagni  di  me,  ma  della  fua  forte 
cattiva . 

Ser»  Quefla  non  è  fcufa,  che  bafti.  Qualora  voi  abbiate  fondamento 
di  credere,  che  recar  pofTiate  grave  danno  a  qualcheduno  (il  che 
potete  rilevare,  attentamente  indagando,  come  vi  avanzate  nell* 
abilità  neceffaria,  per  ben  operare  nell' arte  voftra),  fiete  obbli- 
gato ad  abbandonare  la  Chirurgia .  J^tmo  in  arte  propria  ignarus^ 
gridan  le  leggi . 

Torac,  Quando  ciò  folle,  avrei  finito  di  cacciar  fangue.  Imperciocché 
fempre  pih  mi  trema  il  polfo,  e  più  difficilmeate  opero. 

Ser.  In  avvenire  cavatene  pure ,  fé  così  vi  aggrada ,  alle  pulci ,  ed  ai 
morti ,  ma  lafciate  ftar  i  vivi  ;  perchè  aiTolutam.enre  farete  drag! 
e  vi  renderete  degniffimo,  che  vi  cavino  la  tefìa.  Se  la  Giuftizia 
viene  in  cognizione  di  tanti  voilri  omicidi ,  v'  infegnerà  ben  e(Ta  , 
ed  a  molt'  altri ,  che  nell'  arte  propria  ciafcuno  ha  T  obbligo  di 
pofTedere  abilità  fufficiente . 

Fot,  Voglio  fubito  portarmi  da  un  dotto  Religiofo,  per  potermi  re- 
golare . 

Ser.  Fatelo  ,  che  ne  farete  contento . 

Forac.  Ma!  e  fé  mi  dice,  che  fono  in  obbligo  di  lafciar  ['«arte,  come 
potrò  mantenere  la  mia  Famiglia? 

Ser,  Non  mancano  modi ,  e  il  comun  Padre  faprà  dettar  aperture, 
che  più  opportunamente  daranno  quanto  vi  occorre  .  Fate  voi  il 
voftro  dovere,  e  circa  il  recante  Islciate  la  cura  alla  gran  Prov- 
videnza .  hlon  di  bobus  cura  ejì  Dso ,  come  dice  S.  Paolo  ? 

Torce.  Di  quefta  poi  non  ne  dubito, 

Ser,  Bada  così . 

Forac.  Signor  Formicene  fi  faccia  fpirìto,  e  non  tema.  Signori  tutti, 
fuo  fervo .  Tutti  gli  fanno  il  dovere ,  e  parte , 

Ser.  Adelfo,  come  vi  fentite? 

Fur.  Ho  prefa  un  po'  di  calma  ,  ma  già  conofco,  che  farò  molto  be- 
ne, fé,  coU'alfenfo  però  del  Medico,  aderirò  ad  una  cacciata  dì 
fangue . 

Ser,  Quella  fera  fatevi  nuovamente  vifitare ,  e  fé  ve  la  prefcrive ,  noa 
tardate  punto  :  che  così  provved erete  a  que'  difordini ,  che  po- 
trebbero avvenire  dallo  fpavento  incontrato.  Frutti  difguftofi,  Si- 
gnor Beccatorta,  della  voftra  condannabile  imprudenza  f 

Becca.  Mi  difpiace;  ma  pojl  faHum  nullum  confilium ,  Qjjel  che  pof- 
fo  fare  fi  è  di  pagare  Medico ,  e  Chirurgo  ;  qualora  per  mio 
motivo  il  Signor  Formicone  abbia  a  fervirfi  de'  medefimi . 

For.  Non  ho  fentimenti  di  tanta  viltà.  Solamente  mi  preme,  che  in 
avvenire,  mai  più  vi  facciate  lecita  fienile  maniera  di  fcherzare, 
troppo  inumana. 

Becca, 


17 

Becca.  Si  accerti  purè,  che  faccio  punto:  effendo  rimafto  fortemente 
colpito  dalle  lue  grida,  che  tolto  mi  han  fatto  conolcere  ,  che 
avevo  un  po'  troppo  forpaffati  1  confini  . 

Ser,  Giacche  in  sì  fatta  circolknza  avete  rilevato  quanto  anteceden- 
temente non  vi  fi  lafciava  vedere,  emendatevi  angora  dalla  difor- 
dinaia  avidità  di  cibi  molto  guftevoli ,  e  delicati  ;  giacché  in  ciò 
pure  allignano  confeguenze  funefte . 

Becca.  Il  buono  piace  a  tutti,  dice  il  Proverbio. 

Str.  Altro  è  che  piaccia  ;  altro  che  fi  cerchi  con  troppa  premura . 

For,  Di  grazia ,  Signor  Sereno ,  fenta  fé  la  febbre  fi  è  rimefla  dt 
molto. 

Ser.  La  fervo  fubito.  taftato  il  polfo ,  E  già  quafi  al  termine. 

For.  Temo  fortemente  di  quefia  notte! 

Becca.  Voglio  levargli  il  ditiurbo.  Signor  Formicene,  fcufi  l' acciden- 
te, alTicurandolo,  che  mai  più  gli  cauferò  timore. 

For.  Già  è  fatta;  ma  temo,  che  a  vodro  motivo  fia  per  faccedermi 
qualche  cofa  di  grande  . 

Becca.  Non  dubiti  ;  non  avverrà  cofa  pregiudiziale  di  molto .  Loro 
Servo.  Tutti  lo  rheri/com ;  ma  il  Signor  Formicene  non  fi  fa 
molto  fentire .  parte, 

Ser,  Non  peranche  potete  fuperare  gli  affai  ti  del  timore?  affolutamen- 
te  voglio ,  che  vi  facciate  fuperkMre  a  voi  fteffo  >  e  diate  bando 
alla  tema  foverchia. 

For.  La  morte  fpaventa  troppo  ! 

Ser.  E  vi  è  sì  fcabrofo  il  perfuadervi,  che  non  devefi  temere  l'ine^ 
vitabilei  ma,  che  in  cambio  di  ciò,  chi  è  faggio,  fi  dà  ogni 
cura  per  allontanarfi  da  quanto  può  intralciare  la  buona  riu- 
fcita . 

For.  Bafta,  ch'io  vi  dica,  che  quando  mi  fi  prefenta  alla  fantafia, 
mi  vien  freddo;  mi  cadon  le  braccia,  rimango  conturbatiiUmo, 

Ser,  Né  bramereite  di  liberarvi  da  una  tal  pena,  che  come  avete 
veduto,  vi  rende  lo  fpaflb  de'  fcioperoni?. 

For.  E  quanto  volentieri!  ma  è  molto  difficile. 

Set-,  Voglio  far  prova,  fé  poffo  difmgannarvi .  Prima  però  di  metter- 
mi fulla  carriera  ,  devo  avvertirvi  ;  che  mai  intendo  dì  condan- 
nare quel  ragionevol  timore,  che  fa  l'uomo  cauto, e  circofpettoj 
ma  folamente  l'altro,  che  lo  avvilifce,  e  lo  rende  codardo.. 

For,  A  me  baderebbe  di  poter  qualche  poco  Icollarmi  dall'  ecce»* 
dente. 

Ser.  Afcolratemi:  fia  vero,  che  il  grande  Agofiino  abbia  definito  il 
timore  Fedagogus  Legis,  e  che  il  timore  fia  comparfo  maedro 
nelle  arti:  onde  il  prodigiofo  pennello  di  Protogene  nui  compar- 
ve sì  ammirabile  ,  che  quando  lavorò  le  fue  tele  allo  fquillo 
delle  trombe  guerriere,  ed  al  lampo  delle   Macedoniche   fpade, 

^  come 


i8 
come  riferifce  Plinio  ;  feqmturqut  tabularti  ejus  tempoùs  hac  fa- 
ma,  quod  eam  Protogenes  fub  gladio  pìnxertt  :  e  che  Apelle  anch' 
effo  diveniflfe  fuperiore  a  fé  ftedo,  quando  in  pittura  efprefle  lo 
fpavento  de'  tuoni  :  P'tnxit  tonitrua.  Sarà  Tempre  vero,  che  qua- 
lora dal  timore  ne  provengano  effetti  cattivi,  egli  deve  fuggirli, 
e  da  tutt'  uomo  fcacciarfi .  Imperciocché  ,  loderete  voi  (leflo 
quanto  rilevafi  dalla  rifpofta  degli  Ambafciatori  de'  Celti ,  data 
al  grande  Aleflandro,  allorché  da  queflo  interrogati:  di  che  piCi 
temefle  la  loro  Republica  (penfando  fentire,  che  della  fua  pò-' 
tenza)  rifpofero:  che  la  patria  fua  temeva,  che  il  Cielo  cadeffe. 
ad  opprimerla  .  Hoc  unum  pertimefcibant  ,  ne  Cxlum  rueret  . 
( Strab.  1, 7.) .  Non  fu  dileggiabile  Artemone,  che  ftipendiava  due 
fervidori  i  quali  continuamente  gli  teneffero  prefidiato  il  capo 
con  uno  feudo  di  fìniflìma  tempra ,  perchè  fempre  flava  afpettan- 
do  qualche  percoffa  dal  Cielo;  Ne  quid  fuptr'tus  caderety  ufcen- 
do  poi  di  Cafa,  ufava  una  Lettica  con  buon  coperchio  a  fua  di- 
fefa .  Letica  non  nifi  aperta  utebatuf . 

Tor.  Quefti  poi  fono  timori  da  pazzo  / 

Ser,  N.'mmeno  i  voftri  fono  da  favio:  avanti  pure.  E^'a  faggio  il  ti^ 
mor  di  Nerone,  il  quale,  febbene  fapefle ,  che  Etemizìano  fuo 
Aatagonifta  era  morto,  fempre  di  Hi  fgomenib,  come  fé  vivo  : 
Quafi  viveret  Domttianus ,  &  afforet ,  ita  trepidare  ccepit ,  ut  colo- 
re mutato,  ac  voce  amt(fa  vix  confifleret  ^ 

Tor.  Il  mio  timore  non  è  sì  mal  fondato.  Pavento  di  ciò,  che  ha 
faputo  farfì  (Irada  in  petti  generoH,  ed  in  anime  illibate:  io,  a 
dirvela,  non  pollo  perfuadermi ,  che  flavi  uomo,  il  quale  non 
fenta  sbigottimento,  quaado  può  credere  di  aver  vicinala  morte, 

Ser,  Porto  ancora,  che  alcuni  uomini  chiari  per  fantità  fienfi  dimo- 
ftrati  pavidi  fugli  ultimi  periodi  del  loro  vivere  :  ciò  punto  non 
giufliHca  mai  la  eccedente  voOra  paura;  né  ad  ogni  dolor  di  ca- 
po, o  leggier  febbricella  hanno  fatto  ridere,  come  voi;  né  mai 
han  dato  motivo  ai  perditempi  di  darfl  gabbo  fino  a  vendetta 
de'  fuoi  timori,  come  a  voi  è  fuccello.  In  èfTì  la  parte  mate- 
riale folranto  fi  farà  qualche  poco  moffa  all'  avvicinamento  di 
que'la  difunione  ,  che  riconofce  1'  origine  dal  traviamento  del 
Progenitore  Adamo,  da  effo  a  noi  lafciata  in  luttuofo  retaggio  , 
caftigo  inevitabile  ad  ogni  uomo;  ma  la  parte  più  nobile  feppe 
reprimere  i  moti  delia  iùferiore,  né  pafsò  a  debolezze,  a  forfen- 
natflggini.  DifTì  fin  fulle  prime,  che  in  voi  condanno  folamente 
lo  ecceflfo  di  volita  tema  ;  conofcendo  troppo  chiaramente ,  che  il 
pretendere  di  allontanare  da  voi  totalmente  un  fimil  difetto  ,  è 
un  tentar  1'  impofTibfle.  Che,  fé  fofte  di  tempra  diverfa,  avrei 
lena  baftevole.,  a  fior  di  ragioni ,  per  abbatterlo  fin   dalle  radici  • 

Tor*  Credetemi,  amico,  cPie  non  fi  dà  uomo,  il  qual  non  paventi  l'ul- 
tima 


*9 

tima  delle,  cofe  terribili:  e  fé  voi,  che  dal  voftro  parlare  fembra- 

te  un  cuor  di  Lione,  vi  tro/afte   in   qualche  pericolo  di  morire, 
fcolorirelìe,  treracrefte,  e  in  tronche  voci  mutarefk    linguaggio. 

Ser.  Già  :  1'  ubbriaco  di  leggieri  crede  gli  altri  bevoni  :  il  difonello 
lafcivi:  il  dettrator  maldicenti  ;  il  ladro  rapaci,  lo  farmi  non  vo- 
glio Prototipo  di  fortezza  ,  e  la  eccezione  ìi  voftra  credenza.  Ma, 
ditemi ,  leggefte  mai  la  Vita  del  Padre  Ssrafino  da  Vicenza  Minor 
Cappuccino? 

For,  Non  ho,  che  fcorfe  alcune  fue  Prediche  Quarefimali , 

Ser.  Siete  voi  anche  di  quelli,  che  ufano  libri,  fenza  degnirfi  di  leg- 
ger prima  gli  avvilì  ai  Lettori ,  i  Proemj  ?  dal  che  poi  ne  avviene, 
che  fi  g  udica  finiftram;?nte  dell'Autore,  fi  fanno  cenfure  incon- 
gruenti, fi  rimprovera,  fi  decid?,  e  ne  fucc^dono  giudizi  illegitti- 
mi .  E'  vero,  che  la  medefima  non  molto  appartiene  alla  materia  ; 
pur  tuttavia  avrefte  fentiìo,  che  infermatofi  gagliardamente  quel 
buon  S-Tvo  di  Dio  nella  Città  di  Bo'ogna  l'anno  1747.,  fé  non 
erro,  allorché  ivi  nella  Chiefa  di  S.  Miria  Maggiore  con  grande 
aoplaufo  predicava  in  tempo  Quirefimale  :  conofcendo  ,  che  il 
Medico  naturalmente  a/eva  qualche  renitenza  a  dargli  giuila  idea 
del  fuo  pericolo  ;  francamente  gli  iifle  :  parli  pure  eoa  tutta  fchiet- 
tezza,  mentre  fon  già  pienamente  difpollo  al  di'/ino  volere.  Udi- 
ta raffvgnazione  sì  bella ,  il  Fifico  liberamente  rifpofe  ;  non  v'  è 
ph  rimedio  al  fuo  male:  allora  il  pio  religiofo,  g'ulivo  foggiun- 
fe:  Lxtatus  fum  in  bìs^  qui£  diSla  funt  mi/j'i y\  in  Domum  Domini 
ibimus .  Così,  amico  caro,  incontrar  foglion  la  morte  i  Saggi  fe- 
condo il  Vangelo ,  e  dove  trovate  voi  una  piena  di  turbolenze , 
di  affanni,  riconofcon  effi  il  principio  del  loro  eterno  ripofo  .  Non 
fono  pur  anche  quattro  anni ,  che  pafsò  al  bel  Regno  di  quiete 
un  umile  Servo  di  Djo  Sacerdote.  Qu2il'  anima  grande  in  età  di 
anni  quarantadue,  quando  conobbe,  che  ormai,  il  diuturno  fuo  ma- 
le lo  conduceva  alla  morte,  effendo  da  certi  fuoi  pia  cari,  e  con- 
giunti vifitato,  al  loro  ing-eflfo  nella  faa  ftanza,  lieto,  prima  d'o- 
gni alrra  parola ,  diceva  :  Paradifo,  Paradifo:  ed  io  con  tutta  la 
verità  po(lo  di  ciò  accertarvi;  mentre  qual  fuo  Cugino, ed  amicif- 
lìmo,  più  volte  mwco  proruppe  in  tali  accenti  fe.kvoli.  Sì  torno 
a  ripetere,  lungi  dall' affannarfi,  da' sbigottiménti,  fuoi  terminare 
i  fuoi  giorni ,  chi  in  vita  fu  fervo  Ldele  al  Tuo  Dio. 

JFor.  Veramente  chi  è  in  grazia  del  Signore  può  aver  coraggio  di  af- 
frontare il  gran  momt^nto  ;  ma  chi  può  dubitare ^  fé  ha  fede, non 
può  a  meno  di  non  temere,  e  tremare. 

Ser.  E  non  vi  dilTi  fin  da  principio  ,  che  lo  eccedente  voflro  avvili- 
mento è  fegno  cattivo?  Giacché  però  la  buona  forte  ha  voluto 
eh'  io  imprenda  a  difingannarvi ,  ditemi  :  perchè  non  proccu'-are 
di  levare  la  caufa  funeìta  delle  vofire  temenze  ?  Se  conofcete  che  i 

B  2  giù- 


20 

giufli  ponno  intrepidi  foccombere  al  'lomune  tributo  ;  perchè  noa 
ufate  que'  mtzzì  medefimi  ,  che  a  loro  cagionano  valore  si 
grande? 

For,  Poflo  proccurare  di  farlo;  ma  perfuadetevi ,  che  il  mio  fpavento 
è  tale,  che,  non  oilante,  alle  occafioni  farei  pecora,  e  sbigot- 
tirei . 

Ser,  Poiché  fiam  foli, 'e  trattafi  di  apportarvi  utile  col  prefente  difcor- 
fo;  permettetemi,  che  io  parli  con  quella  libertà,  che  pub  fom» 
miniftrarmi  la  intrinfeca  noftra  amicizia  ,  ed  il  defiderio  ,  che  ho- 
di  aiutarvi .  Sappiate ,  che  fette  forti  di  timori  fi  danno  ,  per 
quanto  ho  potuto  rilevare  da  famofi  Teologi,  e  Filofofì.  Il  pri- 
mo fi  chiama  naturale  «  pel  quale  ogni  uomo  teme  qualche  dan- 
no alla  natura,  e  quefto  non  è  meritorio,  né  demeritorio,  men- 
tre non  foggiace  al  libero  arbitrio,  e  fi  dice  naturale  non  dalla 
creazione  di  effa  natura,  ma  folamepte  po/i  lapfum  ,  perchè  un 
tal  timore  conofce  la  fua  forgente  dal  peccato^ di  Adamo.  Il  fe- 
condo è  timore  umano  ,  col  quale  alcuno  troppo  teme  qualche 
lìniftro  accidente  al  proprio  individuo.  Qaeflo  timore  nafce  dall' 
amor  eccedente  alia  prefente  vita  ;  e  quefto  può  effer  peccato 
mortale,  o  veniale,  fé  la  perfona  da  efib  inveilita  piuttofto  mor- 
talmente, o  venialmente  peccherebbe,  che  perdere  la  vita  .  IL 
terzo  è  mondano,  per  mezzo  del  quale  alcuno  troppo  teme  di 
reftar  fpogliato  delle  fue  cofe.  Quefto  nafce  dal  troppo  affetto 
alle  cofe  temporali;  e  quefto  parimenti  può  effer  mortale,  o 
veniale ,  nella  maniera  in  appreifo  accennata .  Il  quarto  è  fervi- 
le, per  lo  quale  uno  teme  di  peccare  principalmente  per  timor 
della  pena.  Il  quinto  è  iniziale  col  quale  fi  paventa  l'Inferno, 
e  la  offefa  di  Dio ,  ma  queita  principalmente .  II  fefto  è  figliale, 
con  cui  un'anima  teme  la  difgrazia  di  Dio  ,  e  la  feparazione 
dal  medefimo .  II  fettimo  è  riverenziale,  che  folo  è  ancora  nel 
Cielo ,  come  dice  il  Reale  Profeta:  Timor  Domini  fanSìus  perma- 
nens  in  fxculum  fxculi  »  Alcuno  di  querti  timori  viene  dallo  Spi- 
rito Santo ,  e  con  lo  Spirito  Santo ,  come  il  timor  iniziale ,  e  fi- 
gliale. Alcuno  dallo  Spirito  Santo,  ma  non  col  medefimo,  co- 
me il  fervile.  Altro  collo  Spirito  Santo,  ma  non  derivante  d» 
eflb,  come  il  naturale.  Alcuni  finalmente  né  con  efifo  ,  né,  da 
eflb ,  come  V  umano ,  e  mondano ,  che  compatibili  non  fono  col- 
la grazia  del  Santo  Spirito,  né  da  effo  i\  danno.  Premeffe  tali 
divifioni ,  e  definizioni  di  ogni  Ipezie  di  timore;  ditemi  ,  amico, 
a  qual  clafTe  ridurrete  il  voftro?  Io  riflettendo  a  quanto,  tempo 
fa,  mi  dicefte,  palleggiando  fulie  mura  della  Città,  allorché  uia- 
(le,  per  certo  malore,  fcientemente  fuperftiziofo  rimedio,  vi  di- 
rò, che  afiblutamente  non  polfo  riferirlo.,  che  ad  una  categoria 
vijiofa  i  onde  fé  non  prendete  altra  ftradi  j  vi  fi  moltiplicheran- 
no 


£1 

no  ì  voflri  fpauracclil  a  mifura ,  che  in  voi  crefcerà  l'  amore  del- 
la vita  prefente  ;  e  fé  non  rifolvete  di  dar  prontamente  la  fteflTa 
piuttofto  che  mai  peccare,  arriverete  in  morte  all'amarifTimo 
pafTo  di  morir  difperato  :  emendo  ben  ragionevole  ,  che  chi  per 
falvar  la  vita,  puro  dono  di  DIO,  non  ha  difficoltà  di  grave- 
mente offenderlo,  fenta  in  morte  i  dirguUofì  effetti  del  fuo  pec- 
cato. 

Conte  Candidio.  E  permeilo  ?  entra* 

Form.  II  Signor  Conte  * 

Con.  Servo  di  loro  Signori;  gli  altri  lo  complimentano ,  Come  ve  la 
paflate  ? 

Tor.  Ora  non  vi  è  tanto  male  ;  ma  temeva  che  quefta  fofle  la  mia , 

Con.  Che  razza  d'uomo  fiete  mai?  fé  folle  figlio  di  un  lepre,  o 
coniglio,  non  farefte  piìi  timcrofo. 

Far.  Mi  è  cara  la  pelle» 

Con,  Cand.  ma  un  giorno,  o  l'altro,  bifognerà'dare  la  terra  alla  te''* 
ra  :  onde  in  sì  fatta  neceffità,  perchè  tante  anfìstà,  tante  paure^ 

For,  Almeno  il  più  tardi  che  fi  pofTa. 

Con.  Cand.  Quanto  fiatno  diverfi  di  fentimento  !  Io  V  anno  fcorfo 
come  fapete,  per  quella  pleuritide,  che  pofTentemente  minac- 
ciavami  l'ultimo  giorno,  avvertito  del  mio  pericolo,  poflfo  ac- 
certarvi, che  niente  rimafi  colpito  da  tale  idea,  anzi,  fé  debba 
confeflarvi  il  vero,  mi  fentii  confolato. 

FùY.  Io  redo  fuor  di  me  fieffo! 

Conte.  Ed  in  qual  maniera  potrei  diveffamente  fentire  ?  Come  iF 
Pellegrino  incamminato  a  Gerufalemme,  o  a  Roma,  quanto  pia 
al  termine  del  fuo  viaggio  accoftafi,  piij  fi  confola  ;  io  così  rav- 
vifandomi  qual  viandante  in  quefta  mifern  terra ,  inviato  al  Cie- 
lo ,  meta  de'  mici  defiderj  ;  gioifco  in  ritrovarmi  vicino  a  quel 
felice  momento,  che  darà  termine  lieto  al  mio  cammino. 

Ser.  Che  rifpondete  amico  a  sì  pefante  ragione?  Appunto,  Sig. Con- 
te, al  fuo  arrivo  m'  ingegnava  d'indurre  l'amico  comune  a  dar 
bando  una  volta  alla  fua  timidezza. 

Con,  Faceva  bsnifllmo;  ed  effo  deve  fuperar  fé  medefimo  ,  e  corag* 
giofaraente  abbattere  un  tale  difetto.  Giacché  fiamo  amici,  e 
r  amicizia  brama  eguaglianza  y  è  ben  di  dovere ,  che  il  Signof 
Formicone  proccuri  di  raflbmigliarfi  a  noi  j  e  che  tentiamo  di  al- 
lontanarlo da  ciò ,  che  tanto  lo  turba ,  e  può  danneggiarlo  » 

Ser,  Vi  aggiunga ,  come  poco  fa  gli  ho  detto  ,  (  accennando  il  Stg» 
Formicone,  )  che  pur  troppo  il  fuo  difetto  riconofcc  là  origine 
da  un  fonte  limacciofo,  che  non  ha  molto,  lo  fece  camminare 
in  tralice  di  quella  Santi  (lima  Legge,  di  cui  efler  deve  premurofd 
cITervatore . 
€!onte .  Coraggio  adunque  ^  fpez7.at§  ufià  vòlta  qUéìU  «fiideli  càtciifi  f 


2Z 

che  vi  circondano  il  cuore  :  date  luogo  alla  ragione ,  al  dot- ere  ,  e 
fatevi  ftrada  a  godere  in  pace  il  reftante  de'voliri  giorni  fu  que- 
fta  terra,  con  grande  fperanza  dì  aflficurarvi  una  felicità  perpetua 
nella  vita  futura. 

For,  Ho  già  deteflato  il  mio  fallo,  che  tuttora  abbomino  al  maggior 
fegno . 

Con.  Ma  bifogna  dippiù  odiare  la  cagione  fuaefta  di  elfo. 

For.  Io  aflbiuramente  non  mi  fento  foiza  ballevole  per  trionfare  di 
una  paflìone  sì  predominante  , 

Ser,  Non  dice  S.  Agoliino:  Facete  quod  pojjts  y  petere  quod  non  pofjìs? 
Fate  quanto  potete  ;  e  dove  non  arrivano  le  forze  vofire  ,  giun- 
geranno quelle  di  Chi  tutto  può.  S'Egli  ha  detto  ,  petite  ^  & 
acciptetìs ,  chiedetegli  umilmente  il  fuo  ajuto  con  viva  fede ,  eoa 
perfeveranza  ;  e  fiate  ficuro  di  riportar  la  virtoria. 

For,  Non  fo  più  che  dire.  Quefte  ragioni  fono-  di  tanto  pefo,  che. 
non  mi  lafciano  luogo  a  dubitare . 

Con,  Affidatevi  pure  all'amorofiffìmo  Dio,  e  non  temete.  Egli  faprà 
rendervi  affai  agevole  quella  palma, che  di  prefente  può  fembrar- 
vi  difa'arofa  all'ecceffo. 

.y^r.  Se  tanto  amate  la  vita  temporale,  molto  più  ftimate  l'eterna.  Pro- 
vedete per  tempo  j  e  non  lafciate  incallir  la  pafTione  ;  poiché 
giunta  a  certi  gradi ,  quafi  del  tutto  acciecandovi  farà  la  eterna 
voftra  ruina  ;  fono  sì  funefte  le  confeguenze  di  una  paffione  affai 
radicata,  che  recan  ftupore  .  Sentii  pochi  anni  fono,  da  un  vo- 
flro  pari,  che  tuttora  vive,  la  feguente  pazzia,  ed  è  fatto  verìf- 
fimo  ,  Se  Iddio  mi  diceffe  :  vuoi  adeffo  venire  in  Paradifo  ,  op- 
pure differire  a  talento  la  tua  venuta,  di  cui  ti  afficuro:  rifpon- 
derei  :  quando  ciò  fia,  lafciatemi  pureducento,  quattrocento  an- 
ni fu  quella  terra,  che  poi  verrò.  Si  può  fentire  maggiore  fpro- 
pofito  ! 

Con,  Mio  Dio ,  che  debbo  mai  udire  !  Anteporre  quefla  valle  di  pian- 
to alle  immenfe  delizie  del  gran  Regno  del  gaudio  I  SantiiTima 
Fede  / 

For,  Che  forfennataggine  I 

Ser,  Eppure,  amico,  fé  con  tutto  1'  impegno  non  vi  opponete  alla 
corrente  torbida  del  voftro  male;  arriverete  anche  voi  di  leggieri 
ad  un  termine  infauflo  :  già  lo  fapete  ,  che  il  peccato  mifera- 
mente  accieca  il  Peccatore. 
Con.  Ed  avete  fentita  forfennatezza  sì  grande  ? 
Ser,  Pur  troppo!  e  non  ceffo  di  compiangere  Io  ftato  fventuratiffìmo 
di  quell'anima  ingannata.  Imperciocché  la  poca  ptemura  che  ha 
di  unirfi  al  fuo  principio,  la  ridurrà  pur  troppo  per  cofe  di  mondo 
che  tanto  apprezza  a  grav;emente  offnderlo  .  E  quando  anche 
giungeffe  a  falvarfi,  diffidlmente  sfuggirà  la  pena  di   languore, 

come 


23 

ccJme  dlicono  1  Teologi,  alla  quale  fogoìaccion  nel  Purgatorio  co*  ' 
loro,  che  freddamente  cercano  il  Paradifo. 

For.  Chi  feriamente  penfaflTe .... 

Ser.  Bifogna  ben  penfarvi,  e  reftar  perfuafo,  che  chi  troppo  fi  affe- 
ziona alla  vita  prefente ,  ai  beni  terreni ,  facilmente  arriva  a  per- 
der quel  fine,  per  cui  fu  creato. 

For,  Quanto  fìam  miferabili/ 

Ser»  La  miferia  noftra  certamente  è  grande  ;  ma  non  farebbe  tale,  fé 
proccuraflìrao  di  dar  uniti  a  quel  I>o,  che  fa  elevare  la  debo- 
lezza umana  alle  più  eroiche  azioni.  Chi  diede  coraggio,  e  for- 
za ad  un  Davidde ,  per  cimentarfi  cot^  sì  felice  fucceflb  contro  il 
baldaazofo  Golia?  Chi  animò  Giuditta,  che  liberò  Betulia  da 
«entò  mila  nemici,  che  T affediavano ,  fregiandola  di  quella  pal- 
ma, che  già  la  refe  immortale?  Chi  furon  gli  Apoftoli,  opera- 
tori di  sì  (iupende  azioni ,  che  a  noi  rendonfi  più  ammirabili 
per  la  fproporzione  delle  loro  forze  colle  imprefe  operate,  che 
per  lo  fplendore  delle  lor  gefta  ?  Se  non  quel  Dio ,  che  infirma 
mundi  etigit ,  ut  forti  a  quxque  confundat , 

For,  Non  crederete  amico,  quanto  io  mi  fenta  follevato  da  sì  fatte 
ragioni , 

Co«.  Credete,  fenza  dubbio  veruno,  che,  qualora  dar  vogliate  afcol- 
to  al  retto  difcorrere,  fvaniranno  le  macchine  tutte  formate  da* 
pregiudizi.  Come  volete  mai,  che  poffa  temere  un'anima  ,  che 
ragionevolmente  fpera  di  pofTedere  la  Grazia  del  fuo  Signore .  Noti 
fiam  noi  afficurati  dallo  Spirito  Santo  medefirao  ,  che  il  timor 
di  Dio  toglie  ogn'  altro  timore  ?  Qui  timet  Dominum  nihil  trepi- 
dabit^  &  ììon  pavebit ,  Infatti  è  sì  gran  rimedio  contro  qualfivo- 
giia  timore  il  timor  di  Dio  ,  ed  il  tellimonio  di  una  buona  co- 
fcienza  ,  che  T  ApoQolo  S.  Paolo  non  temeva  pericolo  alcuno  • 
ì^am  gloria  nojìra  hac  e/i  teflimonium  confcienttte  no/ira . 

For.  Non  altro  più  faprei  rifpondere;  che  fimili  inconcuflfs   Dottrine  ^ 

'         ed  autorità  ragguardevoli ,  non  abbian  feguito  numerofo  di  fatti . 

Ser.  Se  altro  non  vi  reila,  già  fiete  fra  le  catene.  Pertanto  Tappiate, 
che,  chi  voIefTe  far  noto  quanto  fu  tal  particolare  accadde  ,  mai 
più  finirebbe.  Di  volo  però  poffo  dirvi  j  che  S.  Illarione  da  voi 
g'à  in  contrario  citato,  eflTendo  caduto  n^lle  mani  de'  Ladri, e  da 
quelli  richiedo,  s'egli  temeffe,  per  atteftazion  del  Dottor  S.  Gi- 
rolamo, così  rifpofe:  Io  temere?  tema  chi  ha  che  perdere.  Car:- 
tabat  vacuuf  eoram  latrone  viator,  Replicaron  eoloro,  fé  non  hai 
beni  temporali ,  hai  la  vita ,  che  ti  potiamo  levare .  Vero  ,  fog- 
giunfe  il  Santo,  ma  né  anche  di  quello  ho  timore,  perché  fio 
Bene  con  Dio,  e  fono  difpofto  a  ben  morire.  Poffum,  inqutt^pof-' 
fitm ,  fed  ideo  non  tinno  ,  quia  mori  paratus  fum ,  Somigliante  ril^ 
polla  diedero  parimenti  a  certi  ladroni  da  ilrada  S.  Martino  «  e  S« 

B  4  Do- 


24 

Domenico  j  troppo  vero  efTendo,  per  detto  dello  Spirito  Sanfo, 
che:  non  contrtjìabtt  jujìum  quicauìd  ei  accìder'it .  Racconta  Eri-;; 
berto  Rofveido  nelle  Vite  de'  Padri  dell'  Ererro  {l'tb.  5.)  come'^ 
un  Monaco  richiefe  all'  Abbate  Teodoro ,  fé ,  cafo  che  avefTe  fen- 
tito  qualche  ftrepito  d'improvvifo  romore,  o  ruina  fi  farebbe  fpa- 
ventato  .  Io  fpaventarmi  ì  rifpofe  l' Abbate  :  in  verità  vi  dico , 
che  :  fi  Ccclum  terrai  aàhareat  Theodorus  non  ùmet ,  Era  Teodo- 
ro uomo  di  Dio,  fervo  veramente  fedele:  onde,  che  maraviglia,  f 
fé  di  ninna  cofa  temeva  ?  Di  S.  Martino  riferifce  Severo  Salpi-  ; 
zio,  come  nei  paflfare  le  Alpi,  diede  nelle  mani  de'  Ladri,  da' 
quali  venne  prefo,  e  legato.-  anzi  uno  di  que' ribaldi  alzb  l'acet- 
ta,  per  fendergli  il  capo;  come  farebbe  feguito,  fé  da  un  altro 
non  foiTe  (tato  trattenuto  il  colpo  a  mezz'  aria.  Qtiindi  richiedo 
il  Santo,  fé  avelfe  avuto  paura,  rifpofe:  Nunquam  fé  tam  fu;/- 
Jìe  fecuruiriy  quìa  fciret ,  mìfericordìam  Dèi  maxime  in  tentationi' 
bus  ajfuturam .  Ed  in  fatti ,  un  Uomo  dabbene  non  conofce  ti- 
more :  In  timi  re  Dei  Ixtitia  m'i/cenda ,  lo  diffe  Agoftino  .  E  per 
ridurre  il  molro  in  poco,  Ruffino  di  Aquileja  fcrive  nelle  Vite 
de'  Padri,  che  tra  quelli  non  fi  vedeva  malinconia:  Nullus  ineis 
tri/ìis  inviniebarur .  Perchè  tutti  eran  Uomini  di  buona  cofcien- 
za;  e  chi  ama  Dio  davvero,  di  nulla  teme:  Perfetia  charitas fo- 
ras  mittit  timorem  • 

Tor.  Sono  appagato, 

Str,  Anzi,  moralmente  parlando,  dirb  di  più,  che  un  vero  Crifiiano 
non  pub  darfi  a  temere.  Imperciocché  ,  fé  il  Giulio  altro  non 
cerca,  che  lo  adempimento  perfetto  del  volere  Divino;  e  lieta- 
mente e  coraggiofamente  Io  fa,  fapendo,  che  la  morte  viene  da 
efiò,  morsy  O"  vita  in  manu  ejus ^  e  che-'  Pretirfa  in  confpecìu 
Domini  mors  SanShrum  ejus  :  di  buon  grado  ,  ed  intrepido  fi  pie- 
ga a'  fuperni  decreti ,  mirabilmente  avverando  quanto  ci  fa  fape- 
re  la  Cantica:  Fortis  ut  mors  dilttiio» 

For,  Io  fondava  le  mie  ragioni  fu  quei  t'mori,  che  in  varj  Santi  fi 
annidarono  in  quel  gran  punto;  e  qualor  ad  eflì  rifletto  nova- 
mente  fon  portato  a  temere. 

Ser.  Sia  veriffìmo  quanto  dite  ;  ma  io  crederei  piuttodo,  che,  ficco- 
me  ancora  l'anime  Sante  foggiacevano  alle  tentazioni  del  Diavo- 
lo; così  lo  attuto  nemico  colla  diffiienza  tentafl'e  d'indebolire  U 
loro  virili;  oppure  fodero  moti  della  parte  inferiore.  Ma  in  pra- 
tica, credetemi,  che  a  uomini  tsh'  ciò  di  rado  fuccede  ;  troppo 
forti  effendo  le  autorità  fopraddetre  ,  per  non  lafciar  più  luogo  a 
dubitare.  Che,  fé  peranche  non  fotte  appieno  perfuafo  :  Martiri 
generofi,  che  più,  che  Cervo  aflfetato,  lieti,  ed  intrepidi  corre- 
re alla  morte; voi  nel  fangue  vottro  felice  tutti  fommergete  ire-* 
liquati  nojofi  del  timor  di  un  Amico,  che  tanto  mi  preme. 

Conte  • 


p 


25 

Conte .  Cedete  una  volta . 

Far.  Mi  dichiaro  già  vinto. 

Ser,  In  avvenire  aduhque  di  vero  cuore  amate  il  voftro  buon  Dio,  e 
fenza  pùnto  efitare,  credetemi,  che,  fé  l'immenfo  amor  fuo, 
per  noitro  b?ne ,  Io  induffe  a  morir  fulla  Croce  ,  quantunque  rei 
per  io  peccato  di  Adamo,  faprà  da  fuo  pari  vieppiù  affifterci, 
qualora  figli  fedeli  a  sì  buon  Padre  faremo  al  termine  di  quefto 
efiiio,  vicini  al  premio,  che  ci  promife.  Come  non  teme  va- 
lorofo  foldato,  che  Hdo  fempre  al  fuo  Principe,  fenta  chiamarti, 
già  veterano,  alla  Corte,  dove  fa,  che  il  Sovrano  gli  preparò 
luminofiflìmo  impiego  ;  così  noi  Criftianamente  vivendo,  all'ul- 
tim'ore,  lieti,  fenza  punto  di  tema,  andremo  in  feno  al  Graa 
Monarca ,  più  fedele  di  ogn'  altro .  • 

ENIGMA     PRIMO,. 

IS    O    N    E    T    T    O. 
O  fon,  che  innalzo  le  Cittadi  altere. 
Ed  al  fublime  trono  i  primi  Eroi  . 

10  la  cagion,  clie  de'  trionfi  fuoi 

11  merto  ammirin  le  Provincie  intere. 
Per  me  floride  fon  le  Primavere, 

Per  me  cantano  i  Vati:  onde  avvien  poi. 

Che  chiari  fon  dal  Tago  a'  Lidi  Eoi  j 

Ed  apro  a  chi  le  vuol  delizie  vere. 
Fabbrico,  e  flruggo;  infegno  in  ogni  parte; 

D'alma,  e  di  còrpo  privo,  e  di  figura. 

Sono  in  continuo  moto  e  mai  non  torno. 
Pur  v'è  chi  cerca  d'ingannarmi  ad  arte: 

Mi  taccia  di  nojofo  ,  e  non  mi  cura  ; 

Sperando  poi,  di  ritrovarmi  un  giorno. 
//  Ttmpo. 

E  NIG  MA    S  E  C  O  N  DO. 
Oh  fé  fapeflTi  quanto  vai  coftui , 

Che  d' ingannar  fi  cerca ,  e  fi  proccura  ,■ 
Quafi  cagion  di  giorni  ofcuri ,  e  bui , 
E  aborre  vii  di  pefTima  natura  ! 
Come  diretti  :  oh  quanto  pazzo  io  fui , 
E  la  mia  mente  ottenebrata ,  e  ofcura , 
•  Allorché  gettai  c;ò  ,  che  folo  è  mio , 
E  con  che  fol  può  guadagnarfi  un  Dio! 
Il  Tempo, 

Sen.  Omma  alUna  funty  tempus  tantum  mjlrum  ejl. 


CONVERSAZIONE,  O  VEGLIA 
SECONDA. 

INTERLOCUTORI. 

Signora  Eugenia  Tabacconi  Madre  della  Signora  Vofca, 
Sig,  Antonio  Fumagaldo, 

Pietro   Lodriforio . 

Zenobio  Dupaldo, 

Lorenzo  S impillo , 

Si  finge  nella  Camera  da  Vifite  della  detta  Sig.  Eugenia  . 

^^3'  T^  A  temi  la  fcattola,  che  mi  fono  fcordata  fui  cafTettone. 
J'°f'    JLx  La  ferco  fubito:  Frende  la  fcattcla  ^  e  nel  portarla  :  mi  km- 

bra  molto  leggiere, 
Eug.  Forfè  non  ve  ne  farà  p'ìi.  Empitela. 
Fof,  Gli  mofira  la  fcattola  aperta.  Eccola  pii^i  pulita  di  dentro,  che  di 

fuori . 
Eug,  Non  fo  che  dire.  Non  faccio  torto  al  Cognome. 
Fof,  Per  quanto  fembrami ,  fi  è  un  po'  troppo  alTuefatta . 
Eug,  Figlia  mia,  prenderei  in  tabacco  lo  Appaltatore  medefimo. 
Fof,  lo  temo,  che  la  intemperanza  di  eflb,pofra  nuocergli  alla  fanifà; 

perchè  ho  fentito  dire,  che  Tufo  eccefiivo  di  tal  polvere  apporta 

danno  al  corpo. 
Eug,  E  perchè  nò?  Tutti  gli  eccelTi  fono  pcricolofi, 
Fof.  Cara  Signora  Madre,  procuri  dunque  di  moderarfi  .    Se  prudsn- 

temente  dubita  di  poterfi  danneggiare,  è  anche  obbligata  di  ufar 

moderazione . 
Eug,  Dite  beniffimo.  Fate  così,  mettete  la  fcattola  nuovamente   fui 

CaiTettone,  colà  voglio  folamente  tenerla.  Allontanata  così  la oc- 

cafione,  fpero  di  fottraermi  agli  ecceffi. 
Fof,  E'  anche  troppo  vicina. 
Eug,  Nel  principio  così  mi  convien  fare  ;  in  feguito  uferò  mezzi  piìj 

forti .  Per  quei  gradi  fleffi  ,  per  li  quali  fono  giunta  al  fommo , 

per  li  medefimi  è  ragionevt)le,  che  retroceda, 
Fof,  Eccola  dove  mi  ha  detto. 

Viene  il  Sig.  Fumagaldo  ,  e  fatti  i  folttì  vicendevoli  rif petti  ^ 
Fxm,  Come  fi  lente  Signora  Eugenia? 

Eu/», 


Eiig.  Bene  a'  fuoi  cornandi . 

Fum.  Voglio  (ubitamente  dargli  una  prefa  di  buon  tabacco. 

Eug.  Grazie,  Sig.  Fumagaldo,  non  faccio  per  far  rifiuto,  ma  per 
emendarmi  qualche  poco  dal  troppo  frequentare  il  medefimo. 

Fum.  Per  qualche  prefa  non  vi  è  male  . 

Eug.  Il  rrale  non  era  in  qualche  prefa  ,  era  in  qualche  fcattcla. 

Fum.  Q.i2ndo  così  fofle  la  cofa ,  opera  faggiamente  . 

Eug.  Commcifi  per  divertimento,  e  per  compiacere ,  ed  ho  formato  uh 
abito  aifai  gagliardo . 

Fum.  Tanto  fuol  accadere  anche  in  altri  generi.  Si  comincia  con fom- 
ma  indifferenza  ;  ma  non  iacendofi  contro  i  principi  »  fi  forma  una 
violent»  neceflìtà. 

Entra  ti  Sig,  Lodriforioy  e  fatto  come  fopra  y 

Lod.  Nuove  curiofe. 

Eug.  E  quali  fono? 

Lod.  Poco  belle, 

Eug.  E'  fucceduta  qualche  difgrazia  ? 

Lod.  Pur  troppo. 

Eug.  E  che? 

Lod,  La  figlia  del  Sig.  Narmindi  è  fuggita  eoa  un  Sartore  ,  col  quale 
da  qualche  tempo  amoreggia\;a. 

Fum.  Il  Padre,  e  la  Madre  lo  fapevano? 

Lod,  Avevano  de'  fofpetti  ;  ma  tanta  era  l' arte  de'  due  Innamorati , 
che  non  lafciavano  gran  fondamento  di  dubitare . 

Eug.  La  Madre  con  vigilante  cu{lodia,non  oifervava  gli  andamenti  del- 
la figlia? 

Lod.  Appunto  il  divagamento  della  Madre  ha  lafciato  vafto  campo  al- 
la figlia  di  precipitarfi, 

Eug.  Quanto  è  fuggita  ? 

Lod.  Dopo  le  ventiquattro.  In  tempo  appunto,  in  cui  la  Genitrice 
leggeva  gli  Avvifi,  la  figlia  fi  è  pian  piano  fottrata  alla  medefi- 
ma;  e  per  lo  portone  di  dietro,  dove  jl  Drudo  l'attendeva  ia 
quei  folitario  viottolo,  ha  voltato  le  fpalle  alla  Cafa  paterna, la- 
(ciando  in  un   graviffimo    imbroglio  la  trafcurata  Cufiode. 

Fum.  Che  dirà  mai  il  Padre? 

Lod,  Il  Padre,  datofi  alle  furi»,  voleva  ammazzare,  appiccare,  met- 
ter foffopra  il  mondo;  ma  feco  lui  trovandofi  per  buona  forte  il 
Dottor  Cìriatoli,  e  i'  Avvocato  Fifcale,  hanno  faputo  calmare 
gì'  impeti  di  un  Genitore  adirato,  e  tocco  in  parte  un  po'  troppo 
delicata, e  fenfib;le . 

Fof.  La  Sig.  Terefa  fi  è  precipitata  ?  unica  ,  ed  erede  di   uno. (lato  si 
pingue ,  che  poteva  pretendere  un  Cavaliere ,  fpofarfi  ad  un  Sar- 
tore? Che  pazzia  ! 
Lod,  Ringrazii  il  Signore,  che  ha  una  Madre  attenta  fu  i  propri  do- 
veri ;  mentre  forfè  potrebbe  far  peggio.  fof. 


2S 

Tof.  E*  vero,  che  la  Signora  Madre  ha  cent' occhi  per  tnei  rtìa  gli 
afficuro ,  che  prima  di  affezionarmi  ad  alcuno  ,  vorrei  fui  ferio  ri" 
flettere ,  fé  il  partito  fofle  per  effere  approvato  da*  miei  Genito- 
ri ;  e  quando  la  cofa  fofle  al  contrario ,  non  darei  afcolto  a  chi- 
chefTia . 

Lod.  Lodo  i  fuoi  fentimenti  degni  di  una  figlia  di  Madre  si  rifpetta- 
bile .  Opererebbe  da  faggia;  ma  non  è  ii  facile. 

Fof,  CoU'ajuto  Superno,  e  con  quelle  maflfime,  che  dalla  Signora  mia 
Genitrice  ho  apprefo ,  le  quali  mi  hanno  determinato  ad  una  to- 
tale raffegnazione  a'  fuoi  voleri  j  amando  la  ritiratezza ,  ed  abbor- 
rendo  l'aria  delle  fìneftre,  che  per  le  fanciulle  fuoi  riufcire  fata- 
le, fpero,  che  non  opererei  diverfamente  da  quanto  dico. 

Fum.  Continui  pure  sì  belle  determinazioni ,  che  non  avrà  motivo  di 
pentirfi ,  come  quanto  prima  farà  la  incauta  fuggiafca . 

Eug,  E  come,  in  vece  di  attendere  a  cofe  proprie  di  una  Donna, 
che  abbia  il  pefo  di  reggere  la  Cafa  ,  e  di  educar  bene  ,  e  ve- 
gliare con  tutta  la  premura  fulle  veftigia  di  una  figlia  fola,  per- 
devafi  la  Signora  Vittoria  dietro  la  lettura  delle  Gazzette? 

Lod.  E'  fuo  cofìume  da  qualche  tempo  in  qua,  dopo  le  ventiquattro, 
due,  o  tre  volte  la  Settimana  di  leggere  i  fuoi  Avvifi,  che  gli 
vengono  mandati  da  diverfe  fue  pari  ;  ed  in  tale  circoftanza  infe- 
gna  a' Generali  come  debbano  regolarfi  ,  per  fuperar  1'  inimico  : 
fa  i  fuoi  Pronoftici  :  entra  ne'  Gabinetti  :  va  falle  flotte  ;  né  in- 
contra novità  sì  flrana,  fu  cui  non  dia  francamente  il  fuo  giudi- 

2Ì0. 

Eug.  Che  debbo  fentiref  Lo  fo  ancor  io,  che  la  povera  figlia  ha  tro- 

'vato  largo  campo  alla  fua  ruina.  Faccia  inferire  il  prefente  fini- 

flro   fucceffo  negli  Avvifi ,   frutto  amaro  de'  fuoi  vaneggiamenti  ; 

che  potrà  giovare  a  m.olte  altre  ,  e  renderà  più  pregievoli  i  me- 

defimi  con  una  nuova  di  molto  infereffante . 

Lod,  Vi  aggiunga  ,  che  fi  rende  ridicola  j  effendo  il  divertimento  di 
quelli  oziofi,  che  fanno  i  madornali  ipropofiti,  che  va  dicendo. 
A  buon  conto  gli  hanno  trovato  un  nome 

Bug.  Fa  di  più  il  bel  guadagno  di  effere  Io  fpaffo  de' Scioperati  ? 

Lod,  E  come!  Saranno  venti  giorni,  che  ferve  da  Commedia  a  quel- 
li, che  fogliono  venire  al  Caffè  della  Pernice. 

F^ug,  Ecco  i  bei  frutti,  che  raccoglie  dal  voler  ufcire  dal  centro.  Ago, 
e  refe,  per  le  donne,  rocca,  e  fufo.  Quefli  fono  gli  efercizj, 
che  a  noi  proccacciano  le  lodi  de'  faggi  :  e  fopra  tutto  I*  adempi- 
mento del  proprio  dovere  ci  rende  ammirabili. 

tod.  Raccontò  il  Notato  Branchi ,  che  abita  dirimpetto  alla  camera 
della  Signora  Vittoria ,  qualmente  di  -cafcofto  una  fera  l'  afcolta- 
va,  allorché  di  frefco  ad  effa  erano  flati  recati  gli  Avvifi,  e  dif- 
fc,  che  così  diede  jiincipio.  Vienna,  Novembre,  perchè  non  co 

no- 


nofcendo  i  numeri ,  le  date  placidamenfe  dormivano .  Poi  rivol- 
ta alla  figlia  gl'impofe,  che  attentamente  afcoltafle  le  nuove  . 
Ma  efla,  che  più  gradiva  di  fentirne  dal  Sartore  ,  moftrando  di 
non  curarfene  colla  fcfifa  di  nemmeno  fapere  a  qual  parte  fofle- 
ro  le  Città  fu'  Fogli  nominate  ;  e  volendo  fortire  dalla  camera  ; 
fu  dalla  madre  trattenuta ,  dicendogli  :  che  l' avrebbe  illuminata , 
ad  oggetto,  che  poteffe  ritrar  piacere  dai  medefimi,  e  comparir 
virtuofa.  Quindi  fenza  dimora  diede  principio  agli  ammaeftramen- 
ti ,  aderendo  :  che  gli  PrufTiani ,  ed  i  Tedefchi  fi  farebbero  ri- 
tirati ne'  quartieri  d' Inverno ,  per  lo  ecceffivo  rigor  del  freddo  ; 
mentre  la  Slefia,  e  la  Boemia  fono  fotto  la  zona  torrida.  Gli 
diede  l'altro  lume,  che  Londra  è  la  Capitale  de' Turchi.  Pro 
feguì,  defcrivendogli  Roma  fulle  rive  del  grande  Oceano .  Gli  di- 
picfe  la  Moravia  nell'Affrica,  ed  i  fuoi  Abitatori  più  neri  de* 
Spazzacamini.  S.  Giacomo  di  Galizia  alla  fine  del  mondo,  e  Gi- 
bilterra in  America.  La  defcrizione  poi  di  Venezia,  da  lei  fitua»- 
ta  nel  mezzo  di  un  vado  mare  in  vicinanza  di  molte  lagune,  af- 
fai piacque  alla  figlia  :  coficchè  la  madre ,  contenta  delle  fue  dot- 
te lezioni,  pafsò  alla  continuazione  della  lettura  già  intraprefa  . 
La  erudita  Signora  ,  che  forfè  folamente  curafi  di  cofe  grandi  , 
licenziate  virgole,  punti,  e  quanti  fegni  diftinguono  i  fentimenti 
di  chi  fcrive;  leffe  dal  principio  alla  fine  le  pregiate  novelle,  co- 
me fé  di  un  folo  fenfo  foffero  ftate  compofte  ',  fermandofi  pura- 
mente, dove  conofceva,  che  il  fuo  penetrante  ingegno  poteva 
dare  alcuna  provida  inftruzione  a  qualche  Mmiftro,  Conlìglio,  o 
Generale.  E'  vero,  che  i  barbari  nomi  de' Paefi  Germanici  fa- 
cevano dir  cento  fpropofiti  al  notiro  Ammiraglio  dal  Cuffione  ; 
ma  egli  ciò  nulla  odante  giunfe  al  termine  fenza  avvilirfi  ;  alTi- 
corando  la  figlia,  che  in  avvenire  cosi  l'avrebbe  idruita,  che  fa- 
rebbe data  per  fare,  alle  occafioni,  luminofa  comparfa. 

Fum,  Dimattina  vado  anch'  io  al  Cafìe  della  Pernice  ;  né  più  T  ab- 
bandono ,  fintantoché  la  Sig.  Vittoria  non  lafcia  la  incominciata 
Commedia . 

Eu^.  Per  quella  ftrada  medefima ,  per  cui  la  inavveduta  Signora  va 
in  traccia  di  ammirazioni ,  per  la  medefima  incontra  le  meritate 
derifioni.  Eh,  Signori  miei,  bìfogna  perfuaderfi,  che  la  ftrada  fi- 
cura  ,  per  acquifiarfi  la  ftima  del  mondo  fenfato  è  l' umiliarfi  ;  il 
faper  moftrare  di  conofcer  la  propria  miferia  j  e  1'  attendere  ia- 
ceffantemente  agli  obblighi  dei  proprio  ftato. 

Lod,  Così  la  intendo  anch'io:  e  qualunque  Signora,  che  opererà  fa 
tal  guifa,  mai  avrà  il  difguQevole  incontro  delle  derifioni;;  e  di- 
leggi .  Ma  la  Signora  Vittoria Bafta  il  dire  che  il  Dottor 

Dallazuppa  gli  ha  fatto  capitar  alle  mani  il  feguente  Sonetto  in 
lingua  Lombarda,  che  ho  francvnente  a  memoria,  da  lui  fatto, 

.  sella 


30  ^  ' 

nella  Bottega  fuddetta  traile  rifa  di  molti ,  che  fi  trovarono  pre- 

fenti . 
Eup^  Quanto  mi  attrifto  ! 
Loa,  Sentano,  come  il  Dottor  Dallazuppa  confìglia  la  fopraddetta. 

S    U    N    E    T. 

Sgnora  Vittoria  lafsè  andar  i  Avvis; 

Ch'a  dsì  di  macaron,  ch'in  s*pon  fufFrir! 
Tindì  a  far  di  calzet  ;  cucì  '1  camis  : 
E  an  dsì,  eh  Rorra  è  dre  al  mar;  ch'i  pom  en  pir. 
E,  za  eh'  a  crdì  un  Lov  quel,  eh' è  un  can  bis: 
E  Sacerdot  di  Turch  al  Gran  Vifir; 
Fé,  ch'i  Fujet  s'in   vada  in  pih  d'mil  bris, 
Dfend  ,  eh  al  parlar  Tudefch  al  n'  s'  poi  capir. 
L^sè,  ch'i  Generai  fazn  a  fo  mod  : 

eh  l'è  mei    d'fars  aramazzar,  tendr  al  lafagn, 
E  magnar  di  caplet  dentr  al  bon  brodj 
E  an  infgnè  piti  materi  a  voftra  fida; 

S'an  la  vulì  a  part  in  t'al  catciv  guadagn, 
Ch' cunfift  pur  trop  in  t'una  fol  parola. 
Fum,  Infolentiffìmo  Dottore  !   Non  è  quefta  opportuna  maniera  per 

ravvederla. 
Fo/.  Suo  danno:  attenda  alla  rocca,  fé  non  vuol  Sonetti  pungenti. 
Fum,  E'  vero ,  che  tal  Signora  è  in  errore ,  dandofi  a  ciò ,  che  a  lei 
difconviene;  ma  nemmeno  la  Signora  Fofca  è  lodevole,  parlan- 
do così  ,  più  fpinta  da  un  po'  di  collera  ,  che  da  zelo  di  emen- 
da . 
Eug.   Il  Signor  Fumagaldo  parla  beniffìmo.  E  voi  ,  o  Fofca  ,  prima 

di  aprir  bocca  ,  penfate  . 
Fum.  Prefto  fi  parla ,  e  pretto  fi  pecca . 

Entrano  ì  SÌ£i^.   Dupalcio ,  e  Simpillo,  e  fatti  ì  complimenti  ^ 
Dupaldo .  Gran  fufurro  In  Cafa  del  Signor  Narmindo . 
Eug.  E  con  ragione  /  La  fuga  di  una  figlia ,  e  tale ,  non  è  gran  mo- 
tivo di  fcon volgimento? 
Simpillo .  Già  r  hanno  trovata . 
Eug.  Quanto  ne  godo  ! 

Dup.  Certa  donna   per  accidente  ,  avendo  incontrata   la  fuggitiva  ,  e 
conofciuta;  off2rvato  il  luogo,  dove  il  Rapitore  l'ha  condotta  è 
volata  ad  avvifarne  il  Padre,  che  fubito  co' Servi  è  corfo  a  pren- 
derla ,  fenza   trovare  il  minimo  oftacolo ,   eflendofi   contentato  il 
colpevole  di  poter  fottrarfi  colla  fuga. 
Fofca,  E  di  prefente,  che  l'hanno  trovata  vi  è  tanto  firepito? 
Dup,  E  come  ì  Informato  il  Sig.  Narmindo  del  divagamento  della  mo- 
glie. 


5t 
glie ,  che  da  qualche  tempo  in  qua  ,  perdutafi  ad  imitazione  (H 
cere'  altre  nella  lettura  delle  Gazzette ,  fcordavafi  di  aver  occhio 
alla  fanciulla  ,  voleva  gagliardamente  batterla  ;  e  fé  due  Amici 
non  fi  fodero  vigorolamente  oppofti  e  con  ragioni ,  e  con  fatti , 
la  fconfigliata  Signora  malamente  l'avrebbe  pallata. 

Eug.  Dunque  la  tempefta  è  quafi  caduta? 

Dup,  Con  tali  mezzi  fi  è  riparata  dalle  maggiori  furie  del  tempora- 
le ;  né  gli  fono  toccati  che  due  pefantiffimi  fchiaffi  ;  uno  de'  qua- 
li   per  accidente  gli  ha  cacciato  il  gran  Cuffione  fui  fuoco. 

Fofca.  Sono  flati  in  tempo  a  levarlo? 

Dup.  Da  uno  de'  due  mediatori  è  ftato  fubitamente  falvato  ;  non  aven* 
do,  che  riportato  leggieri  danni  qua,  e  là. 

S'tmp.  GliAvvifi,  gliAvvifi  fono  ftati  ben  ferviti! 

Fé/.  Sì  ! 

Simp,  Li  ha  fatti  in  mille  pezzi;  proibendo  alia  delinquente  di  mai 
più  azzardarfi  a  tale  frafcheria  :  col  promettergli  ,  le  coutravvie* 
ne,  di  dargli  un  raro  rinfrefco  di  Canna  d'India. 

Eii^.  Benedetta  quella  mano,  che  lo  farà Non  dico  ciò    perchè 

io  goda  del  fuo  male ,    ma  perchè  fi  emendi   da  un  fanatitmo  si 
deteiiabile. 

Fum,  E  non  la  compatifce?  Sa  pure,  che  i/onth  non  regna y  in  chi 
non  fa  compatire. 

Bug.  E'  vero  ;  ma  pur  troppo ,  quando  fentonfi  certi  gagliardi  fpro- 
pofiti ,  sfuggono  propofizioni ,  che  farebbero  da  tacerfi  .  Peggio  fa- 
rei certamente,  fé  un  ajuto  fuperiore  non  mi  affilteffe. 

Fum.  Quifta  sbrigliata  forfè  la  renderà  più  cauta,  e  premurofa  di  ri- 
conofcerfi  debitrice  di  una  vigilante  cura  fugli  andamenti  di  una 
figlia ,  che ,  per  foddisfare  ad  una  pazza  inclinazione ,  fi  era  fcor- 
data  degli  obblighi  rilevanti,  che  ha  verfo  quelli,  che  gli  hanno 
data  la  vita. 
•  Dup.  Potrebbe  darfi  ;  ma  io  non  ho  gran  fede ,  che  fi  emendi .  Le 
d^nne   per  lo  più  fono  deboli  di  teila,  e- caparbie. 

Fum,  Sa  V.  S.  da  che  ciò  provenga?  Dalla  poca  cura  che  hanno  gli 
uomini  di  dare  una  buona  educazione  allemedefime  nella  età  im>- 
matura,  ed  in  feguito.  Sotto  la  direzione  di  pii  Genitori ,  cheil-^ 
luiiri  donne  non  vantano  le  Storie  tutte? 

Dup.  Ma  fono  rare. 

Fum,  S' inganna.  Il  numero  è  fterminato  ;  e  fé  i  Padri  non  folo,  ma 
gli  altri  uomini  ancora  nel  praticar  colle  donne  ccrcaflero  di  far 
ad  effe  difcorfi  edificanti,  gli  raccontafifero  lodevoli  azioni  di  ce- 
lebri Eroine  ,  che  in  tanti  generi  di  virtuofe  gefta  fi  fono  refe 
immortali ,  in  quanti  hanno  potuto  fegnalarfi  uomini  eccellenti  ; 
d' altro  carattere  fi  renderebbero  ;  né  troverebbefi ,  chi  le  fprez- 
zaffe,  come  leggieri  di  capo. 

Du^. 


5* 
Dup.  E'  sì  rilevante  il  numero  di  donne,  che  hanno  potuto  renderfi 

chiare,  ed  eguagliare  in  diverfi  modi,  ed  in  caratteri  ammirabili 
di  ogni  genere  i  più  ftgnalati  del  noftro  fedo,  che  il  Mondo  ce- 
lebra ? 
f^um.  Sì  Signore,  Signor  sì,  e,  fé  non  temefll  di  recar  tedio  col  tef- 
fer  Catalogo  di  famofe  femmine,  che  meritano  di  effer  parago- 
nate ad  uomini  più  rinomati  sì  per  valore,  sì  per  fa  pere,  sì  per 
quanto  può  mai  gradire  a  chi  fi  compiace  dicofe  veramente  gran- 
di ;  non  avrei  terminato,  che  ella  farebbe  mutata  di  fentimento. 

I>i*p,  Eccettuate  le  immortali  Giuditte,  le  Debore,  le  Jaeli,  celebri 
ne' farti  marziali  delle  più  rifpettabiii  Storie;  e  la  Fauflina  Ma- 
ratti  ,  la  Marinelli ,  e  Veronica  Gambara  in  Parnaffo  ,  rifervate 
fempre  le  venerabili  fu  gli  Altari,  non  mi  fowiene  ai^u-V alerà, 
che  meriti  di  edere  arrolata  tra  tanti  egregi- uomini,  chè^in  ogni 
tempo  accrebbero  fplendore  al  noftro  feflò. 

Fum.  Non  altre?  Oh  Sig.  Dupaldo  (perdoni  a  quanto,  con  tutto  il 
rifpetto,  mi  trovo  in  necefTità  di  francamente  dirgli)  non  fi  fa- 
rà prefa  gran  pena  di  legger  Storie. 

Dup.  Io ,  a  dir  vero ,  non  fono  fiato  molto  portato  per  un  tal  Ge- 
nere di  erudizione  ;  ma  ho  praticato  uomini  dotti  ;  ne  fo  di  al- 
cun' altra  ,  che  debba  riputarfi  degna  di  effere  pareggiata  con  qual- 
cuno de'nortri  Eroi. 

Fum.  Permettono  ,  Signori ,  che  io  fchieri  molt'  altre  celebrate  fem- 
mine (tacendone  rilevanti ffimo  numero)  colie  loro  memorabili 
azioni  fcritte  in  fronte? 

Fof.  Io  vi  avrò  tutto  il  piacere. 

Lod.  e  Simp.  Racconti  pure  ciò,  che  vuole, 

Dup.  Incominci. 

Fum,  Alle  prime  da  lei  rinomate  sì  famofe  in  materia  di  guerra  , 
ponno  meritamente  annoverarfi  le  Fredegunde,  le  Semiramidi , 
le  Tomiri,  le  Ificrati,  le  Cieopavre,  le  Cammille,  le  Zenobie, 
le  Pantafilee ,  le  Celie ,  ed  altre  molte  ,  che  nell'  età  più  lon- 
tane diedero  chiare  prove  del  lor  valore  .  Che  fé  poi  indagar 
vogliamo,  fé  gli  altri  fecoli  fieno  fiati  da  fimili  donne  illufirati , 
o  per  meglio  dire,  fé  in  ogni  tempo  abbia  il  Mondo  avuto  ra- 
gionevole motivo  di  ammirar  donne  ai  par  degli  uomini  bellico- 
fe,  e  prodi,  troveremo;  che  Maria  Pozzuolana,  datafi  al  guer- 
reggiare, non  ebbe  la  pari,  né  fi  trovò  guerriero,  che  la  potef- 
fe  fuperare .  Indefeffa  nelle  più  gravi  fatiche,  dormiva  nel  cuor 
del  verno  al  fereno  ,  altro  non  avendo  per  letto  ,  che  la  nuda 
terra,  e  lo  feudo  per  guanciale  {Sat.  &  Petr.)\  e  da  fette  vol- 
te riportò  in  egual  numero  di  battaglie  generofamente  la  palma. 
Che  Madama  Balignii  oppofiafi  agli  Spagnuoli ,  che  oppugnavano 
Cambray  nella  Fiandra,  con  animo  grande  fi  affacciò  alle  triu- 

eie- 


3?  , 
cìere,  e  colle  fue  Damigelle  s'  intrommife  in  tutte  le  militari 
azioni  ,  lavorando  trinciere  ,  aggiullando  ripari  ,  piantando  arti- 
glierie, caricando  cannoni,  riconofcendo  porti,  incoraggendo  fol- 
dati,  e  fortemente  conubattendo  colle  armi  alla  mano,  con  illu- 
pore  fommo  de' nemici  medefimi. 
Tof.  Che  ne  dice,  Sig.  Fumagaldo,  quefte  due  fono  valorofe? 
J)up.  Ammirabili,  ma  poche. 

>F«w.  Piano  !  Che  ftupore  non  recò  nel  memorabile  afledio  di  Otlen- 
da  nella  Fiandra,  {Girardi  an.  1604.)  fatto  dagli  Spagnuoli  un 
Giovine,  che,  date  ftuperide  prove  del  fuo  valore,  rimalo  mor- 
to, fu  ritrovato  femmina? 

Altra  fimilmente  nell'  affedio  di  Torino  fatto  da'  Francefi ,  che  fil- 
mata Uomo  pel  fuo  valore ,  arrivò  al  grado  di  Capitano  di  Ca- 
valleria, e  per  dieci  anni  diede  mirabili  contraflegni  del  fuo  co- 
raggio: {IJl.  Guatai  1(540.  pari.  2.  l'tb»  7.)  potendo  in  certo  in- 
contro evitar  la  morte  arrendendofi ,  volle  piuttofto  generoCamen- 
te  morir  combattendo,  che  vilmente  arrenderfi  . 
S'tmp.  Brave,  Bravilfimef 

Fum,  Avanti,  comincio  adeffo.  Nel  1644.,  volendo  i  Casigliani  for- 
prendere  certo  Cartello  de'  Portughert  ;  querti ,  mancandogli  uo- 
mini,  fi  fervirono  di  donne,  le  quali  fecero  prodigi  :  coficchè 
una,  tuttoché  ferita,  uccife  molti  Soldati. 

Allorché  da'  Turchi  nel  Regno  di  Candia  fu  prefa  Canea ,  in  quel- 
la difefa  mirabilmente  fegnalaronfi  le  donne  ;  ed  una  fpezialmen- 
te  chiamata  Regina,  (Gualcii  Part.  5.  lib,  io.  an.  1648.)  vera- 
mente di  sì  bel  nome  degniffima,  e  nella  eroica  imprefa  Aute- 
fignana  dell'  altre,  che  morì  fuUa  breccia. 

Ne'  tumulti  di  Napoli,  che  non  fece  quella  famofa  Donna  Ifabel- 
ia,  che  ritiratali  nel  Cartello  di  Favola,  (  Gualdi  an.  1648.  > 
per  tre  mefi  coraggiofameate  foftenne  lo  affejj^o  popolare? 

Chi  poi  ha  termini  per  far  i  dovuti  encomi  alla  celebre  Artemisia  ^ 
che  nel  memorarJo  giorno  ,  in  cui  Serfe  Re  della  Perfia  contro 
i  Greci  a  Salamina,  favorendolo  erta,  diede  le  più  maravigliofe 
prove  del  fuo  valore;  coficchè  il  mentovato  Monarca,  enervan- 
dola dal  maertolò  Padiglione  innalzato  fui  lido,  ebbe  a  dire: 
che  in  tale  -circortanza  gli  uomini  avevano  fatto  da  donne,  e 
quella  Eroina  da  uomo  ?  Però  gli  Atenienfi  fpaventati  dal  valo- 
re di  cortei  comandarono  ad  Aminio  Capitano  di  una  Galera, 
che  ,  lafciati  gli  altri  nemici ,  folamente  cercafle  di  fuperare  la 
gran  Guerriera ,  promettendogli  dieci  mila  dramme  in  ricom- 
penfa . 

Sufcitatofi  grave  tumulto  nella  China  T  anno  i<52  2.,  ardirono  i 
fol levati  di  afTediare  la  Capitale  di  quel  gran  Regno .  Mentre 
però  correva  il  terzo  mefe  dell*  affedio ,  certa  coraegiofa  donna , 

C  "  ra* 


34 

radunati  var j  Soldati  nelle  proprie  Terre ,  (  Samod,  Rei.  Chìn.  ) 

feppe  reprimere  1'  orgoglio  de'  ribelli,  facendo  flrada  al  neceda- 
rio  foccorfo  della  Piazza  . 
Nella  China  medefima  fiorì  pure  altra  incomparabile  Guerriera  , 
moglie  di  un  certo  Doge,  la  quale  fattafi  Conducitrice  di  nu- 
merofo  corpo  di  Soldatefche ,  fece  conofcere  1'  attività  fua  gran- 
de negli  affari  guerrefchi ,  contro  la  Tartara  Potenza  :  non  am- 
mettendo, che  titoli  propri  Toltanto  del  feflb  virile. 

JLod.  Quefla  fera  io  prendo  concetto  delle  dontìe  in  una  materia,  che 
Tempre  ho  giudicata  fuperiore  a  qualunque  donna  per  animofa 
che  foUe  , 

X)np*  Quelle,  che  finora  il  celebre  Sig.  Fumagaldo,  grande  Avvoca- 
to delle  donne  ci  ha  defcritte  sì  famofe  ,  fono  in  troppo  fcarfo 
numero ,  relativamente  alla  moltitudine  preflbchè  infinita  di 
quelle,  che  non  farebbero  atte,  che  a  guerreggiare  co'  grilli,  e 
co'  ranocchi . 

Tum.  Adagio  pure,  Sig.  Dupaldo.  Giacché  mi  decanta  Patrocinatore 
di  un  fé  fio,  del  quale  ha  sì  poco  concetto  in  materia  guerrefca, 
mi  fento  fiimolato  a  profeguire  con  più  di  vigore  le  incomincia- 
te difefe. 

£«;^.  Animo,  Sig.  Fumagaldo;  ma  non  s'  impegni  poi  a  provare, 
che  al  giorno  d'  oggi  vi  fieno  molte  donne  capaci  di  far  prodez- 
ze marziali:  perchè  io  fiefia  dirò  contro*  le  femmine;  accertan- 
dolo, che  tutta  la  nofira  bravura  confifie  in  feguire,  purtroppo 
biafirrievolmente,  le  maflime  di  un  fecolo  guafio  .  Si  fanno  af- 
falti,  ma  alle  chicchere  icì  Caff^  ;  fi  maneggiano  ferri,  ma  da 
fermar  ridicoli  ornamenti  al  capo;  fi  danno  battaglie,  ma  alle 
menfe  più  laure  .  Tutta  la  noftra  cura  continuamente  aggirafi  in 
ccrrparir  più  belle,  più  amabili,  più  rifpettabili ;  imitando  fola- 
mente  gli  uomini  in  cofe  fuperflue  ;  maneggiando  fcatole  da  ta- 
bacco, orologi ,  che  a  nulla  fervonci,  e  carte  da  giuoco,  per  co- 
ronar così  una  vita  da  vere  poltrone, 

Fof,  La  Signora  Madre,  incairbio  di  favorire  le  povere  donne,  delle 
quali  il  Sig.  Dupaldo  moilra  di  averne  sì  poco  concetto ,  fem- 
pre  più  le  deprime  .  Non  vi  fono  forfè  prefentemente  femmine 
molto  pregievoli,  faggie ,  e  che  adempiono  le  proprie  obbliga- 
zioni ? 

Eug.  Parlo  in  generale,  e  folamente  di  quelle,  nelle  quali  fi  ravvi- 
fano  i  caratteri  mentovati.  Ma,  cara  figlia,  quefte  fono  in  trop- 
po gran  numero;  e  così  effendo  la  cofa,  ed  amando  io  fomma- 
mente  il  vero,  non  pollo,  che  vieppiù  confermarmi  ne'medefimi 
fentimenti . 

Tum.  Permettano  pure ,  che  io  fcftenga  il  mio  impegno  ;  mettendo 
folto  gli  occhi  del  Sig.  Dupaldo  altri   femminili   Soggetti,  allo 

fplea- 


55 
fplendore  de'  quali  fìa  poi  coftretto  abbafTar  le  pupille ,  e  cedere 

al  vero. 

Dup.  Ve  ne  vogliono  almen  cento ,  fé   devo  mutar  opinione . 

Fum.  M'  ingegnerò  trovarne  affai  più  . 

Dup.  Coraggio  pure  . 

Funu  Qui  converrà  non  far  parola  di   Tevea,  che,   rimafta   vedova 
per  la  rrorte  di   Argone  Re  di   Schiavonia  ,  armò   contro  i  Ro- 
mani, ruppe  i  loro  Eferciti,  uccife  il  Confole  Publio  Ennio,  e 
trucidò  i  fuoi  foldati .    Come    pure  della   generofa    Marcella    di 
Lenno,  che  ancor  fanciulla,    vedendo  fuo  padre  uccifo  dai  Tur- 
chi ,  mentre  difendeva  la  porta  di  Covino ,  prefe  V  armi  dell'  e- 
fìinto  Genitore  ,  ed  animofainente  fodenne  l' impeto  de'  nemici  . 
Da  altri  poi  aflìftita ,  gP  infeguì  Hno  alle  navi ,  lafciando  coper- 
ta la  ftrada  di  cadaveri.   Sarà   conveniente   folranto  di    adunarne 
moltiffìme,  e  far  vedere  a  chiariffimo  lume,  che,   con  il  feffo, 
ma  la  generoiità,  il  coraggio,  e  la  virtù   fanno   il   bel   carattere 
de'  forti  :  Fori'ts  e/i  qui  atiimum  habet  infrailutn ,    vel  qm  val'tdiS 
V  tri  bus  prceditus  e/ì . 
Le  Donne  Argive ,  come  riferifce  notiffìmo  Storico,  dirette  da  Tra- 
fiUa  loro  Antefìgnana,  valorofamente  difefero  colle  armi  alla  ma- 
no la  fua  Città  dagh  aflalti  di  Cleorrene  Re  di   Sparta.    Affer- 
ma lo  rteffo  Scrittore,  che  le  donne  Ibere,  e  Sauromare  fono  al 
pari   degli   uomini    armigere,   bellicofe,   e  pratiche   nel    tirar  di 
faeita.  Le  Gotiche  alfediate  da  certi  popoli  loro   poco   buoni  vi- 
cini :  mentre  i  loro  mariti  erano  in  altra  guerra   gagliardamente- 
impegnati,  fi  unirono  in  ben  ordinati  fquadroni ,  e  diedero  a' ne- 
mici una  rotta  confiderabile:  neceffìtando  i  rimarti    ad    una   vcr- 
gognofa  fuga  :  Ipfa  armis  affumptis  fotx  exercìtum  adverfar'tomm 
in  fugam  verterunt.  {Ctem.  AlejJ,  Sinj.  Majol.) 
Nel  Perii    Provincia  dell'  America,   fcriffe  il  Majoli  :  che  le  don- 
ne talmente  fono  aniraofe,  e  guerriere  che  mettono    fpavento  a* 
vicini  Re  :  Armis  plunmum  vaUnt ,  proximifque  Regnis  omnibus 
terrori  extant ,  atque  divitiis  ,  potentiaque  pollent . 
La  R':;gina  Zinga,  fatta  Conducitrice  di  .un  efercito  di   donne,   fu 
di  fommo  fpavento  a'  Regni  del  Congo.  {F,  Alemand.  Ifl.    del 
Congo)  Le  donne  Lacene  unite  a'  loro  mariti   contro  de'  Meffe- 
ni  el'ercitavano  con  tutto  il  coraggio  le  cariche  militari ,  facendo 
invidia  a'  più  capaci . 
Le  éonne  Alemanne  fotto  lo  Imperio  di  Emanuele  Comeno   nell' 
Oriente,  al  pari  degli  uomini  generofe,    fi   fecero  afcrivere   alla 
milizia,  per  andare  alla  imprefa  di  Gerufalemme ,  (  £/.  tib.  12. 
var,  Iji.  Felice  Adolfi)  e  veftite  da  uomo,  fecero  prove   inaudi- 
te del  loro  valore. 
Le  donne  animofamente  difefero  la  Città  di  Belvace  affediata  dal 

C  2  Du- 


5<5 

Daca  Carlo  òì  Borgogna  ;  (/o.  Rtrts)  e  nell'  ultimo  .affalto  da- 
to dal  detto  Principe,  lo  refpinfero  con  tale  intrepidezza,  che 
empirono  le  fofle  di  cadaveri  nemici. 
E  la  Boemia,  per  lo  fpazio  di  anni  fette  non  fu  gagliardamente  di- 
fefa,  e  governata  dalle  fue  magnanime  femminei'  Finalmente  i 
S?fTameti  popoli  della  Scizia,  non  permettevano,  che  alcuna  don- 
na fi  ffaritaifp,  quando  prima  non  aveva  uccifo  tre  Soldati  ne- 
mici in  battaglia .  (  j^hx.  ab  Altx.  l'tb.  i.  cap.  14.  )  Non  prrus 
vubànt  ^  quam  tres  occìdetìnt ,  Lafciando  con  molt' altre  di  far 
parola  dello  ftuolo  innumerabile  delle  Amazoni  ;  perchè  la  Sig. 
fofca,  fentendo  le  prodezze  di  quefte,  prefa  da  gagliardo  entu- 
fìafmo  di  mortrar  anch'  effa  il  fuo  fpirito ,  non  gettaffe  la  rocca, 
fui  fuoco ,  e  frettolofa ,  prefo  uà  coltello ,  non  correlìe  in  canti- 
na a  tagliar  in  pezzi  un  falame  4 

Fof.  (  rìdendo  )  Oh  !  di  quelli  ne  ammazzerei  ! 

Bug.  Gran  compagne,  che  avrefte  in  fimili  battaglie. 

Tum,  E'  pago  Sig.  Dupaldo?  crede,  che   fia   già   oltrepafTato  il   nu- 
mero da  lui  ricercato? 

J>«p.  Non  avrei  crefluto ,  che  le  donne  foffero  ftate  capaci  di  tanto . 

Futtì,  Ma!  il  finquì  detto,  folamente  prova  a  favore  del  valore  don- 
nefco  :  vi  rimane  eh'  io  metta  in  chiaro  1'  altra  parte  della  mia 
propofizione:  che  in  faijere ,  ed  in  quanto  ponno  gli  uomini  fe- 
gnalarfi,  del  pari  lo  pofTano  le  Signore  donne.  Eccomi  pertanto 
air  adempimento.  Maria  Catterina  Con'effa  d'  Aunoy,  morta 
nel  principio  del  corrente  fecolo,  non  fi  é  forfè  colle  lue  beli' 
cpere  in  profa ,  dimoflrata  erudita  ì  La  Conteffa  di  Bregii  colle 
fue  lettere,  ed  i  fuoi  verfi  a  noi  per  mezzo  delle  ftarap2  lafcia- 
ti  ì  La  Calteinau  Conteffa  di  Murat  colle  fue  Poefie  ,  col  fuo 
Romanzo  de'  Folletti  di  Kernofi,  ultimamente  riftampato:  e  la 
Catterina  Chemin  ammefTa  all'  Accademia  Reale  di  Pittura  ,  e 
di  Scultura  del  gran  Parigi ,  celebre  in  rapprefentare  al  vivo  i 
fiori,  non  fono  effe  d'immortale  memoria?  Qual  fama  non  fi 
fono  acquiflate  una  Vittoria  Colonna,  una  Elifabecta  Girolami 
Ambra?  Le  Capizucchi,  le  Grillo,  le  Paolini,  Gaetane  da  Spel- 
lo, Arragone,  Avogadre  ,  Molze  ,  levarono  pur  grido  anch'  ef- 
fe: ed  i  loro  componimenti  vengono  tuttora  confiderati  ,  Ma» 
e  dovrei  paffare  fotto  filenzio  la  Gaetani,  la  Battiferra ,  la  Ter- 
racina,  la  ...  .  Caro  Sig.  Dupaldo  una  ferie  di  dotte  femmine 
mi  fi  prefenra  in  quefto  momento  alla  fantafia,  che  può  ragio- 
nevolmente farmi  temere  di  recar  tedio,  fé  di  più  mi  avanzo. 
Quindi  piutroiìo,  per  non  mancare  all'impegno,  lafciate  le  mol- 
te ,  che  porrei  feguire  a  nominare ,  mi  rertringerò  ad  una  Eli- 
fabetta  Cheron ,  che  oltre  di  eflere  prode  nell'  Intaglio,  nella 
Poefia,  e  nella  Mufica ,  arrivi»  col  fuo  pennello  ad  un  grado  di 

per- 


57 
perfezione,  che  fa  ^ordire .  £  1'  Accademia  di  Parig' ,   e  quella 
de'  Ricovrati  di  Padova,  meglio  di  me  conobbero  i   pregi  di  que- 
fìa  gran  donna,  che  per   meglio    apprendere  i    fenfi    de'  Salmi  , 
imparò  la  Lingua  Ebraica ,   facendone  poi  la    parafrafi  in   verfi  . 

A  quella  inarrivabile  fem 

Dup,  Balia  così.  Farò  un  Evviva  alle  Signore   Doqne ,   e    mi   ralle- 
grerò colla  Signora  Fofca ,  che  il  fuo  feffo  abbia  potuto  dar  fag- 
gi sì  luminofi  di  vado  fapere. 
Tum.  Maria  Hurtier  morta  nel  1734.  Maria  Lowencourt   nel    17  r 2, 
la  Philips,  la  chiariiTma  Baffi  di  Bologna,  poco  fa   tolta   a'  vi- 
venti :  quella  famofa  Marcella ,  che  nel  cuor  di  Roma  dalla  Cat- 
tedra vtniva  riconofciuta  gran  maeftra  nella  m.iftica  Teologia,  in- 
^^        regnando  agli  fteffi  uomini   dotti   in   ?.kre   Scienze  ,   e   da'  primi 
J|b       Teologi  in  voce ,  ed  in  ifcritto  da   molte  parti  d'  Italia   Copra  ii 
^^       fenfo  delle  Scritture  fi  confultava  .  La  notiffima  .... 
Dtip.  Cedo  tiéf  :  bafla  così . 
Fum.  Mài  E  in  mafèn.i  di  generofità,   non   vuol    fentire   di   quella 
,.4  Donna  Spartana  riKita  Ha  Cicerone,  che  avvifata  della  morte  di 

Iun  fuo  figlio ,  accaduta  in  guerra ,  fenza  punto  dolerfi  ,  rifpofe  : 
ideo  illuni  gtnui ,  ut  effet ,  qui  prò  patria  mori  non   timeret  ?  Di 
un'altra,  parimenti  di  Sparta,  che,  fentendo  efler  morto  un  fuo 
figlio  valorofamente  combattendo ,  franca  rifpofe  :   egli   era    vera- 
mente mio  figlio.    Di  Cornelia  figlia   di  Scipione  Africano,  ma- 
dre di  dodici  figli  ,  detti  Gracchi  ,   che   tutti   gli    furono   uccifi  ; 
tra  i  quali  i  due  grand'  uomini  Tiberio,  e  Cajo  j   come   da  ella 
lei  veduti  morti ,  e  gettati  nel   Tevere  :    con    tutto   ciò   Dmpre 
flette  con  volto  fereno  e  quieto  a  fpettacolo   sì  lagriraevole  j  aa- 
2Ì  a  coloro,  che  vollero,  fenza  bifogno,  confolarla   in    circollan- 
za  sì  amara  ,  coraggiofamente  rifpofe  :   Nunquam  non  felicem  me 
dicam  y  qua  Graccos  p eperi  P  Non    brama  ,  in  genere  di  accortez- 
za fapere  di  una  Teodora    Imperadrice  di    Coftantinopoli  ,  -come 
feppe  volger  le  idee  di  un  Bogori  ?  Di  una  Cia ,  moglie  di  Fraa- 
cefco  Olderaffi ,  che  conduffe  a  sì  buon  termine  uno   de'  più  tor- 
bidi affari?  Di  uaa  Francefca  di  Cleves  figlia  del   Duca  di    Ni' 
vers  che  .... 
D/ip.  Mai  più  parlo  contro  le   donne,   prefente  il   Sig.  Fumagaldo» 
Credo  tutto.  Sono  guerriere,  fapicnti,   generofe,    accorte,   taci- 
turne ..... 
Euj^.  Taciturne ,  che  parlerebbero  per  le  orecchie . 
:^imp.  E  come  la  Sig,  Eugenia  è  fi  contraria  al    proprio  Ceffo  i   Noa 
ha  udito   quante   celebrati  (Time  donne   abbiano  illudrati  i  tempi 
paffati  ? 
Eug.  Appunto,  perchè  in  addietro  molte  fono  (late  le  meritevoli   dì 
un  nome  illuUre  3  e  d  poche  di  prefente  aamminlno  le  lutniao» 

C  3  fe 


fé  peiaf*  di  quelle;  per  quedo  io  mi  rìfento  ;  né  poflb  trattene- 
re i  mUì  giuiìi  tralporti.  Anzi;  di  molto  redo  maravigliata ,  co- 
me  il  Sig.  Dupaldo  contrario  tanto  alle  donne,  cedendo  final- 
mente, abbia  di  pui  qualificate  le  medefime  tacite  ;  quantunque 
il  Sig.  Fumagaldo  in  tal  genere  non  ne  abbia  celebrata  pur 
una. 

Fura»  Eppure,  a  piena  prova  del  mio  alTunto,  voglio  anche  fu  que- 
fio  particolare  ,  quantunque  fcabrofo  ,  aumentar  fplendore  alla 
femminile  virtù  ;  defiderofo  peraltro,  che,  fuggerendo  poi  ad  efle 
qualche  malTima,  unicamente  diretta  a  farle  per  fempre  felici, 
con  animo  generofo  dimoftrino,   che  han  fenno,  e  prudenza. 

Fo/ca .  Ajuto,  Sig.  Fumagaldo,  ajuto  ;  che  quefta  a  me  pur  fembra 
difficile. 

Fum,  E  perchè  le  Signore  Donne  chiaramente  comprendano ,  che  ho 
tutro  l'impegno  per  loro,  dovunque  la  ragione  lo  porti;  pro- 
verò qucfta  pane,  non  già  con  qualche  illullre  fatto  di  una  grati 
Dama,  Principefia,  o  jlegina,  ma  di  una  Lmmina  vile,  e  da 
partito  :  onde  V  argomento  riufcir  pofTa  oltremoio  vigorcfo  ,  e 
robuflo .  La  fucida  Leena  per  atteftazion  di  Laerzio ,  (,Hlf.  7.  cap.  i.) 
confapevole  della  congiura  di  Ariftogitone,  e  di  Armadio,  non 
fi  troncò  ella  co'  denti  la  lingua ,  e  non  U  fputò  in  faccia  al 
Tiranno  Ippia  :  levando  a  fé  la  potenza  di  rivelare ,  ed  all' 
empio  la  fperanza  di  fp.pere  il  fegreto  ?  Ecco  le  parole  ftefle 
del  citato  Autore;  In  Hippix  Tyrannt  faciem  infpuìt ^  ut  expue" 
ret  vocem-i  ne  confiterì  poffet ^  fi  tamen  v't^a  voluiffet .  Atto  ge- 
nerofo a  tal  fegno  ,  ed  ammirabile ,  che  meritò  dagli  Ateniefi 
lo  innalzamento  fuperbo  di  una  Statua  rapprefentante  Leena , 
con  lingua  d'  oro ,  ed  il  motto  :  Superavtt  fexum  vìrtus  • 

Bug.  Ma  fé  volle  tacere  fu  corretta  tagliarfi    la  lingua . 

Fum.  Ma  tacque,  e  colla  perdita  di  un   membro  sì  caro. 

Bup,  Ecco ,  Sig.  Eugenia .  Era  meglio ,  che  non  parlaffe ,  Con  un 
argomento  a  fortiori  ha   provato  beniffimo. 

Fof.  Sia  benedetto  il  Sig.  Fumagaldo  ;  efio  è  uomo  amante  del 
vero . 

Fum,  Gli  piace,   Sig.   Fofca,  chi  dice  la  verità? 

Fof,  Anzi. 

Fum,  Dunque  poffo  fperare,  che,  fé  dirò  qualche  altra  verità,  ella 
di  buon  grado  l'  afcolterà  . 

Fof,  Qjuefto  poi  sì . 

Fum,  Ed  io  benedirò  mille  volte  sì  bei  fentimenti  .  Dirò  ,  che  la 
Signora  Fofca  merita  diftintiffimi  encomj,  e  che  polTiede  una  vir- 
tù molto  grande . 

Fof,  Si  accerti,  che  in  veduta  del  vero,  faprei  far  fagrifizió  di  tut- 
to, fin  della  vita  medefima, 

Fum, 


5^ 
Fmn.  Ecco  un  Eroina  vivente,  onore  di  quefti  tempi  infelici. 

Fof.  Le  lodi  un  foie  le  merita.  Io  fono  una  mifera  creatura:  e,  fé 
in  me  trovafi  qualche  poco  di  buono,   tutto  è  dono  di  Dio. 

Fum,  Sempre  più  mi  edifica,  e  refto  confolato .  PotefìTi  così  avere 
il  contento  di  vedere  1'  infinito  numero  di  tant'  altre ,  che  cie- 
camente correndo  fulle  traccio  del  luflb ,  delle  mode  ,  della  fpen- 
(ìeratezza,  del  libero  converfare,  vanno  per  fempre  a  perderfij 
Poteffi ,  il  ripeto,  vederle  amanti  del  vero!  mentre  farei  ben 
certo,  che  tutte  le  toglierei  alla  loro  eterna  ruina. 

Fofca,  Quefte,  a  mio  credere,  non  fono  caufe  valevoli  a  produrre 
sì  terribili  effetti, 

Fum,  Cofi  non  (offe  !  Pur  troppo  una  tale  ftrada,  che  fembra  buo- 
na, o  indifferente,  finalmente  porta  ad  un  precipiz'o  sì  fiero. 
Quefta  volta  paflb  ad  autorità  fenza  pari ,  cito  lo  Spirito  Santo 
mede  fimo,  E/ì  via  ^  qux  vìdetur  homlni  rtBa  y  &  novijpma  ejus 
ducunt  ad  mortem.  Sì,  cariflTima  Signora  Pofca^  vi  è  una  ftra- 
da  ,  che  fembra  buona  ^  ma  finalmente  conduce  all'  Inferno  j  ed 
ella ,  che  fi  profefia  tanto  amante  del  vero ,  fi  perfuada  di  que- 
lla gran  verità  .  Sentii ,  anni  fono ,  in  una  infigne  Bafilica  uri 
eccellente  Oratore,  che  con  chiarillimi  argomenti  provò  ad  evi- 
denza :  che  non  folo  i  fopraddetti  difordini  fono  firade  ficure 
di  perdizione  j  ma  che  la  ftefla  vita  molle ,  che  ha  meno  appa- 
renza di  male  sì  è  quella  via  fpaziofa,  che  in  fine  guida  alle 
tenebre.  EfTendo  già  tempo  di  terminare  la  converfazione ,  trala- 
fciando  moltiflime  prove,  che  fono  convincenti  all'  ecceflò,  mi 
reftringerò  a  quella  fola,  contro  cui  non  vi  è  che  opporre.  I  fo- 
li predeflinati  vanno  al  Paradifo  ;  e  quelli ,  come  ci  avverte  l'  Apo- 
fio'.o.  Dio  li  volle  fimili  alla  immagine  di  Gesii  Grido,  Se  i 
feguaci  delle  mafTime  del  mondo ,  oV  bagordi ,  dell'  allegria ,  del 
luflb,  delle  mode,  dei  balli  ,  e  della  vita  molle  pofifano  aHòni- 
gliarfi  al  Crocefìffo ,  e  confeguentemente  dirli  marcati  col  fe^jna 
di  predcdinazione,  lo  dica  pure  c^i  ha  un  po'  di  fennoj  e  di 
fede . 


C  4  ENI' 


46» 


ENIGMA     TERZO 

SONETTO. 

[    Er  appagar  tue  brame  io  me  ne  vivo 
Immobil    fcmpre   in   difagiata    fede  ; 
E  lungi  da  fperar  doni,  o  mercede, 
Soffro  il  rigor  del  verno,  il  caldo  eftivo. 

E  benché  d'  alma ,  e  fentimenti  privo , 

E  parlo ,  e  movo  ;  e  non  ho  lingua ,  e  piede  : 
Più  che  ad  ogn'  altro ,  a  me  preftafi  fede , 
Perchè  più  franco  a  verifade  arrivo , 

Mifuro  ciò ,  che  Ibmmamente  vale , 

E  r  uom  più  faggio  a  gran  ragion  desia , 
Poiché  valor  quaggiù  non  dafTì  eguale . 

Ma  poi  di  notte  ogni  poter  mi  manca  : 
Le  nubi  (lede  inutil  fan  eh'  io  fia  : 
L'  unico  Sol  la  mia  virtù  rinfranca. 

X'  Orologio  a  Sole^ 


CON- 


CONVERSAZIONE,  O  VEGLIA 
TERZA. 

COGNOMI  DEGL'INTERLOCUTORI. 

Signori  CandiottOy  Sereno ^    Maru/p'to y  Fiorillo,   Avariano^  Ermindo^ 
Merillo  y   Bevinetlo, 

Cand,  Q*  Ara  ormai  tempo  d'  incominciare  il  noftro  Trefette .  Giao- 
O  elle  jeri  fera  provai  una  fatalità  dì  carte  sì  grande ,  che 
non  potei  a  meno  di  non  lacerarle  ;  vorrei  vedere ,  fé  in  quella 
la  forte  mi  vuol  favorire,  oppure,  in  cafo  di  sfortuna,  fé  poffo 
imitar  loro  Signori ,  che  con  quiete  fomma  fogliono  moftrarfi  im- 
perturbabili a  quanti  contrarj  accidenti  di  giuoco  ponno  mai 
dar£ . 

Fiorillo .  Amico  caro ,  non  è  ella  una  fpezie  di  vaneggiamento  lo 
ftrapazzare  le  carte,  lacerar  le  medefime,  e  convertir  un'  azione 
di  fpaflb  in  tormento?  Io,  come  vedelìe ,  non  poteva  trattenere 
le  rifa,  nel  fentire  le  continue  lamentanze  ,  che  facevate  colla 
forte:  nel  vedere  il  vodro  rabbiofo  modo  di  giuocare  :  e  final- 
mente la  Scena  di  far  in  pezzi  le  carte  ;  che  queft'  oggi  ,  quante 
volte  mi  fi  è  prefentata  alla  fantafìa,  tante  ancora  ho  dovuto 
ridere . 

Cand.  Fui  prefo  da  un  impeto  di  collera  sì  gagliardo,  che  non  potei 
a  meno  di  non  isfogarmi. 

Fior.  Gran  vendetta  in  vero.'  gran  difpetto,  che  facefte  alle  {leffe  J 
Prendertela  contro  cofe  infenfate!  Ma  non  è,  a  parlar  con  ifchiet- 
tezza,  una  folenne  pazzia?  Che  colpa  mai  ponno  aver  le  carte, 
le  qu€li  vanno,  come  dai  Giuocatori  vengono  diftribuite? 

Cand.  Dite  beniffimoi  e  fapete,  che  dopo  feci  mia  fcufa.  Ma  quan- 
do vedo  certe  combinazioni  di  carte ,  non  fo  trattenermi . 

Fior,  E  voi  non  vi  ef ponete  a  pericolo  di  mancare  al  vofìro  dovere. 

Sereno.  Spero  di  aver  trovato  queft'  oggi  la  maniera  di  ridur  le  no- 
ftre  converfazioni  ad  un  metodo,  cne  toglierà  di  mezzo,  o  al- 
meno fminuirà  in  gran  parte,  quegli  accidenti,  che  talora  ìnkdu 
divano  il  Signor  Candiotto. 

Mar.  Ho  piacere  ;  mentre,  ancorché  io  vinca  ;  quel  fentire  alcuno  dei 
Compagni  a  comtniferarfi ,  a  gridare,  ad  arrabbi  arfi  ,  m'invola 
quel  poco  di  piacere,  che  avrei  nel  giuoco  ;  e  provo  pena. 

Ser.  Leggendo  queft'  oggi  all'  ora  folita  la  Fiiofofia  Morale  del  cele- 
bre 


42 

bre  Muratori,  Opera,  che  la  Gioventù  particolarmente  dovreb- 
be leggere,  ed  i  Padri  ai  figli  fuggerirla,  la  buona  forte  ha  por- 
tato, che  io  m'  incontri  neil'  ottavo  Capitolo  ,  in  cui  1'  egregio 
Autore  tratta  del  buon  ufo  delia  Ragione.  Parla  in  effo  anche 
del  Giuoco  delle  carte,  che,  prefo,  come  finora  ho  fatto  in  mia 
Cafa ,  non  condanna  ;  ma  che  non  iafcia  per  altro  dì  non  pof- 
porlo  ad  altre  applicazioni  più  degne  dell'  uomo,  acciò  meglio 
rimanga  impiegato  il  preziofo  capitale  del  tempo ,  che  Dio  ci  do- 
na ,  e  che  d'  ordinario  ci  lagniamo  effer  sì  breve .  Quindi  ho 
determinato,  che  in  avvenire  uniamo  ad  un  divertimento  più  no- 
bile, l'utile  ancora.  Ognuno  di  noi  il  giorno,  farà  la  fcelta  di 
quegli  argomenti ,  che  pjù  gli  fembreranno  a  propofito  ;  im.pofTef- 
fandofi  di  Dottrine ,  Fatti  Storici ,  Sentenze ,  ed  altre  tali  cofe , 
che  capaci  fieno  di  renderci  più  morigerati,  e  proprj  nella  So- 
cietà. E  perchè  nelle  noftre  converfaiioni  non  manchi  quelT  al- 
legria ,  che  foUeva  le  Perfone  ftudiofe ,  non  tralafcierò  di  legge- 
re qualche  mia  Commedia  delle  ultime,  non  peranche  ftampatej 
fperando,  che,  come   Amici,   compatirete  le  mie  debolezze:  fa- 

"v  cendomi  conofcere  que'  molti  errori ,  che  in  effe  rileverete  :  o  in- 
troducendo difcorfi  lepidi,  capaci  di  rallegrare:  o  col  mettere  in 
veduta  faceta  correggibili  cofiumi ,  de'  quali  pur  troppo  in  que- 
llo fecolo  il  cieco  mondo  ridonda. 

Fior.  Accetto  immediatamente  lodando  la  ritrovata  maniera  di  paffa- 
re  le  ore  della  fera  con  diletto ,  e  profitto  :  afTicurandolo  ,  che 
farò  tutto  il  polfibile ,  per  incontrare  il  fuo  genio  . 

Mar.  Come  mai  potrei  difapprovare  sì  bel  ritrovato.'  Tanto  più,  che 
trovomi  provveduto  di  ottimi  libri  ;  onde  la  mattina ,  incambio 
di  barattar  ciarle  nel  Caffè  ,  e  ftar  offervando  chi  paifa  ,  racco- 
glierò da  celebri  Scrittori  la  materia,  che  potrà  convenire  alls 
noftre  veglie. 

Ser,  Effendo  infallibile ,  che  il  tempo  dato  all'  uomo  in  quefta  vita  , 
per  quanto  fia  lungo ,  paragonato  cogli  anni  interminabili  della 
Eternità ,  non  merita  di  elier  chiamato  principio  di  momento , 
io,  che  conofco  chiaramente  una  tal  verità,  dovrei  perdere  ma- 
lamente il  mcdefimo  ?  non  fia  mai  vero  ,  Chi  vorrà  favorirmi 
neir  avvenire ,  o  fi  fornifca  de'  medefimi  fentimenti ,  o  cangi  con- 
verfaxione:  mentre  non  confidererò  per  intrinfeco  Amico,  chi 
non  vorrà  faggiamente  uniformarfi  a  quefio  mio  penfamento. 

Avertano .  Non  poteva  il  Sig.  Sereno  trovar  invenzione  più  confacen- 
te a'  miei  defiderj ,  e  più  pròpria  di  noi .  Protefio ,  che  ho  fem- 
pre  giuocato  per  compiacere;  né  ho  provato  in  fimjle  palfatem- 
po ,  che  dell'  infipido  ;  e  la  mafiTima  parte  delle  volte  del  difpia- 
cere  ;  o  per  le  combinazioni  avverfe  delle  carte ,  che  duravano 
«lolto  ;  0  per  accidenti  Urani ,  che  rincrefcevano  j  o  per  le  la^ 

men- 


45 

rrentanze  de'  perditori ,  e  le  altercazioni  tra  i  compagni  a  mo- 
tivo delle  giuocate  non  corrifpondenti  alle  regole;  ed  in  fine, 
perchè  mi  Ikncava  in  aflbggettarmi  ad  un'  attenzione  feriofa  , 
per  riportare  la  palma  in  una  tenzone  di  figuracele  malfatte.  Fi- 
niamolo pur  anche  affatto,  che  ne  godrò  all'  eftremo. 
■  Mar,  A  ben  riflettervi ,  il  tempo  fi  poteva  propriamente  dir  confu- 
mato  ;  mentre  le  ore  delle  fere  d' Inverno  da  noi  fino  ad  ora  ia 
gran  parte  impiegate  nel  giuoco ,  fono  le  migliori ,  e  le  più  a 
propofito ,  per  approfittare  qualche  cofa  nelle  cognizioni ,  che  in 
tanto  numero  a  noi  abbifognano,  o  fi  riguardi  alla  focietà  civi- 
le ,  o  alla  buona  morale ,  o  ai  tanti  noftri  doveri . 

Ter.  Giacché  fortunatamente  fiamo  rimarti  colpiti  da  verità  sì  profit- 
tevole, diamoci  con  tutta  premura  in  avvenire  a  far  la  fcielta 
de'  mezzi  più  validi ,  per  ottenere  l' intento  • 

Ermtndo  ,  e  Bevi  nello,  Deo  Gratìas, 

Ser,  Avanti,  avanti. 

Ermtndo ,  Fatti  da  tutti  i  vicendevoli  doveri  di  ri/petto ,  fiede ,  coi 
Compagno  . 

Sereno,  Sero ,  quefia  volta,  Sìg.  Ermindo;  per  altro  di  poco. 

Ermin,  Un  accidente  de'  più  ridicoli,  che  mai  abbia  fentito ,  mi  ha, 
oltre  il  folito,  trattenuto. 

Ser.  E  quale  ? 

Ermtndo .  Il  figlio  dell'  Orefice  Gambinella ,   invaghitofi   da   qualche 
tempo  della  figlia  minore  delle  tre  che  ha  il   Sig.  Gregorio  Ar- 
miciolo  Gentiluomo  affai  noto  ,  e  per  le  cariche ,    delle  quali  in 
addietro  è  flato  onorato ,  e  per  le  fue  affluenti  ricchezze  ;  ma  fo- 
pra  tutto  per  la  vigilanza  indefeflia,   che   ha   per  le  fue   figlie  : 
non  avendo  potuto,  malgrado  i  varj  tentativi  fatti,   mai   difcor- 
rere  colla  medefima  ;  aveva  finalmente  trovato  modo  di  appagar 
le  fue  brame  nella  f^guente  inaudita   maniera.   Erafi  egli  accor- 
dato con  certa  fua  Cugina,  figlia  unica  di  un  Cittadino  vedovo, 
la  quale,  dimorando  contro  la  Cafa  del  prelodato  Signore,  come 
amica  delle  fue  figlie,  dalla  fineflra ,  dandofì  la  opportunirà,  in- 
daga fle  ,  quando  fofl^ero  per  portarfi  a  qualche  Chiefa  lontana  dì 
Città,  pregandole  fignificarglielo;  perchè  defiderava,  come  altre 
volte  aveva  fatto,  di  feco  loro  portarfi  a  diporto.  Informata  del 
quando,  egli  poi  farebbefi  veflito  da  donna,  ben  coperto  dal  cen^^ 
dale,  che,    ufato  come  in  quefla  Città,   copre,  a   beneplacito,! 
affatto   il   volto;  e  fingendo  eflerfi  ,  come  fua  Cugina  foreftiera^ 
portata  coflà ,  per  imparare  in  pochi  giorni  certo  lavoro  ;  avreb- 
be feco  .lei  goduta  la   pafleggiata  ;  ed    accompagnatofi  cella   In- 
namorata, gli  avrebbe  farti  quei  difcorfi  ,  che  meditava.  La  me- 
diatrice ,  efeguito  perfettamente  il  tutto,   ed  avuta  la    rifpofta: 
che  que^a  mattina  erano  per  andare  ai  Riformati  :  egli  per  tem- 
po 


44 

pò  fi  è  portato  dalla  Cugina,  coir  occórrente,  per  fariì  velìifs.| 
Incominciata  la  Scena,  ridendo  entmmbi  con  gran  piacere,  fi  è 
affacciato  allo  fpecchio  appefo  in  vicinanza  della  fineltra,  per  ve' 
dere  qual  figura  faceffe  in  tale  abito.   Sa,  che  quefta  mattina  i] 
vento  gagliardamente  foffiava:  con  impeto  fi  è  aperta  improvvi- 
famente  la  fineflra  ,    dirimpetto  alia   quale  per  accidente  flavad 
ad  un  balcone,  così  a  ritrofo ,  il  Fratello  maggiore  dell'  amata  , 
che  conofciuto  il  foggettoj  infofpettito   antecedentemente  dai  fre- 
quenti paffcgqi  per  io  addietro  da  quello  fatti   in  tale  Contradei- 
la,  fi  è  prefiffo  di  voler  offervare  l'efito  di  novità  fifFatta.  Giun- 
ta r  ora  deftinata  le  Sorelle  hanno  chiamata  V  Amica ,   che  to- 
flamente  colla  finta  Cugina  fi  è  portata  nella  Arada,    afpettando 
le  altre,  che,  fotto  la  icorta  della   Madre,   unitamente   fi   fono 
dirette  al  fopraddetto  luogo.   Il  nuovo  Achille,  fubitamente  ac- 
compagnatofi  colla  fof pi  rata,  franco,  e  giulivo  fé  la   camminava 
per  r  ampia  ftrada,  che  fempre  affollata,  conduce   alla    Piazza  ; 
quando  il  Fratello  fuddetto,  giovine  un  po'  troppo  di  natura  fo- 
cofo,  e  colpito   in   parte  a   lui   molto  fenfibile,   di  volo  è  corfo 
nella  flalla ,  dove  conferva  un,  fortiffimo   nervo   per   medicina  di 
un  cavallo  affai  bizzarro ,  che  in  effa  tiene  :  e  prefolo ,  preflamen- 
te  camminando,  ha  fopraggiunto  il  drappello.  Per  non  ingannar- 
fì ,  ha  colla  finiftra  prefo  un  lembo  del  cendale  occultante  il  vol- 
to; e  veduto,  che  aveva  ottimamente   colpito,    ha   incominciata 
col  nervo  una  fuonata  in   Allabreve   fulle   fpalle   di  quella  finta 
Donzella,  che  l'ha  meffa  per  la  contrada  medefima  di  galoppo, 
ma  fempre  dalla   tempefta   feguita .   Dicono   gli   Spettatori,  che 
mai  più    fiafi  veduto   un  sì  ridicolo  avvenimento  .    Imperciocché 
il  forprefo  appena  fermate  le  prime  ,    per   vedere   dove    correva , 
ha  mandato  il  cendale  dietro  le  fpalle ,  il  quale  invertito  dal  ven- 
to ,  faceva  giuochi  bell.ffimi  in  aria,  e  ciò  ha  qualche  poco  du- 
rato :  ma  finalmente  gli  è  caduto .  Allora  poi  la  Commedia  viep- 
più è  riufcita  galante  ;  offervandofi  coflui ,   col  Cuffione ,  correre 
a  precipizio;  il  quale,  alcun  poco  dopo,  per  un  colpo  di  nervo, 
a  bella  pofla  fu  quello   fcaricato,   è   sbalzato   contro   le   mura  . 
Per  buona  forte  poi  gli  è  riufcito  correre  in  una  bottega  ,   dove 
la  moltitudine  ha  potuto  impedire  le  furie  troppo  impstuofe  del 
vendicativo  Giovane . 

Cand»  Bella,  belliffima  Scena,  e  più  che  bravo  Armicioli. 

Ser,  Il  colpo  è  ridicolo,  non  lo  nego  ;  e  fé  mi  foffi  trovato  prefen- 
te ,  non  avrei  potuto  trattenere  le  rifa  ;  ma  non  per  quefto  è 
mai  da  lodarfi  la  condotta  del  fratello,  che  non  aveva  diritto  di 
farfi  Giudice  ,  poi  Carnefice  di  un  offenfore  ,  che  poteva  dirfì 
giunto  al  colmo  di  una  cecità  in  qualche  modo  fcufabile .  N(* 
ÉcilmentQ  pub  crederfì,  che  abbia  intefo  il  Gambiaella  di   ap« 

por- 


45 
portare,  ben  ponderate  le  cìrcodanze,  tenue  lefione  alla  onora- 
tezza della  Cafa  Armiciolìj  ma  folamente  di  rilevare  le  difpo- 
fìzioni  dell'  animo  di  una  fanciulla,  il  cui  contegno,  e  le  belle 
virtù,  che  in  efìfa  rifplendono,  forfè  avranno  colpa  maggiore  nel- 
la piaga  dello  fventurato  amante,  che  le  corporali  bellezze,  del- 
le quali  non  è  fiata  doviziofamente  fornita  dalla  natura.  Quindi, 
fé  il  delufo ,  come  ha  prefo  un  infolito  mezzo ,  per  efprimere 
all'  amata  Donzella  i  fuoi  affetti ,  un  altro  ne  prende  di  levarlo 
di  vita  con  qualche  tradimento,  che  vale  a  dire  con  un  mezzo, 
al  quale  fogliono  foccombere  anche  i  più  forti ,  il  giovine  Armi- 
cioli  da  chi  troverà  rimedio  alla  fua  ruina  ?  Creda,  Sig.  Can- 
diotto ,  che  prima  d' intraprendere  azioni ,  che  pollano  difpiacere 
a  qualcheduno ,  vi  è  da  penfare  affai  :  So ,  *  queflo  è  fatto  •verìf- 
fimo  ^  che  in  un  picciol  luogo,  certo  Giovine  Gradaffo  ,  reftò  vit- 
tima di  picciol  Fanciullo,  per  averlo  minacciato  di  quattro  cal- 
ci ,  fé  non  lafciava  di  borbottare ,  perchè  contro  genio  de'  fuoi 
Genitori  quello  difcorreva  colla  forella  :  fervendoli  dello  fchioppo 
medelìmo,  che  in  diifanza  di  pochi  pafli  ,  lo  sfortunato  Drudo 
lafciato  aveva;  né  credefle,  che  ciò  accaduto  foffe  a  fangue  cal- 
do, no  j  minacciato,  tacque,  diflìmulò  ;  e  fatti  varj  giri  per  l'aja, 
nulla  moftrando  più  di  curarli  dell'  abborrito  amoreggiamento , 
bel  bello  fi  accorto  all'arcobufo.  Moftrava  di  offervarlo;  toccava, 
poi  ritirava  la  mano  dalla  bacchetta  ;  dirigeva  lo  fguardo  altrove  ; 
finché  afpettata  la  palla  al  balzo,  che  l'ofFenfore  volgeffs  le  fpal- 
le ,  ri  aggiuftatamente  gli  fcaricò  un  colpo  nel  mezzo  della  fcbie- 
na,  che  lo  ftefe  morto  fui  fuolo.  Eh,  Amico,  prudenza  vi  vuo- 
le ,  e  della  più  fina  !  Moltiffimi  fono  idonei  a  far  del  male , 
pochi  del  bene . 

Cand.  Ma,  che  fatto  avrebbe  V.  S.  fé  fi  foffe  trovata  nel  cafo  dell' 
Armiciol)  ? 

Ser.  Tuct'  altro,  che  ufar  violente.  Era  mèglio  confonderlo  fenza  ffre- 
pito,  che  iritarlo  colle  fevere.  Quanto  meglio  farebbe  riufcita  la 
cofa,  fé  il  Fratello  fubito  aveffe  fpedito  uti  fervo,  che  richiamaf- 
fe  indietro  la  madre,  dicendogli:  che  per  pochi  momenti  occor- 
reva ntornaffe  in  cafa.  Mentre,  non  fortendo  mai  le  figlie  fen- 
za  di  effa,  tutto  il  drappello  avrebbe  retroceduto;  e  fentendo  di 
ptìter  tortamente  ripigliare  l'andata,  avrebbe  introdotto  nella  pro- 
pria abitazione,  la  mezzana,  e  lo  innamorato, Allora  fatta  chia- 
mare la  Genitrice  fola  in  una  camera,  dirgli,  che  fi  degnaffe  di 
far  quanto  gli  avrebbe  fignificato,  fé  voleva  godere  di  un  bellif- 
fimo  cafo.  Ella  pertanto  fubito  faceffe  ordinare  il  Caffè , e  porta- 
tafi  nella  folita  camera,  colà  radunate  le  figlie,  colle  compagne 
diceffe  :  che  per  mezza  ora  gli  conveniva  tardare  ;  intanto  i\  ca- 
vaffero  i  cendali  ;  e  difcorreffero  particolarmente   «olla   foreftierg  • 


4<5 

Accettane ,  o  nb  il  travertito  ài  metterfi  in  libertà ,  era  sforzi 
fcoprire  il  volto  ;  che  tanto  badava .  Quindi  fatta  portare  la  Orieii 
tale  bevanda ,  egli  poi  entraffe  nella  camera  ,  e  feriamente  com- 
plimentafle  per  nome  lo  fcoperto  Gambinella  ;  ma  fenza  invetti- 
ve, fenza  grida,  la  cotal  guifa,  la  confufione,  il  roffore,  dal 
quale  farebbe  rimalo  prefo  il  delufo  Giovine,  e  le  ragioni,  che 
in  feguito  brevemente  poteva  fchierare ,  tendenti  a  perfuaderlo  di 
fue  mal  fondate  idee;  meglio,  che  le  furiofe  percofle,  avrebbero 
guafto  il  filo  al  pretefo  amareggiamento;  e  la  mediatrice  deipa- 
ri farebbefi  illuminata  per  altra  fiata .  Che ,  fé  tanto  foflTe  poi  riu- 
fcito  fruftraneo,  le  vigenti  leggi  fulla  materia  di  Nozze  difugua- 
li,  non  fomminiftrano  largo  campo  per  provvedere  ai  difordini  ? 
Amico,  quando  voglia  rifletterfi,  e  non  abbandonarfi  a  precipita- 
ti giudizi,  non  mancano  ripieghi  prudenti,  chi  porgono  l'oppor- 
tuno rimedio ,  fenza  efporre  a  pericoli  ;  e  quello ,  che  più  impor- 
ta, a  non  macchiar  la  cofcienza. 

Cand,  Vi  farebbe  troppo  del  cerimoniofo  in  quello  fuo  provvedimen- 
to. Nervo,  nervo. 

Ser,  Auguro  profperi  fucceffi  al  Giovine  Armicioli;ma  effendo  veriC- 
fimo,  fecondo  lo  afforifmo  di  S.  Francefco  di  Sales,  che  piùmof- 
che  fi  prendono  con  un  pochino  di  mele ,  che  con  vafo  grande  di 
aceto  ;  io  piuttofto  mi  appiglierei  ad  un  mezza  ,  almeno  fuUe 
prime,  non  molto  auftero  ,  che  ad  uno  focofo,  atto  di  leggieri 
più  a  finiftri  eventi,  che  ad  appagare:  dia  guardingo,  mentre  con 
fondamento  può  temere  infaufte  confeguenze. 

Cand.  Facciamo  il  noftro  Trefette  ,  almeno  per  quefia  fera ,  che  in 
feguito  mi  uniformerò  anch'  io  alle  determinazioni  dei  Sig.  Se- 
reno. 

Ser.  E'  anche  per  tempo  ;  e  mancavi  il  Sig.  Merillo . 

Cand.  Siamo  qui  in  fei  ;  onde  il  numero  è  anche  foprabbondante . 

Ser.  Afpettiamolo  anche  un  poco .  Egli  è  fempre  uno  de'  più  folleci- 
ti;  però,  fé  mai  qualche  affare  lo  trattenere,  non  voglio,  che, 
arrivando,  abbia  il  difpiacere  di  non  trovar  le  cofe  diipofie  come 
le  altre  fere,  per  una  difcreta  tardanza. 

Cand.  Quella  volta  il  cuore  mi  dice,  che  vinco  trenta  partite. 

Ser,  Ed  il  mio ,  che  ne  perde  quaranta . 

Cand.  E'  Giovedì  ;  ho  la  barba  fatta  di  frefco;è  luna  nuova:  però  fo« 
no  ficuro  di   vincere. 

Ser.  Che  a  che  fare  il  Giovedì;  la  barba  di  frefco  recifa  ;,  ed  il  No- 
vilunio colle  carte  ? 

Cand.  Dandofi  quelle  cofe,  fempre  vinco;  onde  vi  credo. 

Ser.  E  podi  tali  accidenti ,  ha  piena  fede  di  refiar  vincitore  ? 

Cand.  E  come  f 

Ser,  Sig.  Candiotto,  una  nuova  frefca  frefca .  In  cafa  mia  V.  S.  non 
giuoca  mai  più.  .Cand, 


r 


4f 
^Cartd.  Perchè? 

Ser,  Io  permettere ,  che  un  amico  ,  confiderato  parte  di  me  fteflb ,  fog- 
H  getto  a'  trafporti,  a  parole  fconcie,ed  a  vane  oflfervanze , alimen- 
ti la  fua  paflione,  a  lui  torbida  fonte  di  tante  imperfezioni  ?  Non 
mai .  Amo  negli  amici  la  parte  più  nobile ,  né  ad  efTì  altro  pro- 
curo ,  che  femplice  bene  *  Però  non  farei  del  carattere  ,  che  pro- 
feflb,  qualora  non  mi  opponeffì  a  quanto  può  fenza  dubbio  ren- 
der vani  i  miei  dcfideri , 

Cand.  Ed  ella  trova  tanto  dì  male  in  fìmili  bagatelle? 

Ser,  Fate  così,  amico,  in  cambio  di  ftarvene  tant'ore  del  giorno  col 
microfcopio  in  mano  ad  oflervare  un  pulce ,  un  mofcherino  ;  in 
cambio  di  tagliar  la  tefta  alle  lumache,  per  vedere,  fé  lo  Spal- 
lanzani è  veritiero  ^  provvedetevi  di  un  qualche  ottimo  e  difcreto 
Moralità,  non  eflendo  io  feguace  di  un  Gennet,  ElizaJde  ,  Ha* 
bert ,  Giovinino,  ed  altri  rigidi;  ma  nemmeno  de'  Diana,  Cara- 
mueli ,  Tamburini ,  ed  altri  chiamati  Laflifti  ;  attenendovi  il  pii^ 
vi  fia  poffibile  alla  fentenza  fiancheggiata  dalla  maggior  ragione ,  e 
diflante  dagli  eiìremi.  Imperciocché,  a  mio  giudi/io,  quanto  com- 
parite bravo  Fifico  fperimentale ,  e  buon  Matematico  ;  altrettanto 
mi  fembrate  cattivo  Teologo  . 

^and.  Attendano  a  tale  fìudio  i  Preti ,  i  Frati ,  e  particolarmente  i  Con- 
fefibri,  che  una  tale  fcienza,  per  me, la  ftimo  inutile. 

*Ser.  Per  qual  motivo  il  folo  Ceto  Ecclefiaftico  deve  darli  a  fimile  ap- 
plicazione ? 

Cand.  Per  faper  diftinguere  i  peccati  da  genere  a  genere ,  e  conofcere  le 
materie  lecite  dalle  illecite,  acciò  pofTano  rettamente  far  da  Giudi- 
ci ne'  Tribunali  di  Penitenza. 

Ser.  Ed  i  Penitenti ,  in  grazia  de'  quali  fi  aprono  fìfFatti  Giudizi  ,  do- 
vranno come  Talpe  ignoranti,  peccare  alla  cieca,  né  mai  cercar 
lumi  da  fcienza  sì  nobile  ,  sì  neceflaria  ;  badando  foltanto ,  che  do- 
po gli  fpropofiti  fatti  (ì  trovi,  chi  decida,  fé  fono  mortali  ,  o  ve- 
niah?  Che  razza  di  penfare  avete  mai  ?  Grida  la  legge  Civile:  7^^7o- 
rantia  janìs  neminem  excufat  ;  ed  altrettanto  non  intuonerà  la  Di- 
vina? Lafciate  di  tagliar  la  tefta  alle  Lumache,  che  al  Gran  Tri- 
bunale non  vi  farà  chiedo  conto ,  fé  di  bel  nuovo  la  fanno  ;  ma 
bensì,  come  potendo,  non  vi  fiele  illuminato  de'  voftri  doveri. 
Voi  predar  fede  sì  grande  a  vane  oflervaaze  :  e  chiamarle  cofe  da 
nulla?  Cominciate  in  Luna  nuova  con  tutto  Io  impegno  a  rifor- 
irarvi,  che  mai  a  Luna  vecchia  non  fode  in  un  fepolcro,  e  coli' 
anima  chi  fa  dove.  Amico,  qui  autem  prudens  eji^  audit  confitta , 
iProv.  12.)  Quede  fono  parole  di  Salomone. 

Cand.  Che  io  fia  delinquente  in  materie  veniali ,  Io  fo  ;  ma  in  mor- 
tali  

Str,  Prendete  il  Teologo  morale  Probabili(^  il  più  laflb  i  e  q,ualora 

non 


4^ 

non  dica  peccato  mortale  la  piena  fede  alle  vane  oflfervanze  ;  dite- 
mi del  menzognero,  che  ne  fon  pago.  Poi  sì  poco  cafo  fate  de'  pec- 
cati veniali?  Ricordatevi,  che  nemo  repente  fit  fummus  j  che  qui 
fpern'tt  modica ^  paulat'tm  dectdet . 

Meril.  Servo  di  loro  Sigg.  Tutti  gli  corrifpondono ,  Queft'oggi  fono  fla- 
to indovino .  L'  ho  detto  fubito  , 

Fiorii,  Che? 

Meril,  Che  il  Sig.  Armicioli  avrebbe  pagata  falatiffima  la  Tua  ven- 
detta. 

Ser.  La  Commedia  è  forfè  divenuta  Tragedia  ? 

Meril,  Pur  troppo  !  e  non  l' avefTì  mai  veduto , 

Cand,  Com'  è  rtata?  diteci 

Ser.  aCandiotto.  Non  gliel'ho  detto?  Eh 

Meril.  Circa  l'ora  di  notte,  fortendo  dalla  propria  Cafa  Io  sfortuna- 
to Giovane  per  andarfene  ,  com'  era  folito  ,  a  vegliare  ,  fatti  feì 
paflTi  circa,  è  flato  alle  fpalle  affalito  dall'inimico,  che  nel  mez- 
zo della  fchiena,  fcaricatogli  un  colpo  di  piftola,  lo  ha  fui  mo- 
mento uccifo  ,  dandogli  dippiù  alcune  pugnalate  nel  dorfo,  a  fe- 
gno  di  maggiore  vendetta. 

Cand.  Che  difgrazia  !  Povero  Armicioli  ! 

Ser.  Tanto  gli  aveva  prefagito  anch'  io .  E'  flato  arreflato   V  uccifore  ? 

Meril.  Subitamente  un  Bottegaio  con  un  colpo  di  ftanga  fcaricatogli 
alle  gambe,  lo  ha  flefo  in  terra  ;  e  lì  poco  dopo,  corfa  la  sbir- 
raglia ,  lo  ha  flrafcinato  alle  carceri . 

Ser.  Eccoli  rovinati  entrambi. 

Avor.  Che  gran  bisbiglio  vi  farà  mai  ! 

Meril.  Amici,  torno  a  ripetere,  non  avefli  mai  veduto!  Un  fervo  del- 
la Cafa  è  flato  il  primo  ad  accorrere  ;  che ,  veduto  il  barbaro  af- 
faffinio,  altamente  efclamando,  e  rilevando  il  tragico  fucceflb ,  ha 
precipitofamente  condotta  la  infelice  Madre,  e  le  tre  Sorelle  alla 
compalfionevole  vifla.  Nello  fteflb  tempo,  per  cattiva  mia  forte, 
dovendo  pafl^are  accidentalmente  per  quella  contrada  ,  fono  arri- 
vato appunto ,  quando  l' addolorata  Genitrice ,  veduto  il  primo 
parto  delle  fue  vifcere  in  sì  lagrimevole  flato ,  alzati  gli  occhi  al 
Cielo,  dopo  la  più  dolorofa  efclamazione ,  opprefla  da  violenti  Ai- 
mo duolo,  è  rimafla  priva  di  voce  ,  e  moto  in  uno  fvenimento 
profondo  .  E  già  cadeva  fui  cadavere  del  morto  figlio  ,  fé  varj  ac- 
corfi  al  tragico  avvenimento  non  l'avefl^ero  foftenuta  .  L'udire  la 
ondeggiante  turba  degli  affollati ,  che  in  lamentevoli  termini ,  ora 
compaflTionava  il  fior  delia  età  sì  preflo  recifo  5  ora  la  tenera  Ma- 
dre, che  femiviva  portavafi  di  pefo  alle  flanze  ;  ora  le  tre  Sorel- 
le, che  dirottamente  piangendo,  mandavano  le  Arida  al  Cielo, 
empiendo  l'aria  di  lamenti,  fvellendofi  difperatamente  i  capelli  ^ 
ora  r  efiinto  infelice ,  che  coi  capo  per  terra  nel  maggior  pendio 
»  del- 


49 
iella  contrada,  recava  col  volto  immerfo  nel  proprio  fangue,che 
a  quella  parte  fcorreva  ;  col  fuoco,  che  tuttora  languidamente  nel- 
la Ichiena  avvampava:  talmente  fono  fuor  di  me  (hffo,  che  non 
faprei  efprimcrlo. 

Ser.  Ecco  ,  Sig.  Candiotto ,  dove  preflamente  terminano  quei  fogget- 
ti,  ai  quali  poco  fa  tefleva  gli  encomj. 

Cand.   Non  fo  che  dire!  Son  confuib. 

S*r,  E'  grande  il  cordoglio ,  che  provo  per  fiffatta  morte  ;  ma  giunge 
"   al  fommo,    qualora  penfo,  che  ftanti  le  premefle  di  quella   mat- 
tina, malamente  preparato  foffe,  per  la  gran  refa  de' conti .  Ani- 
ma sfortunata  ! 

Tior,  Per  quel  che  veggo,  è  da  compiangerfi  l'uccifo  fenza  mifura  ;^ 
ma  moko  ancora  fono  da  commifeiarfi  i  Genitori  dell' uno,  e  dell' 
altro. 

Ser,  Cerramente  che  anch' effi  rimangono  in  uno  flato  afTai  tormento- 
fo.  L'  appaffionato  Padre  del  trapaffato,  finché  avrà  vita,  fi  ve- 
drà vivamente  fcolpita  nella  fantafìa  la  Scena  lugubre  del  tradi- 
to l'uo  iangue  ,  con  qu.Ue  circotlanze  tutte,  che  capaci  fono  di 
accuorare  un  feno  paterno.  L'altro  del  malfattore,  che  infallibil- 
mente foggiacela  all'obbrobrio  di  fopravvivere  ad  un  figlio  (iroz- 
2aio  per  mano  infame .  Quanti  peffimi  effetti  provengono  mai  da 
una  precipitata  rifoluz^oaw! 

Cand.  Non  avrei  mai  creduto. 

Ser.  Ed  io  fubitamente ,  come  fa ,.  ho  temuto  di  qualche  gagliardo  dì^ 
fordine.  Il  defio  di  vendicarfi  trova  facilmente  ove  annidarfi  ;  e 
chi  per  tgmpo  non  fi  arma  con  prudenti  rift.-fTì  contro  sì  forte 
nemico,  d'ordinario  s'inabifTa  ne'  più  barbari  misfatti. 

Meril.  Signori,  di  grazia,  mutiamo  difcorfo.  E'  talmente  grande  il 
turbamento  in  cui  mi  trovo ,  ed  è  talmente  imbevuta  la  fanta- 
fìa di  malinconiche  idee,  che  ormai  non  ne  pofTo  più. 

Ser,  Sì,  amico,  avete  ragione.  Ch^  dobbiam  fare  ,  per  cagionarvi  qual- 
che gioviale  diftrazione  ? 

Mer.  Facciamo  la  folita  partita  del  Trefette.    - 

Marufp.  Bando  rigorofo  contro  il  medefimo .  Abbiamo  trovato  moc?o 
afiai  pm  dilettevole  ,  e  conveniente  per  impiegare  il  tempo  della 
fera. 

Metti.  Che  novità!  E  quale?" 

Ssr,  Per  non  ripetere  quanto,  prima  della  fua  venuta  fi  è.  detto,  che 
potrebbe  recar  tedio  agli  altri;  riferbandomi  dimani  all'ora  lolita 
nel  Caffè  di  fuccintamente  renderla  informata  ;  gli  alTicuro  ,  che 
in  mia  cafa  più  non  fi  giuocherà,  fé  non  fi  da(L»  qualche  llraor- 
dinario  incontro.  Ella,  comecché  ragionevole  e  fpregiaiicata, non 
avrà  Cernito  i  motivi  di  quella  determinax.one  ,  che  farà  di  una- 
nime f^imento-,  anzi  vigorofo-Apologirta  di  un  Amico ,  eh;?  for- 

D  tu- 


no 

lunatamente  ha  fcoperto  ciò,  in  veduta  di  che  ,  fi  è  proteftato, 
di  voler  fecondare  ad  ogni  collo  i  dettami  delia  retta  ragione  ,  e  del 
dovere .  ^ 

CW.  Il  Sig.  Sereno  vuol  tralafciare  di  far  ciò  che  univerfalmente  fi 
pratica.  Dunque  s'  inganneranno  Artigiani,  Cittadini,  Gentiluo-, 
mini ,  e  quante  elafi!  mai  trovanfi  di  perlbne ,  che  intavolano  giuo- 
co e  di  giorno,  e  di  notte,  e  in  efio  trovano  le  fue  delizie?  Nu- 
mero sì  fierminato  di  ogni  età,  di  ogni  feflb,  di  ogni  condizione, 
fecondo  lui,  opererà  contro  ragione?  Io  refio. 

Ser,  Quanto  mai  è  pofl^ente  una  radicata  pafiione  nel  cuore  del  uomo  f 
Moltiffimi ,  particolarmente  nelle  Città,  è  vero,  giuocano  ;  ma 
convien  diftinguere .  Imperciocché  altri  paflando  la  giofnata  in  oc- 
cupazioni profonde ,  la  fera  lodevolmente  prendono  follievo  con 
gualche  oneiio  giuoco  di  carte ,  come  V  Ombre ,  il  Trefette  ,  ed  al- 
tri firaili.  Altri  ,e  quefti  in  gran  numero,  fono  difoccupati  ,  i  qua- 
li amanti  di  darfi  bel  tempo,  e  poco  informati  de'  doveri  dell'  uo- 
mo, buona  parte  dehgiorno,  e  della  notte  la  fagrificano  all'Idolo 
indt^gno  del  giuoco ,  e  fpeflb  ancora  di  azzardo  .  Altri  filialmente 
di  efio  ne  fanno  la  più  rigorofa  Profefiìone  ;  non  altro  cercando , 
che  di  fiarvi  occupati  quando  mai  poflono;  procurando  anche  con 
arti  finifiime  di  far  inganni ,  per  acquiikrli  l' obbrobriofo  nome  di 
marivoii,  di  ladri;  e  giuocar  anche  l'anima.  Porto  ciò,  ditemi  di 
grazia:  fiete  voi  nd  numero  de' primi? 

Cand.  Se  non  fono  de'  primi ,  non  mi  novero  nemmeno  tragli  ulti- 
mi . 

Ser,  Siete  ben  de'  feccndi,  che  fate  gitto  del  tempo,  pltre  il  difetto 
di  cader  frequentemente  in  efcandefcen^e  :  di  fdegnarvi  r  di  efler 
fuperfliziofo.  Qaindi  con  qual  cuore  potrei  io,  che  vi  fono  ami- 
co davvero,  darvi  mano  in  una  materia,  che  sì  vi  pregiudica? 
Diiìngannatevi  una  volta;  e  fé  moitiflìmi  altri  del  voliro  taglio 
battono  sì  cattivo  fentiero,  non  vogliate  fame  argomento  perpro- 
feguire.  Ricordatevi  ,  che  argumentum  pefjimi  turba  e/i  :  detto, 
che  a  maraviglia  provato  viene  dal  Sagrofanto  Vangelo .  Multi 
junt  vocali  y  panel  vero  elecìi.  Non  feguite  dunque  la  moltitudine 
Dell'  affare  unico  importanti fiìmo  dell'anima,  fé  non  volete  dan- 
narvi . 

Cand.  Pofiìbile,  che  per  cofe  ,  le  quali  fembrano  innocenti,  o  leggie- 
ri difetti  ,  tanti  miferamente ,  quafi  ad  occhi  bendati ,  fi  perda- 
no.' 

Ser»  Pur  troppo  ella  è  così  .  Avete  Ietto  ciò ,  che  dice  lo  Spirito  San- 
to ne'  Proverbi  ?  Efi  via ,  (^Uts  videtur  homini  recia ,  &  novijftma 
eyus  ducunt  ad  mortem.  (Prov.  i6.  25,)  Quefia  è  parte  di  quel- 
la ftradajper  cui  camminando  la  mafiìma  parte  de' Criftiani,  allo- 
ra folamente  conofcono  il  precipizio,  quacdo  già  vi  fi  trovano 
dentro .  Bevin, 


5t 

Bevhi.  Che  al  fuo  foVtto  dorme ,  e  dormendo  di/corre ,  Portatelo  via ,  por- 
tatelo via. 
Meril.  Che  uomo  curiofo  !  Vuol  portarG  alle  Gonverfazioni ,  d' ordina- 
rio le  varia ,  ed  ovunque  fa  ridere . 
jivor.  E  quafi  Tempre  dorme. 

Bevin,  E'  mezz'acqua,  e  raezz* acqua;  te  lo  getto  nel  vifo. 
Meril,  ,i  Sogna  il  guerrir  le  fchiere, 

„  Le  felve  il  cacc'ator . 
Ser.  Bìfogna  IbfFrir  l' amico  co'  fuoi  difetti , 
Bev.  Il  Sig.  Sereno  è  matto. 
Cand.  Bevone  laido. 
Ser.  Lafciatelo  d  re ,  già  egli  adeflb  co'  fuoi   difcoefi  non   merita ,   t 

non  demerita. 
jivor.  Sappiate,  che  d'ordinario  racconta  quanto  gli  accade    fvegliato; 

oudt  alle  volte  fa  rìdere  a  crepa  pancia. 
Ser.  Ho  intefo,  ho  intefo:    lo  fveglio  fubito. 
Cand.  Lafciate  che  dorma  ;  già  nondimeno  farà  da  ftatua . 
Ser,  Non  è  uomo  da  lafciar  dormire,  particolarmente  in  certi  Iqpghi, 
AIlo,  alto,  Sig.  Bevinello;  nelle   Gonverfazioni    non   fi  dorme •. 
fcuotendolo . 
Bev,  /vegitandoft ,  Volevo  bere . 
Ser.  AlUgramente  ,  dia  fvegliato , 
Bev.  Non  dormo  mica,  (lo  così  quieto, 
Ser.  Ma  mi  ha  detto  del  matto , 
Bev.  Se  non  ho  detta  parola . 

Cand.  Per  verità ,  che  glielo  avete  detto ,  fenza  intoppo  di  lettera  • 
Bev.  Non  ho  detto  niente. 

Ser.  Prenda  una  prefa  di  tabacco,  gli  porge  la  fcatola» 
Bev.  Poco  tabacco  . 
Cand.  E  molto  Bacco,' 
Bev.  Il  mio  bifogno . 
Cand.  A  mina  colma;  a  buona  mifura. 
Bev.  Chiude  gli  occhi ,  e  china  il  capo . 
Ser.  St)  via,  difcorriamo:  ci  racconti  qualche  cofa. 
Bev.  Non  faprei  che  dire. 
Avor.  Raccontategli  quanto  l' altra  fera  fif  lafte ,  dormendo  >  in  Cafa 

Millellmi ,  che  ridono  ancora. 
B^v.  Tutte  bugie . 

Ser,  No,  no:  piutcorto  mi  dica  il  perchè  ama  di  andar  alle  Veglie, 

rè  poi  altro  fa  che  dormire  ;  imperciocché  quefto  è  un  atto  mol- 

to  incivile,  dal  quale  un  Galantuomo  deve  guardarfi, 

Bev.  Gli  ripeto;  non  dormo;  mi  godo  così  quieto  quieto. 

Ser.  Io  mo  finceramente  gli  dico,  che  dorme  .ia  tallo;    parla   fchiet- 

«meiKe  di  ciò.,  a  cui  per  natura  più  inclina,  ingiuria,  fé  occor- 

D  z  re; 


5» 

re  ;  e  fi  fa  poco  onore .  Onde ,  fé  foflì  nel  fuo  cafo ,  mi  crederei, 
per  più  motivi ,  obbligato  a  darmene  in  Cafa . 
£ev.  Non  vi  è  il  male,  che  fi  dice. 

Scr^  Son  già  bafievolmente'  perfuafo,  che  V.  S.  faccia  da  Comico 
fenza  avvederfene,  e  converta  le  Càù  in  teatri,  fenza  mercede. 
Faccia  quanto,  in  poche  parole,  gli  fuggerifco:  Appaghi  la  fon- 
nolenza  nel  proprio  letto  j  e  in  compagnia  degli  altri  fappia  ftar 
defto.  Signor  Candiotto,  ripigliando  il  filo,  è  perfuafo  di  quan- 
to gli  diffi  ?  > 
Cand.  Non  totalmente  . 

S(ì\  Ma,  cariffimo,  fé  i  Sacri   Dottori,   fé   le   Divine  Scritture,  fe 
gli  (ieffi  Gentili  Filofofi  ad  una  voce ,  avvertiti  ci  rendono  :  che 
il  tempo  è  preziofo;  che  tutto  impiegar  de^^efi  per   confeguire  il 
gran  fine,  per  cui  fiamo   al   mondo.;    perchè   non    dovete   appi- 
gliarvi ai  configli,  di  chi  fui  vero  vi  parla?    Come    potete  con- 
tinuar le  pedate  di  uno  fiuolo,  quantunque  affai  numerofo  ,   che 
facile  fi  figura  il  confeguimento  di  ciò,  che  pure  coiìò   patimen- 
ti allo  fiefio  Figlio  di  Dio!  Oportuh  Chrijìum  patiy    G"    ita  in- 
trart  in  glor'iam  /uam>    Amico   caro,   il    voftro  errore   troppo  è 
palmare . 
Cand.  Quando  folamente  giuochiamo  per   ricreare    lo   fpirito  antece- 
dentemente affaticato  in  cofe  proprie  allo   fiato    nofìro  ,    non    fo 
ravvifare  difetto,  che  ci  allontani  da  quel  termine  ,  a  cui  fiamo 
incamminati . 
Ser,  Non  condanno,  e  fin  dalle  prime  non  ho  parlato  contro  un  tale 
divertimento,  come  viziofo:  avendo  folamente  detto,   che  fareb- 
be meglio  con  qualche    mezzo    più   vanraggiofo ,   e   conveniente 
divertirfi.  Il  motivo  di  bandir  dalla  mia  Cafa  le  carte,    è  origi- 
nato foltanto  dal  vedere,  ch'ella,  incambio  di  ottenere   il    fine, 
per  cui  fi  ufavano,  s'inquietava,  recava  agii  altri  difpiacere  i  e  per 
ultimo  nutriva  una  ferie  di  vane  offervanze  ,  che  quanto  io  fan- 
no ritmicelo,  altrettanto  lo  macchiano   di  colpe    montali . 
MerìK  Per  dirla,  il  Signor  Candiotto,  con  cui  altrove  ho  tante  volte 
giuocato ,  ha  fempre  avuto   qualche  riguardo ,  o  a'  giorni ,  o  al- 
la Luna,  o  al  milchiac  le  carte,  o  a  prender  luogo  alla  tavola: 
coficchè  più,  e  più  volte  ho  dovuto  ridere. 
Cand.  Eppure  varie  volte  ho  colpito. 

Ser.  Eppure  ciò  è  avvenuto  da  caufe  aliene  ;  e  con  difpiacere  de- 
vo dire  al  troppo  credulo  Amico,  che  la  fua  debolezza  è  molto 
grande. 
Cand.  L'ofTervar  alle  fafi  Lanari  non' è  vana  offervanza . 
Ser.  Queflo  noi  nego;  ma  dico  bene,  che  in  queflo  particolare,  la 
Luna  vi  darà  poco  lume,  né  farà  per  dichiararfi  più  a  vofìro 
favore,  che  d'altri;  mentre  ancorché  influiffe  ,  opererà  cieca- 
ftiente .  -"  Cand. 


55 

"Carni.  Non  crederò  più  a  cofa  veruna  ,  facciamo  quattro  fole  Par- 
tite. 

Ser,  Ne  quattro ,  né  due .  Conòfco  di  poter  divertirmi  con  maggior  di- 
letto, ed  utile:  tanto  piace  agli  altri  compagni  ,  però,  fé  oggi 
ho  apprefa  la  preziofità  del  tempo ,  voglio  approfittarmi  di  que' 
lumi ,  che ,  trafcurati ,  potrebbero  eftinguerfi  ;  lanciandomi  nel  piti 
bello  fra  l'orror  delle  tenebre. 

Meril.  E  qual  farà  la  nuova  maniera  di  profeguir  con  piii  di  fpaflb,  e 
profitto  maggiore  le  noftre  Veglie  ? 

Ser,  Con  un'alternativa  di  Storie,  Commedie,  Tragedie,  Sonetti, 
Lezioni  della  Scrittura,  Panegirici,  Prediche,  ed  altri  Libri  fcien- 
tifici  facendovi  opportuni  riflelTi,  e  pafcsndo  l'animo  di  lumino- 
fe  notizie .  In  cotal  guifa  non  godremo  affai  piti ,  che  in  veder 
le  vittorie  di  quattro  cenci  colorati ,  tra  i  lamenti ,  e  l' ire  dei  per- 
ditori, che  involano  quel  po'  di  fpaflb,  che  potrebbe  fperarfi? 

Merlilo .  Anzi . 

Fior.  Non  è  incomparabilmente  maggiore  il  diletto,  che  proviene  dal 
fentir  un  Sonetto,  una  Commedia,  un  Panegirico,  fcritti  fecondo 
l'arte,  la  uno  ftile,  che,  rifpettivamente  proprio,  alletta,  ed  in- 
canta,  con  paragoni,  fimilitudini,  nobiltà  di  concetti,  e  pellegri- 
ni ritìe{li,che  quel  piacere  apportano,  il  quale  dolcemeate  ra- 
pi fce  ? 

Ser.  Io  conofco  Soggetti  per  pietà ,  e  fapere  veramente  infigni ,  che  U 
fera,  o  cogli  Annali  d'Italia  del  celebre  Muratori,  o  colle  dotta 
Lezioni  Scritturali  del  Zucconi,  o  Rofli,  Niccolai,  e  Martinet- 
ti, o  con  dilettevoli  Poefie,  trovano  il  piìi  (bave  trattenimento; 
e  con  riflelli  prudenti ,  a  guifa  dell'api,  raccolgon  poi  uà  mele  di 
»ita . 

Cafìd.  Beniflìmo.  Giuochorò  di  giorno  in  Cafa  Goldrini,  Caltombrio, 
Alatenelli ,  ne'  Caffè ,  nelle  Spezierie  ;  e  poi  la  fera  verrò  all'  Ora- 
torio di  Penitenza. 
^er.  No,  caro,  non  parlate  così.  Venite,  ed  aflficuratevì ,  che  godrete 
più  di  quello,  che  non  credete;  e  perfuadetevi ,  che  verrà  giorno, 
in  cui  mi  direte,  che  fempre  vi  ho  parlato  da  amico. 

Cand.  Proverò  anche  quefta  ;  ma  quando  mi  fi  prefcntano  alla  me»" 
te  i  tre  Tre,  le  Napolitane,  le  Vele,  feato  una  gran  reRÌ* 
tenza. 

Ser.  Siete  ragionevole? 

Ca7ìd,  Spero  di  sì. 

Ser.  L' uomo  deve  operar  da  quello  ch^  egli  è  ì 

Cand.  Anzi, 

Seu  V.  S.  è  vinta.  Se  dunque  l'uomo  deve  operare  da  ifàgioflèvole  j 
la  ragione  non  folo  ,  ma  le  più  venerabili  autorità  rendendoci 
avvertiti ,  che  farfi  deve  gran  capitale  del  teffl|>o  j  perchè  non  dcb- 

P  j  biam 


54  . 
biam   noi  faggiamente  ,  e  nel  miglior   modo   impiegarlo  ?  Ss  i 
Gentili  Filolofi  parlano  apch'  efTì  del  tempo ,  come  di  cofa  dell' 
ultima  importanza,  che  far  non  devono  i  Criftiani? 

Cand,  Sentirei  vclontieri  quali  fono  que'  famofi  Pagani ,  che  tanto  pre- 
giarono il  tempo. 

Ser,  Ed  io  vi  appagherò .  Licurgo  appreffo  Plutarco  dice  .•  che  reBe  t" 
f uditi  ttmporìs  rationem  habent  .  Teofraflo  fcriffe.'  Sumptus  prc" 
ttofifjtmus  tempus  efl .  Seneca  .•  Quem  mihi  dat'ts  ^  qui  aliquod  pre- 
tium  tempori  ponat ,  qui  diem  ajlimet  ,  qui  intelligat  fé  quotidie 
mori  ?   come  pure  .•    Omnia   atieria  funt ,  tempus  tantum  nofirum 

Fiorillo,  Lo  fteffo  eccellente  Filofofo  di  più  non  dice:  Etiam  fi  mul- 
tum  fupereffet  atatis,  parce  difpenfandum  erat  ,  ut  fuffìcsret  neref- 
fariis :  nunc  qua  dementia  e/i  fupervaciia  di/cere  in  tanta  tempor'is 
«■^e/^tffe?  Parimenti  nella  117.  Epiilola:*  iVo/;  tam  bewgnum  ^  ac 
liberale  natura  nobis  tempus  dedit ,  ut  aliquid  ex  ilio  vacet  pir~ 
dere:  e  finalmente  ;  Puniìum  ejì  y  quod  vivimus,  <&  adhuc  punEla 
minus. 

Ser,  E  1'  incomparabile  Tullio,  la  vera  Fenice  dei  fublimi  talenti,  non 
conobbe  anch'  effo  un  tanto  vero ,  allorché  fcriffe  :  Conferto  no- 
Jìram  longijftmam  atatem  cum  aTernitate  y  &  fic  b*evijftma  reperìe- 
tur  ?  quando  diffe  ;  Quid  eft  in  homìnis  vita  diu  ^  mihi  ne  diw 
turnum  quidem  videtur  ?  quando  nelle  Filippiche  efpreffe:  Quis 
ejiy  quamvts  adolefcenSy  qui  exploratum  habeatyfe  ad  vefperum  effe 
viÙurum  ?  Ed  in  fine  allorché  nelle  Tufculane  ;  Qux  potejì  effe 
in  vita  jucunditas ,  cum  dies  ac  nocìes  cogitandum  fit  jam  effe 
morie»  dum  ? 

Mamf.  Che  fentimenti  fin  ne'  Gentili! 

MerilL  In  quefto  particolare    fembran  Cattolici. 

Cand.  Le  dottrine  di  quefti  uomini  grandi  fono  belliffinae  ;  ma  reme- 
rei più  convinto,  fé  poi  udiffì,  che  i  Gentili  praticarono  quanto 
fcriffero. 

Ser.  E  quando  mai  vi  darete  per  vinto  ?  Ricordatevi  amico ,  che  Io 
Spirito  Santo  dice:  2»/'  mentis  eft  diirx  y  corruet  in  malum{Prov.z^), 
Tuttavia  fentire;  Plinio  ffimava  tanto  il  tempo,  che  perder noa 
ne  voleva  un  fol  momento  ;  però  vedendo  un  fuo  nipote  ,  che 
pafleggiava,  torto  il  riprefe  ,  dicenjio  :  potrefti  meglio  impiegar 
quefle  ore,  E  perchè,  facendofi  legger  un  libro  da  un  fuo  dome- 
ftico  ,  Io  fteffo  fuo  nipote  fece  replicare  una  parola  per  Io  ac- 
cento mal  pronunziato  i  fembrandogli  una  tal  replica  perdimento 
di  tempo,  del  pari  il  riprefe:  ma,  effendo  ormai  tardi  ,  trala- 
fciando  di  foggiungere  come  ftimaffe  in  pratica  il  tempo  un  Alef- 
fandro  Magno,  un  Democrito,  un  Z  none, che  pure  noi  riguar- 
davano prezzo  di  Eternità,  mi  reftringerò   al  folo  Dionigi    Re 

di 


5$ 
él  Siracufa,  che  <Jopo  la  rifornia  da  Platone  introdotta  nella  Tua 
Corre,  divenne  avariflimo  del  tempo i  onde  venendo  richieito  da 
uno  de'fuoì   Cavalieri,  qual   foflfe   l'ora  difoccupara,   per   avere 
udienza   da  Sua  Maeftà ,    così  gti  rifpofe  ;  a&fit ,   quod   me  otto- 
fum  mvenias  \  Ch?,  fé  tanto  fecero  i  più  faggi  Padani,  da  puro 
lume  di  natura  guidati;  a  quali  eccefTì  di  Itima  del   tempo   non 
faran  giunti ,  ed  arrivar  non  devono  i  veri  Criftiani  ! 
Caìjcl.  Ora  fon  pago  . 
Scr.  Debbo  poi  crederlo? 
Cand.  Ve  ne  afTicuro. 

Ser,  Siccome  voi  non  fiete  rìmafto  perfuafo,    fintantoché  non    avete 
fentito ,  che  fia  flato  pof^o  in  pratica ,  quanto  fu  fcritto  ;    io  pu- 
re   pienamente    non    credo  ,   fé   in   avvenire  non    veggo  ,  che 
l'opere  voftre  corrifpondano  a' detti . 
Cand.  Avete  ragione.    Pmr  pari  refertur, 

Ser,  Perchè  però  vergognofo  riefce  ad  un  Criftìano  il  prender  norma 
per  ben  operare  dai  ciechi  Gentili  ,  fiavi  a  grado  1'  udire  quan- 
to apprezzaffero  il  tempo  alcuni  Cattolici.  S.  Bernardo  diceva: 
che  la  cola  più  preziofa  del  mondo  è  il  tempo,  quantunque  si 
poco  limato.  Il  Cardinnl  Olio  guardavafl  dal  perdere  minima 
parte  di  tempo,  dicendo:  che,  ficcome  è  viliflfima  l*  avarizia  del 
denaro;  così  è  preziofiflìma  quella  del  tempo.  E  S.  Bernardino 
da  Siena  diceva  ;  che  tanto  vale  il  tempo ,  quanto  Dio  ;  perchè 
in  un  alimento  può  acquiftarfi. 
Fior.  E  noi  dovrelFimo  perderlo  malamente?  Non  fia  mai  vero. 
^vcr.  Quanto  fei  m^i  preziofo,  o  tempo! 

Ser.  Prefenratofi  con  fupplica  alla  mano  certo  valorofo  Soldato  ali* 
Imperador  Carlo  Quinto,  chiefe  congedo;  ma  Cefare  ,  cui  eran 
ben  note  le  doti  dtir  Oratore  proccuraado  con  dolci  parole  e 
grandi  promeffe  dì  trattenerlo;  così  gli  rifpofe:  non  più  ad  ono-» 
ri ,  e  ricchezze  terrene  afpiro  ;  ma  alle  celefti ,  ed  eterne .  Chie- 
do licenza  per  frappor  tempo  alla  vita^  ed  alla  morte.  Inter 
vit.e  negotia  &  mofùs  diem  opottet  fpatium  intercedere.  Sì  gene- 
rofa,  prudente,  e  Criftiana  rifpofta  fé  sì  gran  colpo  nell'animo 
fteffo  di  Cefare ,  che  da  quel  punto  ftabilì ,  cojme  fece ,  di  rinun- 
ziar  e  Regai,  ed  Imperio:  onde  rìtiratofi  nel  Monaftero  di  S. 
Giufto,  fpefe  il  rcfiduo  de'  giorni  fuoi  in  prepararfi  alla  morte, 
che  fu  da  Santo;  prima  ancor  della  quale  perfettamente  fano 
poflofi  in  un  feretro,  fecefi  cantar  Qflizio,  e  Meffa  de  Requiem* 
Efempio  raro  di  Crilhana  pietà/ 
Marufpio.  Quello  la  indovinò. 

Ser,  Finalmente  ;  ftandofene  per  morire  il  Padre  Francesco  Cataneo , 
primo  difcepolo  del  B.  Colombino,  e  pregato  dai  Religiofi ailan- 
li,  a  lafciar  loro  gualche  rilevante  ricordo;  dopo  replicate  iitta- 

D4  w,^ 


ze,  rifpofe:  volentieri:  Chi  ha  tempo  non  afpettì  tempo;  e  ciò 
detto  fpirò.  Amici,  il  ricordo  è  per  tutti.  Cht  ha  tempo ^  non 
afpettì  tempo.  Se  non  v'è  alcuno,  che  afficurar  fi  pofla  di  un 
giorno  fole:  perchè  azzardarfi  di  p  anger  fenza  fine  la  perdita  del 
tempo  ?  Imperciocché  racconta  Dretelio  nel  capo  terzo  de'  Dan- 
nati,  che  uno  di  quefti  infelici  fecefi  fentir  piangente  ad  un  Rs- 
ligiofo  di  fantifficna  vita  mentre  faceva  orazione.  Interrogato  co« 
fiui  perchè  sì  amaramente,  e  tanto  piangeffe ,  rifpofe  :  piango,  e 
piangerò  in  eterno  cogli  altri  dannati  il  tempo  perduto  in  cofe 
vane,  in  foverchj  divertimenti,  nelle  iniqui:à,  di  cui  quando  era- 
vamo in  tempo,  non  ne  avemmo  ftima,  e  Io  confumammo.  Oh 
fé  aveffimo  un'  ora  /  Ah  fi  daretur  bora  !  Ah  fi  daretur  bora  !  Ma 
in  eterno  la  cercheremo  indarno  / 
Fior.  E  con  ragione.  Perchè  devefi  prevaler  del  tempo  finché  fi  è  in 
tempo,  effendo  avvifati  fin  col  comaaio  dal  Sagrofanto  Vangelo: 
Ambulate  dum  lumen  habetis  y  ne  tenebre  vos  comprehendant , 


N 


ENIGMA      QUARTO, 
SONETTO. 


On  v'è  chi  pofla  indovinar  chi  fia 
Cortei ,  che  Tempre  va  ,  né  mai  fi  move  ; 
E  quando  fplende  il  Sole,  o  il  Cielo  piova, 
Giammai  1' ufato  fili  feguire  oblia. 

Ottima  talor  è,  talora  è  ria. 

Qui  piacer  porta ,  e  difpiacere  altrove , 
Pace  in  un  luogo,  in  altro  l'armi  move; 
Ma  ferba  ognor  l' indole  fua  natia  . 

Per  effa  il  moto  è  in  ogni  parte  grande, 
A  tutti  ferve  in  quefta  riva,  in  quella, 
E  rifo,  e  pianto  di  fovente  fpande. 

E'  nelle   Ville  men  pulita ,  e  cara  : 

Nelle  Città  più  maeftofa,  e  bella  : 

'Dqì  mondo  in  ogni  lido  amata,  e  chiara» 

La  Strada, 


CON- 


57 

CONVERSAZIONE  QUARTA 

DI     GIORNO. 

Nella  Sala  a  terreno  di  un  Cafino  in  Campagna . 

INTERLOCUTORI. 

SÌ£.  Francefco  Padrone  del  detto .  Eltfahtta  fua  moglie .  Sìg.   Deme-* 
nìco  jlm'tco y  t  Socio  del  detto  in  certe  Mercature.  Sig.  Pao- 
lo uomo  curio/o,  Petronio  Servo  del  Sig.  Francefco, 

Frane,  QTcchè  or  ora  noi  faremo  i  folitì  conti  menfuali.  Oggi  vera- 
O  mente  non  potrei ,  dovendo  fcriver  più  lettere  ;  ma  piut- 
tofto  le  differirò  a  quefta  fera,  per  non  variar  quell'ordine,  che 
da  tanti  anni  ci  mantiene  in  una  perfetta  concordia ,  e  fa,  clie  le 
noftre  focietà  quietamente  ci  fruttino  ;  né  in  effe  s'  incontri  con- 
fufìone  alcuna ,  errori ,  od  altri  accidenti ,  che  pofTano  apportar  in- 
quietudini,  d  funicni  di  animo,  e  danneggiamenti. 

Dom.  Quefta  regola  fommamente  mi  piace.  Imperciocché  vedo  chia- 
ramente, che  fé  così  non  faceffimo,  di  leggieri  avverrebbero  equi- 
voci ,  e  difficoltà  . 

Frane.  Se  tanti,  che  contraggono  Società,  fpeflb,  a  un  dato  tempo, 
con  veni  fiero ,  di  metter  fempre  in  chiaro  lo  ftato  delle  medefime, 
non  manterrebbero  in  credito  quel  Proverbio ,  che  dice  :  Le  So- 
cietà cominciano  in  nome  di  Dio,  e  terminano  in  nome  dei  Dia- 
volo. 

Dom.  Mi  difpiace  fclamente,  che  fra  qualche  poco  arriverà  quel  bc-; 
nedetto  Sig.  Paolo ,  e  ci  fraftornerà , 

Frane.  Ha  detto  di  venire? 

Dom.  Anzi  i  e  vi  farebbe  a  queft'ora,  fé  per  effetto  della  fua  fomma 
curiofità,  non  avefTe  proseguito  l'andata,  per  portarfi  a  rilevare, 
chi  fieno  quel  S'gnore ,  e  quella  Signora ,  che  quefta  mattina  in 
Legno  fono  paflati  in  vicinanza  della  fua  Cafa,  e  fmontati  a  Ca-< 
fa  Ferlicioni . 

Frane.  Non  faprei  che  volermi  ,  fé  potelTi  far  conofcere  ad  un  tale 
Amico  ,  quanto  difconvenga  ad  un  uomo  la  curiolnà  intorno  a 
cofe ,  che  ad  effo  non  appartengono  ;  e  quanto  fimile  difetto  dan- 
neggi coloro,  che  fono  fignoreggiati  da  fìffatta  frenefia. 

Dom.  Anche  io  facrifìcherei  qualche  cofa  di  belio,  fé  potelTi  avere  il 
contento  di  vederlo  emendato. 

Frane, 


58 

frane»  Bifogna  ben  dire  ,  che  fìamo  tutta  miferia  f  Egli  ha  mille 
bellinìme  doti,  che  tutte  rimangono  ecciiffate  da  una  tal  debo- 
lezza . 

Dom.  Se  il  Sig.  Paolo  giugneffe  a  fuperare  un  tal  vizio,  farebbe  ado- 
rabile: ma  d'ordinario  così  avviene.  Chi  rifplende  per  molte  doti  ^ 
fia  poi  effetto  di  qualche  occulta  prefunzione,  o  vana  ftima  di 
fé  medefimo  i  fìa  mancanza  di  riflelTo  fu  i  proprj  andamenti  j 
foggiace  a  qualche  gagliarda  imperfezione ,  che  pregiudica  a  quan- 
ti fregi  lo  adornano,  come  in  una  cetra  una  fola  corda  in  diffo- 
nanza  ,  toglie  la  dolce  armonia  di  tutte  1'  altre . 

Frane,  Vogliamo  tentare  un'azione  da  veri  Amici? 

Dom.  Già  fapete,  che  il  voler  voilro,  è  voler  mio.  Che  dobbiam 
fare  ? 

Frane.  Vedete  là  quella  Caffetta  nuova,  che  quella  mattina,  sì  ben 
lavorata,  mi  è  fiata  condotta  dal  Legnaiuolo  famofo  di  Verde- 
gallo. 

Dom.  La  vedo. 

Frane.  Quella  per  appunto  deve  giovare  ali'  intento ,  quantunque  per 
altro  fine  ordinata .  Effendomi  ftato  ,  poco  fa  portato  da  un  mio 
Contadino  un  bel  rigogolo  vivo  ,  da  lui  prefo  quefta  mattina  in 
un  buco  di  un  albero;  voglio  in  effa  chiuderlo,  e  collocarla  fui-  * 
la  tavola ,  che  vedete  nel  mezzo  della  Sala  .  Subito  arrivato , 
indagherà  egli  ;  chi  1'  ha  fatta  ;  fé  fia  di  mia  ragione  :  a  qual' 
ufo  è  deftinata?  Allora  fui  ferio  gli  dirò:  che  ho  gagliardiflimo  | 
impegno  di  non  manifeflare  cos'  alcuna  intorno  ad  effa  ;  e  che 
mi  recherei  a  fommo  aggravio  ,  fé  qualcheduno  fi  az^ardaffe  di 
aprirla ,  per  fapere  che  include .  Dirò  ,  eflervi  qualche  cofa  di 
bello i  ma  non  volere  aflblutamente  indicarlo.  A  tali  efprelTio- 
ni,  e  ferie  fignificanze,  fi  accenderà  in  eflb  un' ardenti ffima  bra- 
ma di  appagare  la  fua  curiofità  ;  e  non  potrà  a  meno  dì  nonaz- 
zardarfi  ad  aprirla .  Poco  dopo  afcenderemo  le  Scale  ,  dicendo  , 
che  ci  conviene  ritirarci  nella  folita  camera,  per  fare  i  confueti 
conti.  Intanto  avvertirò  la  moglie,  che  rimafta  in  fua  compa- 
gnia ,  venga  di  fopra  per  far  qualche  faccenda ,  che  gli  fuggerirb  ; 
come  pure  n'  iftruirò  il  Servo ,  che  porrò  in  agguato  ,  acciò  la 
cofa  cammini  a  mio  talento.  Imperciocché  avvenuto  quanto  fpe- 
ro ,  difcenderemo  di  volo ,  e  proccurerò  all'  Amico  que'  rifleifi , 
che  fentirete. 

Dom,  Afficuratevi  pure,  che  va  nella  rete. 

Frane.  Di  ciò  non  ne  dubito.  Vado  fubito  a  chiamar  la  moglie  per 
dargli  quelle  direzioni ,  che  fanno  al  cafo  ;  come  pure  a  dar  gli 
ordini  opportuni  al  Servente;  e  porto  il  rigogolo  nella  Caffetta. 
Intanto  fatevi  falla  porta,  acciò  «oa  ci  forprendeffe  intempeOi- 
vameate . 

Dom, 


59 

D«w.  Amico,  fate  pretto:  eccolo  a  «apo  della  ftrada,  che  viene. 

Frane,  Vado  fubiiOi  non  fiam  fuori  di  tempo,  (parte)  * 

Dom.  Ven^a  pure,  che  forfè  quefta  volta  la  curiofità  gli  farà  tran- 
§uggìare  un  boccone  amaro  i  ma ,  che  gli  pub  mettere  in  concer- 
to gli  umori.  Ha  che  fare  con  un  Amico,  che  veramente  Io 
ama ,  e  non  fi  perde .  Egli  è  ben  certo ,  che  avrà  tutta  la  cu- 
ra di  fargli  vedere,  come  in  terfo  fpecchio,  la  deformità  perni- 
clofa  del  fuo  mancamento,  e  di  additargli  qu«' mezzi,  che  di  leg- 
gieri lo  poono  condurre  al  dovere. 

Elìfabettay  ridendo.  Serva  umiliffìma.  Signor  Domenico. 

Dom.  Devotiflìrao  Servidore  a  Lei,  mia  Signora. 

Eli/ab.  Viene  il  curiofo  ? 

Dow.  Veniva;  ma  in  quefto  punto  fi  è  fermato  con  un  Contadino , 
che  ha  incontrato,  con  una  fporta  alle  fpalle. 

El'tfab.  Eh  I  vorrà  fa  pere  il  contenuto . 

Dom.  Per  Bacco,  la  vifita!....  Vi  ha  fopra  una  mano!...  apre,  e 
guarda  ! . . .  viene  . 

Elìf.  Ha  ottenuto  l'intento:  ha  fatto  un  bel  guadagno;  perb  fé  ne 
viene  contento. 

Tranc.  ritornato.  E'  vicino? 

Dom.   In  vicinanza  alle  fiepi  dell'Orto Si  è  fermato  con  usa 

donna . 

El'tfab.  Bifognerà,  che  la  interroghi.  E'  neceffario,  che  rilevi  dove 
vada ,  ed  a  che  fare . 

Dom.  Alzano  la  voce . . .  pare ,  die  la  donna  fi  lamenti ha  det-' 

to ,  che  non  glie  lo  vuol  dire . 

Elif.  Ho  fentito  anch'io. 

Frane.  Ecco  il  volatile  nella  Cafla.  Ora  che  tutto  è  difpoflo,  venga 
pure,  che  fofpiro  il  momento. 

Dom.  La  donna  s'incammina....  il  Sig.  Paolo  la  prega...  (^ridendo) 
lo  ha  mandato  a  far  legna,  per  Bacco. 

Eli/.  Voglio  vedere ,  fé  la  conoico  :  (fi  affaccia  )  è  la  Fegatella  :  non 
poteva  lo  indagatore  abbatterfì  peggio.  £'  infoiente,  quanto  h 
mofche  ;  ma  fé  Io  merita . 

Dom.  Guadagni  della  curiofità . 

Frane.  Quefta  non  è  frutta  nuova  per  lui .  Di  fimili  bocconi ,  ne  ha 
già  tranguggiato  a  barella,  ed  anche  di  piìi  amari  affai. 

Dom.  Ma  non  per  quefto  fi  è  rifanato. 

Frane.  Per   quanto   fembri   inemendabile,   non  voglio   difperare.   Mi 
fi  vanno  rapprefentando  alla  mente  ragioni,  che  fono  di  una  ro- 
buftezza  capace  di  fargli  vedere  lo  fìomachevole  della  fua  piaga, 
e  di  guarirlo  aflai  predo. 
Dom.  Quanto  godrei  di  un  efito  si  fortunato! 
Elif.  Non  arriva  per  anche . 

Dom» 


6o 

Dom,  Viene  pian  piano. 

f^ltf.  Sarà  fconfolato  per  Io  affronto  ricevuto. 

Vom.  Si  è  fermato  fu  due  piedi  ,  mirando  la  Fegatella  ,  che  feguffl 
immobile  cogli  occhi.  j| 

Frane.  Forfè  per  vedere ,    fé   ciò  nulla  oftante  pub  foddisfare  alla  fufl 
curiofità  ,  rilevato  a   qual  Cafa   è   incamminata  ;  per  poi  fare  i 
fuoi  pronoftici,  o  faperlo  da  altri. 

Dom.  Entra  per  io  Portone. 

Lli/,  Sono  impaziente  di  vedere  la  riufcita. 

Frane.  Se  mai  ho  parlato  con  enfafi ,  quefta  volta  certamente  voglio  i 
mettere  in  campo  tutto  il  poflibile  alle  mie  forze  abbiette. 

Dom.  Vengo  a  federe ,  mentre  fi  accolla  ;  onde  non  abbia  a  fofpetta-  i 
re . 

Frane.  Dunque,  fé  dobbiam  fare  i  Conti,  avrà  feco  i  recapiti  necef-  ' 
farli,  per  mettere  in  chiaro  le  Partite  del  fuo  Dare,  ed  Ave-  ' 
re  . 

Dom.  Ho  quanto  fa  d'uopo:  e  fpero,  che  ci  sbrigheremo  più  predo 
del  folito;  perchè  quefto  mefe  i  contratti  fono  flati  di  poco  nu- 
mero, e  dì  qualità  meno  rilevante  degli  altri. 

Paolo.  Eccomi.  Servo  di  loro  Signori. 
Tutti  fanno  il  dovere. 

Dom.  Siete  pago;  o  avete  fatto  i  paflì  ai  vento?. 

Paolo.  Ho  faputo  felicemente  il  tutto.  E'  un  Notaro  di  Lomiridia, 
con  fua  moglie,  amico  del  Signor  Ferdinando,  che  fono  venuti 
feco  a  pranzo.  Anzi  mi  è  toccato  un  pezzo  di  terta  di  ciocco- 
lato, veramente  preziofa  ,  e  quattro  bicchieri  di  vino  ,  che  mi* 
hanno  appieno  rallegrato  il  cuore.  Se  venivate,  anche  voi  farefle 
flato  a  parte  del  piacere  da  me  provato  ;  ma ,  perchè  tacciat.e! 
tutto  di  curiofità,  fiete  rimafto  privo  del  medefimo. 

Dom.  Amo  meglio  di  non  effer  comparfo  curiofo,  che  di  aver  gufa- 
to e  i'una,  e  l'altro  . 
Paolo .  Non  farefte  altrimenti  comparfo  tale  ,    perchè  con  un  pretese 
bellamente  mi  fono  riparato  da  fimile  taccia.  Ho  moftrato  dì  ef-^ 
fermi  colà  portato,  per  vedere,   fé  tra    i  fuoi  Libri    vi  aveffe  le 
Commedie  di  Terenzio  ;   bramando  io  fommamente  di  leggerle ,' 
e  così  ho  ripiegato  con  tutta  politezza  ad  ogni  ombra.  Che  bel- 
la Calfetta.  E'  fua  Signor  Francefco?  Quanto  è  viftofa! 
Frane,  E'  mia  ;  ma  di  tal  capo  non  fé  ne  parla .  Favorite ,  Sig.  Pao- 
lo, voi  dite  di  aver    sì  bene  dileguato  ogni   fofpetto?    e  vi  vaa- 
tate  di  un  ritrovamento  tale? 
Paolo .  Anzi  ;  ma  lafciamo  quefte  minuzie .  Perchè  non  fi  pub  far  pa- 
rola di  quella  Caffetta  ?    E'  forfè  quella  delle  difgrazie  ;  oppure 
deftinata  a  cofe  tali ,  che  non  fieno  comunicabili  ad  un  amico  ? 
Frane.  (Qualunque  ella  fiafij  e  per  guanto  abietto,  od  eminente  ilfao 

de- 


6i 

desino,  non  voglio  fignifìcare  a  chiccheflTia  la  minima  circoftan- 
za  rifguardante  la  medefima.  Rimettiamoci  fuila  carriera.  lomo 
VI  di6c ,  che ,  ne  avete  rimediato  a  non  comparir  bramofo  di  fa- 
pere  chi  foflero  quei  Foreftieri ,  né  riefce  lodevole  il  ripiego;  ma 
bensì  deteftabile .  Riguardo  alla  prima  parte  :  il  Sig.  Ferdinando 
è  totalmente  convinto  della  voftra  curiofità  ,  ed  a  giorno  delle 
voilr'arti,  per  nafconderla.  Riguardo  alla  feconda:  refto  maravi- 
gliato, come  per  inezie,  che  niente  vi  appartengono,  ofate  di 
ricorrere  a  bug<e  ;  mollrando  così  di  non  conofcere  quanto  fcon- 
venga  ad  un  Criftiano,  e  galantuomo,  il  carattere  di  menzogne- 
re i  e  molto  pili,  recandovi  a  gloria  debolezza  sì  vile. 

Paolo.  De  minìmis  non  curat  Pmtor:  né  ho  fentore  alcuno,  che  mi 
determini  a  credere,  che  il  Signor  Ferdinando  mi  qualifichi  come 
voi  dite. 

Frane,  V  ingannate  a  partito.  Più  dì  una  volta  difcorrendo  con  eflb 
di  voi,  mi  ha  francamente  detto:  che  in  quefto  particohire  fiere 
peggio  delle  donne.  Che  procurate  bensì  di  occultare  il  volltro de- 
bole ,  fotto  fpecié  galanti  ;  ma  inutilmente  :  perchè  fiete  cognito 
quanto  le  ortiche .  Intorno  poi  al  non  doverfi  annoverar  tra  le 
ccfe  di  poco  rilievo  le  menzogne ,  delle  quali  fiete  folito  far  ufo 
a  coprimento  della  voftra  imbecillità;  é  tanto  lungi  dal  vero, 
che  iòno  corretto  dirvi:  qualmente,  in  fcntir  fimili  fpropofiti , 
mi  fi  diminuifce  in  gran  parte  quella  ftima,  che  di  voi  ho  fin' 
ora  nodrito ,  ritrovandovi  privo  di  certi  lumi ,  che  troppo  fon  ne- 
ceflarii  pel  buon  regolamento  di  fefteflb.  E  non  fapete,  che  Plu- 
tarco, quel  celebre  Greco  ,  quantunque  Pagano,  lafciò  fcritto: 
che  mentiri  fervile  vittum  eft  ^  &  cunBìs  mortalibus  infecian- 
dum  f  ed  Ariltotile  diffe:  mendax  hoe  lucratur^  ut  cum  vera  di'- 
xerh  f  et  non  credatur  ?  K,  giacché  mi  fowengono  autorità  di 
Greci  famofi ,  che  dal  folo  naturai  lume  guidati,  mirabilmente 
corroborano  il  mio  affunto  :  vi  dirò ,  che  Omero  neir  Odiffea  ci 
afferma  :  che  mendax  ab   bofle  non   differt . 

Paolo.  Alcoltino,  come  gagliardamente  battono  la  frulla. 

D'^w.  H  )  lentito . 

Paolo.  E'  un  Legno,  che  viene  a  trabocco.  (Sbalza,  incamminando^ 
fi  f rettolo/o  ver/o  la  porta)  Sono  due.  Voglio  correre  a  vedere, 
che  non  foffe  qualche  gran  Perfonaggio.  eorre. 

Vom.  ajjacctandofi  alla  porta.  Oh  ! ....  è  caduto  a  fiacca  collo  .  .  .  , 
vengo. 

Frane,  corre  alla  porta.  Vi  Cete  fatte  male? 

Paslo.  Ho  fatta  una  caduta  bcftiale.  Il  nafo  ha  patito  affai;  forte  il 
fan^^e . 

Dom.  Come  fiete  precipitato? 

Paolo.  Per  un  urto  irapetuofo  di  piede  jn  un  faffo,  che  alquanto  fo-; 

vrat- 


rf2 

vrafìa  al  piano  del  cortile:  e  per  efTere  in  corfa,  non  ho  potuto 
trattenermi. 

Dom.  Mi  difpiace  . 

Frane,  Guadagno  della  curiofità!  eh,  per  Bacco f 

Paolo,  Mi  difpiace ,  di  non  aver  potuto  vedere  chi  fieno. 

Frane,  Ed  a  me  non  importa  un  granellino  di  arena . 

Paolo.  PafTa  Eurofindo,  che  li  ha  incontrati:  voglio  chiedergli  qual- 
che notizia.  Va  alla  flrada  raccogliendo  col  fazzoletto  il  /angue ^ 
che  gli  va  f correndo  dalle  narici , 

Flifabetta  piano  al  Signor  Domenico,  Si  fofle  almen  rotta  la  tefta  ; 
giacché  ad  onta  della  caduta ,  e  delle  correzioni  di  mio  marito , 
liegue  pertinace  ad  appagare  la  inquieta  paflTione. 

Frane,  avendo  fentito.  Non  per  quefto  mi  perdo.  Sarà  un  amminico- 
lo,  che  in  compIefTo  può  riufcire  di  qualche  attività  ,  Corag- 
gio. 

Dow.  Se  trionfarle  di  tale  Soggetto  ,  potete  dire ,  che  fiere  il  Medi- 
co degl'incurabili;  ed  avventurarvi  a  qualunque  imprefa. 

Frane.  Veggo  anch'io,  che  la  cura  è  difficile,  perchè  un  fimil  male 
ha  profondiffime  le  radici.  Tuttavia  non  dlfpero. 

Paolo  ritornato.  Una  talpa  come  quello,  non  credo,  che  fi  trovi  in 
tutto  il  Mondo.  Dice,  che  non  ha  fatta  ofìfervazione  a  dovere; 
che  v'erano  uomini  ;  ma  nemmeno  fa  quanti,  né  di  qual  colo- 
re fieno  veftiti.  Se  perfone  ,  che  fembraffero  di  alto  rango  ,  né 
fé  giovani,  o  vecchi.  In  fomma  zotico,   e  ftupido  quanto  mai. 

Frane,  Credete  forfè,  che  tutti  fieno  del  vcftro  taglio?  Che  guadagno 
avrebbe  poi  riportato,  fé  avefle  fatti  li  fopraddetti  rilievi?  Anzi 
giudamente  lo  ammiro  ,  e  fìimo  ;  perchè  non  fi  divaga  in  ciò , 
che  non  gli  deve  importare. 

Paolo,  Si  fa,  perchè  naturalmente  1'  uomo  è  portato  ad  inveftigare; 
e  qualora  poffa  riufcire  di  reflar  appagato,  fi  prova  piacere. 

Vom.  Non  tutto  quello ,  che  la  natura  dimanda  è  lecito  ;  né  in  qu»- 
Ho  particolare  fa  d' uopo  di  prove  ;  e  voi ,  meglio  di  me  lo  fa- 
pete. 

Frane,  In  altri  generi  il  Sig.  Paolo  ,  è  un  Argo  novello  non  finto  ; 
ma  in  quefto  ha  gli  occhi  appannati.  Qualche  giorno  per  altro 
fpero ,  che  rileverà  ,  quanto  prefentemente  non  vede  .  Amico  , 
andiamo,  con  permeffo  del  Sig.  Paolo,  a  far  quei  conti,  a  mo- 
tivo de' quali  fiete  venuto  coflà. 

Paolo .  Dunque  non  potrò  queft'  oggi  godere  la  voftra  converfazio- 
ne? 

Frane,  Terminata  la  faccenda,  che  quefta  volta  non  dovrebbe  portare 
gran  tempo,  torneremo,  per  follevarci  alquanto;  poi  fé  vorrete, 
andremo,  fecondo  il  folito,  a  far  quattro  pafTi. 

Paolo»  Cercate  foilecitarvì,  acciò  pofliamo  divettirci.  Io  intanto  leg^ 

gè- 


gerb  alla  Signora  Elifabetta  la  vita  del  Santo ,  che  oggi  corre 
nei  Leggendario  nuovo  di  quel  Padre  dell'Oratorio,  che  molto 
incontra . 

Tranc.  Procurate  anche  voi,  che  vi  refti  la  medefima  imprefla,  colle 
circoftai>ze  più  rilevanti  ;  che  poi ,  paff^ggiarido  me  la  racconte- 
rete ;  onde  abbiamo  campo  di  approfittare  fugli  efempj  di  quelle 
Anime  giufte,  che  hanno  conofciuta  la  vera  fcienza,  a  confufio- 
ne  di  tant'  altri ,  che  perduti  miferamente  dietro  inutili ,  e  dan^ 
nofe  letture,  deridono  quegli  affennati,  che,  eonofciuto  il  moti- 
vo di  fua  creazione ,  fi  prevalgono  di  que'  mezzi ,  che  riconofca- 
no  più  convenienti,  e  più  atti  al  confeguimento  di  quel  fine,  a 
cui  devono  afpirare. 

Dom.  Se  io  debbo  dirvi  il  vero:   dacché  fento,  per  mezzo  di  un  tal 
Libro ,  quanto   hanno   fatto ,    e  patito  uomini ,  e  donne  illuftri 
per   formarfi   un  lurrinofo   feggio  di  gloria   nel  Cielo  ;    mi  Cento 
molto  difpofio  all'adempimento  de'  miei  doveri,   e  meno  affezio- 
nato alle  cofe  del  Mondo . 

frane,  E  non  fapevate,  che  dell'udir  Dottrine,  Regole,  e  Precetti 
per  ben  vivere,  molto  più  giova  il  fentir  gli  atti  pratici?  Gi'in»- 
feetiamenti  fono  buoni ,  ma  gli  efempj  ottimi  j  onde  ne  venne  1:' 
aPiloma  ,  verba  mavtnt  ^  esempla   trahunt , 

Paolo,  Le  virtù  in  pratica  fuor  d'ogni  dubbio  perfuadono,  e  violetti- 
tano  alla  imitazione. 

Pranc.  Andiamo,  amico. 

Dom,  Vengo,  partono  . 

Eli/.  Favorifca  dunque  di  leggere . 

Paolo.  Subito,  {in  atto  dì  alzar/ì)  Ho  patito  anche  in  un  ginocchio. 
E'  ftata  una  caduta  pre^ipitofa  di  molto  !  va  a  prendere  il  Li- 
òro, 

Eli/,  Ha  voluto  correre,  onde  farà  con  maggior  impeto  accaduto  il 
tombolo. 

Paolo  ritornando ,  Fallando  s' impara ,  dice  il  Proverbio  ^  aveffi  alme- 
no rilevato  chi  foffero  J 

Elif.  Qual  giovamento  poi?  Gli  fi  è  mólto  gonfiato  il  aafo,  e  dive- 
nuto livido. 

Paolo  toccandolo ,  E  come  ! 

Elif.  Era  ben  meglio ,  che  fé  ne  flaffe  in  Cafa , 

Paolo.  E  per  niente I 

Elif,  TriftifìTimo  lucro.'  Era  anch'io,  come  le  altre  donne,  var;  atv 
ni  addietro,  premurofa  di  fapere  certe  coferelle  di  niun  momeit- 
to;  ma  mio  marito  con  ragioni  mi  ha  difingannato. 

Paolo,  Sa,  che  fia  nella  Caffitta  ? 

Elif.   Per  accidente  l'ho  faputo  i  fenza  ch'io  lo  curaffi. 

Paolo .  E'  qualche  cola  di  bello  ì 

Elif, 


6^ 

'Elìf.  Ha  già  fentito  corre  fiali  efpreflb  il  Sig.  Francefco:  ficchè  pub 
fìgurarfi,  fé  mi  trovo  in  grado  di  poter  in  qualche  modo  appa- 
gare il  fuo  deiiderio. 

Paolo.  E'  bello  il  continente,  farà  anche  bello  il  contenuto. 

Elìf.  Sia  com'  efier  fi  voglia  j  io  debbo  appuntino  fecondar  le  premu- 
re di  chi  mi  è  fuperiore. 

Paolo.  Lo  ha  veduto? 

Eli/.  No  Signore,  né  mi  preme  vederlo. 

Paolo.  Quando  fa  ciò  che  includa,  può  anche  guardarvi  dentro. 

Eli/.  Se  non  m'importa. 

Paolo.  E'  cofa  di  valore? 

Eli/.  Mutiam  difcorfo.  Legga. 

Paolo  .  Leggerò  \  ma  è  bella  ! 

Eitf,  Oh  ! ... .  mi  era  fcordata  di  metter  fuori  la  farina ,  per  far  il 
pane  dimattina  .  Se  mi  permette ,  fra  mezzo  quarto  d'  ora  ri- 
tornò . 

Paolo .  Si  accomodi . 

Elìf.  "Vado. 

Paolo  folo.  Che  bella  comodità  mi  fi  è  prefentata  di  veder  nella  Caf- 
fetta!  Ma  l'amico  non  merita  di  efTer  difguftato,  ed  ha  moitra- 
ta  troppa  premura ,  che  ron  fappiafi  ciò ,  che  in  elfa  racchiude- 
fi.  Che  può  mai  effervi?  l'avermi  fatte  foventi  voice  confi  lenze 
di  rilievo,  e  non  volermi  circa  di  efla  in  alcun  modo  confapevo- 
le  del  contenuto,  fempre  piìi  mi  defta  curiofità  di  guardarvi  den- 
tro .  Che  danno  poi  gli  recherei  ?  Ma  è  di  parola  ;  e  potrei  per- 
dere un  vero  amico,  che  nelle  occafioni  ha  dati  faggi  luminofif- 
fimi  del  fuo  leale  amore.  Quanti  impreftiy  di  confeguenza  !  Quan- 
ti paffi  a  mio  favore  !  Quante  raccomandazioni  appo  i  Mmiftri 
di  Stato  per  me  sì  giovevoli.'..  Ma  gli  fono  anch'io  fempre  (ia- 
to gratiflìmo  dove  ho  potuto  ;  e  delle  confidenze  fattemi  non  ne 
ho  fvelata  parola;  ma  rigorofamente  ho  cuHodito  il  fegreto.  In 
quello  il  Sig.  Francefco  tri  fa  torto,  non  avendo  giudo  morivo  di 
efcludermi.  Non  lo  a  che  partito  appigliarmi;  ma  al  vero  ami- 
co ,  come  Seneca  dice ,  non  devefi  tacer  cos'  alcuna  :  ed  io  fon 
tale.  Si  alza  per  accoftarfegU  ^  s^  invia  ^  poi  f erma  fi .  Ogni  regola 
però  ha  la  fua  eccezione.  Se  l'amico,  onorati  (Timo ,  e  coftuma- 
to,  in  quefto  particolare,  aveffe  giufta  cagione  di  non  partecipa- 
re notizie ,  che  ne  verrebbe  ?    Se  perdo  gemma  sì  preziofa 

Che  diavolo  può  mai  effere  in  quella  Cafifetta?  Che  può  effervi, 
che  non  fi  poffa  vedere  da  me,  che  fono  amico  fegreto?  Voglio 
vedervi  :  alza  pian  piano  ,  e  nel  piegarfi  per  incominciare  a  ve- 
dervi di  dentro  il  rigogolo  fugge ,  e  col  rojiro  gli  colpìfce  in  un  oC" 
chio .  Ahimè  ! 

Il  Sèrvo .  Sig.  Padrone ,  è  tradito ,  corra ,  corra . 

frane. 


,mc,  dalla  Scala  ^  fegutto  da  Domenico ,  che  precipt tof amente  d'tfcen- 
dono  ;  nel  vedere  in  vicinanza  delta  Tavola  il  Stg,  Paolo .  Ami- 
co infedele  !  e  ad  onta  di  quanto  vi  ho  detto ,  fìete  ftato  fupera- 
to  dalla  voftra  malnata  paflìone .  Dove  fono  le  proreiìe  tante  vol- 
te a  me  fatte  di  amore,  di  corrifpondenza,  di  fede?  Per  così  po- 
co avete  polio  in  non  cale  tanti  oggetu,  che  dovevano  in  voi 
eftinguere  ogni  più  ardente  brama  di  appagamento?  Me  infelice! 
a  chi  ho  mai  creduto  !  a  chi  aperto  il  mio  cuore  i  a  chi  dati  coa- 
traflegni  evidenti  di  una  verace  amicizia  I 
x'aolo.   Non  fo   che  dire!   addoloro,  fpafimo!    Che  mai  era  in  quel 

malvagio  nafcondiglio  ? 
Frane,  Ciò,  che  avevate  debito  di  non  ricercare.  Siete  flato  colpito  in 

un  occhio? 
Paolo .  E  come  !  è  tanto  grande  il  dolore  da  cui  fono  prefo ,  che  or- 
mai fi  rende  infoffribile. 
Frane.  Chiudete  il  fano  ,  e  rilevate,   fé  avete   patito   nella  vifta..   Sa- 

averte  farto  a  mio  modo! 
Paolo,  Vedo;  ma  fpafimo. 
Dom.  Mi  difpiace. 
Eitf.  Povero  Sig.  Paolo .  da  fé  {  fuo  daniK)  ;    impari  a  non  elTer  cu- 

r/ofo.  ) 
Dom.  Sapeffi  almeno  infegjiarvi  qualche   cofa  a  lenificamento  del  vo- 

ftro  male. 
Frane  Ho  in  una  boccettina  un  po'  di  olio  di  mandorle  dolci  :  quedo 

do/rebb^  mitigar  il  dolore;  vado  a  prenderlo. 
Paolo.  Maledetto  vizio,  dove  mi  hai  fgraziatamiìnte  ridotta! 
Dom.  Riconolcete  una  volta  il  voftro  errore,  e  prelìate  fede  agli  ami- 
ci ,  che  di  cuore  vi  parlano . 
Frane,  Prendete,  e  con  quelVoiio  ungetevi,  che  proverete  follievo. 
Paolo,  Pare,  che  alquanto  minori,  fi  unge. 
Frane.  Quell'oggi  il  volerò  difetto  vi  ha  fruttato  bene. 
Paolo.  Pur  troppo!  Prendete  la  boccettina,  e  vi  ringrazio. 
Frane.  La  metto  qui  fuila  tavola ,   acciò  p.ìflìate  replicare ,   occorren- 
do. Sicché  in  avvenire  doi^rò  con    voi  regolarmi   in  una  maniera 
tutta  diverfa  dalla  fin' ora  ufata.  Comecché  l'odio  non  è  lecito, 
né  alcun  atto,  che  indichi  la  piti  liet^e  apparenza  del  medefimo, 
cesi  farò  coftretto  con  fatica ,   e  ritrofia   a  praticarvi  :    ma  circo- 
fpetto,  e  fempre  temendo  di  qualche  peffuno  effetto  della  vollra 
curiofità . 
Paolo.  Scufatcmi,  amico  caro,  fé  mi  fon  prefa  una  libertà,  a  cagicn 
della  quale  tanto  vi  rfentite.  Allicuratevi ,  che  quanto  ho  fritto, 
non  è  feguito  incofifiderataraente  :  ho  el'aminato  prima  fé  col  fod- 
diitare  alla  mia  curiohtà  ,  potevo  nuocervi  ;    ed   avendomi    fem- 
brato  di  no,   affidato  alla  fegretezza  grande   da  me  fempre  ufa- 

i;  ta 


66 
ta  intorno  a  quanto  di  rilevante  vi  fiete  degnato  confidarmi ,  mi 
fono  determinato  ;   che   poi   non   mi   ha   recato ,  che   danno ,  e 
pena . 

frane»  Appunto,  perchè  a  voi  più  volte  ho  rivelati  gli  arcani  più  oc- 
culti del  cuore,  e  tempre  mi  fìete  (iato  fedele ^  in  quefto  partico- 
lare dovevate  ufare  di  tutta  la  fortezza  ,  per  non  lafciarvi  fupe- 
rare  da  una  vile  pafTioncelia,  contro  di  cui  prima  io  afveva  con 
tanta  enfafi  parlato  ;  e  che  di  recente  vi  aveva  fatto  provare  ac- 
cidenti avverfi .  Tanto  più,  che,  fapendo  voi  il  mio  naturale, 
alieniflimo  dal  mentire,  dovevate  onninamente  refiar  perfuafo , 
che,  avendovi  fatte  tant' altre  confidenze,  ma  non  già  quefta; 
e  di  efiermi  fpiegato  :  che  non  riconofcerei  per  amico  chi  tentaC- 
fe  di  rilevare  quanto  llavafi  rinchiufo  in  tal  mobile  :  io  rimarrei 
gagliardamente  offtlb,  qualora  operafle  contro  le  mie  protette. 

faolo.  Ho  creduto  a  Seneca,  che  non  confiderà  vera  quell'amicizia, 
che  ammette  Jferve.  Vuol  egli,  che  tutto  fi  confidi  all'amico; 
non  potendofi  a  ciò  mancare,  fenza  off-iiderlo. 

Frane,  Quel  gran  Filolofo  ha  fcritto  beniflìmo;  ma  rifletrete,  ch'egli 
generalmente  parla .  Sapendo  voi ,  che  non  v^  ha  regola ,  che  fog- 
getta  non  fia  a  qualcl)2  Appendice ,  ben  di  leggieri  potete  reftar 
perfuafo  ,  che  qualora  concorrano  forti  ragioni  di  non  partecipare 
qualche  cofa  all'  amico ,  le  faggie  dottrine  del  citato  Autore  non 
fono  applicabili  al  cafo  .  E  come  avrei  dovuto  blandire  la  voftra 
curiofità,  per  diftrugger  la  quale  appunto  era  necefiario  un  tal 
contegno  ?  Il  vero  amico  deve  a  bada  lena ,  ed  inceflantemente 
procurare  il  vero  bene  dell'  altro  ;  onde  io,  che  a  voi  mi  pro- 
fefib  veramente  tale,  coaofcendo  il  mio  dovere,  ed  il  voftro  bi-v 
fogno,  elfendomi  prefido,  come  fa  il  ^Sig.  Domenico,  di  tentar* 
la  volira  emenda ,  a  bella  polla  ho  trovala  la  invenzione  di  quell' 
^ordigno.  Come  dunque  avrei  ottenuto  1'  intento?  Non  vedete 
apertamente,  che  la  dottrina  di  Seneca  in  quefto  particolare  fcon- 
viene?  ne  voi  dalle  premelie  potevate  farne  ufo,  perchè  diretta- 
mente e  viziofamente  venivate  ad  opporvi  alle  mie  infinuazioni , 
mofìrandovi  pertinace  nel  voitro  difetto?  A  qual  termine  vi  hai 
mai  condotto  la  voftra  curiofità  ?  Sapevate ,  che  mi  era  profetato 
di  non  riconofcere  per  amico,  chi  lì  fofle  oppofto  alle  mie  idee: 
dovevate  ricordarvi  delle  protefte  più  ,  e  più  volte  fattemi ,  al- 
lorché da  me  ricevefte  contrafi^egni  ficuri  d'  intrinfechezza  :  era- 
vate convinto,  che  per  i  miei  più  cari  non  ommetto  cos'  alcu- 
na, che  loro  polla  giovare,  ed  impedifco  a  tutt'  uomo  qualun- 
que fuo  danno;  ciò  nulla  ollante,  tutto  ha  ceduto  all'  anfia  vile 
di  faper  ciò ,  che  per  tanti  riguardi  non  dovevate  cercare  ;  e  fen- 
za fperanza  di  riportarne  il  minimo  vantaggio .  Dov'  è  qui  per- 
tanto un  pcniiare  da  uomo?  La  cognizione  del  proprio  dovere  ? 

La 


^7 
La  gratitudine?  Infelice  Francefco!  chi  mai  fin  ora  occupò  tanta 
parte  del  tuo  cuore  amorofo  ! 
Paolo.  Amabililficno  amico,  avete  ragione,  Conofco  la   eflrema    mia 
debolezza;  ed  i  confeguenri  amari  di  e(Ta    vieppiù   me  la  rappre- 
fentano  deteftabile ,  odiofa .  Scufate  i  trafporti  di  una  radicata  paf- 
fione,  che  con  violenza  mi  ha  condotto  sì  lungi  da   quel  fentie- 
ro  ,  che  in  avvenire  cercherò  mai  Compre  di  camminare  .  Conti- 
nuatemi il  pregievole  amor  voflro,   di  cui  fommamente  vi  prie- 
go,  ed  aflficuratevi ,  che  non  tralafcierò  alcun  mezzo  per  dar  mor- 
te ad  un  vizio,  che  fotto  lievi   apparenze  copre   moltiplicati   di- 
fordini . 
frane.  Q^jando  ciò  fia,  accertatevi  pure,  che  non  folo  vi    rimetto  il 
torto  fattomi,  che  in  vilìa  del  pentimento  prefen'-e  chiamo  ama- 
bile ,  e  caro  ;  ma  che  ancora  vi  amerò  affai  più  del  paff'ato ,  co- 
mecché privo  di  un  mancamento,   che  tanto  in   voi   mi   difpia- 
ceva . 
Dom.  Mantenetevi  nel  bel  propofito   fatto;    e   Tempre    piìì   rendetevi 
degno  di  effere  amato  da  un  cuor  sì    magnanimo ,   e   premarofo 
del  voit^o  bme . 
Frane.  Ad  oggetto  però,  che  più  agevolmente  pofTute  deprimere,  ed 
annientare  la  oJiol'a  paffìone ,  che  vi  tiranneggia ,  e  che  noa  tea- 
za  fatica,  e  diligenza  porste  fapsrare,  permettetemi,  chi,  ripi- 
gliato il  filo  del  mio  dil'corfo,  da  voi    interrotto,   allorché,   cor- 
rendo, fpinto  dalla  vo'lra  brama  di  fapere  chi  follerò  quei  Signo- 
ri, che  a  briglia  f:iolta  fono  paff'ati  in  que'  legni,  avete  poi  fat- 
to il  b^l  guadagno  di  una  caduta  precipitofa  ,   e   di   rompervi    il 
nafo;  io  poffa  mertervi  fott' occhio  il  deforme  del  carattere  di  un 
curiofo;  e  con  fatti  Storici  riconofciate  ,  con  quale  impegno  dob- 
biate cercare  di  abbattere  dalle  radici  sì  abominevol  nemico. 
Paolo.  Ben  volontieri  afcolterò  quanto  per  effetto  di  fincero  amore  fa- 
rete per  faggerirmi  ;  conofcendo  anch'  io ,  che ,  malgrado  le  sbri- 
gliate di  queft'  oggi,  farà  laboriofa  di  molto  quella  vittoria,  che 
affolutamente  voglio  fopra  di  una  propeafìone,   da   tanto  fempo 
avvezza  a  quanti  sfoghi  bramava  . 
Frane.  Per  procedere  adunque  con  quell'ordine,  che  più  attorni  fem- 
bra   al  conilguimento   dell'  intento ,  primieramente  uferò  alcune 
autorità,  e  dottrine;  d'  indi   con   alcuni   b:;lli{rimi   fuccelfi   darò 
termine  a  quanto  mi   giova   fperare   di    vofìro    profitto;   giacché 
più  delle  ragioni  fogliono  dar  moto  gli  efempj .    A  prima  giun- 
ta dovete  reftar  penualb ,    che  la  curiofità  di   faper   ciò,   che  a 
voi  non  appartiene,  non  è  atto,  come  convien  credere,   che  ab- 
biate fin  ora  penfato,  indifferente,  ma  viziofo  ;  onde  l'  Angelico 
Dottor  S.  Tommato  nelle  fue  Quiftioni  dice,  che  1' app.'tito  di 
fapcre  é  dato  all'  uogio  da  Dio,   perchè,  A   applichi  a  conofcere 

E  2  il 


^8 

il  fuo  fine  :  rea  chi  fi  ferma  in  quefte  ricerche  vane ,  che  a  nul- 
la fervono,  o  non  ad  altro,  che  a  pafcer  la  mente  di  cognizioni 
inutili ,  non  ufa  1'  intelletto  a  quel  fine ,  per  cui  fu  fatto  j  quin- 
di per  confeguenza  commétte  almeno  peccato  veniale  .  In 
fatti ,  fé  le  parole  oziofe  fono  materia  di  colpa  ;  anche  le  co- 
gnizioni ,  e  le  inquilizioni  fenz'  alcun  fine  cnefto  ,  faranno  inu- 
tili, e  colpevoli.  Che  fé  poi  la  curiofità  giugnefle  a  tanto  di 
fpiar  cofe,  la  notizia  delie  quali  fi  opponeflfe  gravemente  al  fi- 
ne fuddetto  ,  ed  alla  legge  di  Dio  ,  arriverebbe  ancora  fuor 
d'  ogni  dubbio  a  peccato  mortale .  Come  p.  e.  chi  afcoltalfe  la 
Confeffione  di  un  qualche  Compagno  ,  o  trovandola  fcritta  la 
leggefle,  benché  non  la  narrade  ad  altri  ;  chi  applicafle  a  libri 
ofceni,  per  imparar  malizie,  o  (laffe  di  nafcolto  ad  offervare  azio- 
ni laide ,  che  alcuno  faceffe  ;  chi  aprifle  lettere  di  fegreto  ec.  Si- 
milmente, fé  col  voler  fapere,  fi  paffaffe  a  giudicare,  a  parlare. 
Imperciocché ,  quanti  peccati  in  tal  guifa  fuccedono  !  Se  un  cu- 
riofo  de'  fopraddetti  vede  una  donna ,  che  fovra  le  fue  facoltà  gli 
fembri  adorna,  quantunque  oaeftifìima i  pure  così  la  difcorre  :  ve- 
dete la  tale,  fa  ben  ella  ingegnarfi  ;  non  mancano  regali,  a  chi 
non  mancano  amici .  Vede  un  mercante  ben  in  arnefe  ,  che  fi 
ttatta,  fecondo  il  curiolb,  più  di  quel,  che  porti  la  fua  pofiìbi- 
lità,  egli  fubito:  frutti  delle  ufure  ,  che  va  commettendo.  Così 
di  tant'  altri .  Quindi  S.  Gregorio  il  Magno ,  fé  chiama  gran 
male  la  curiofità,  anche  folam>;nte,  perchè  chi  è  impeciato  di 
un  tal  vizio,  d'ordinario  non  penifa  poi  a'  proprj  affari:  Grave 
curiofitatìs  vìttum  ejì ,  qua  dum  cuiiislibet  mentem  ad  ìnvejiìgan- 
dum  proximi  v'ìtam  extet'tus  duchj  femper  et  fua  intima  ab  [condita  . 
«f  aliena  fcitns  ^  fé  nefciat  :  con  quanta  maggior  ragione  deve 
quaiificarfi  tale  ,  qualor  ne  fuccedano  i  Ibpraddetti  difordini  ? 

Paolo  »  Voi  mi  mettete  ad  una  veduta,  che  mi  riefce  totalmente  nuo- 
va, ma  che  mi  perfuade.  Credetemi  pure,  amico  caro  ,  che,  fé 
avefTì  avuto  molto  prima  le  predette  notizie,  già  da  gran  tem- 
po farei  fveltito  di  un  abito  sì  perniciofo .  Pur  troppo  lo  atten- 
dere a*  fatti  altrui  impedifce ,  che  non  fi  badi  a'  proprj . 

Tranc.  Il  Padre  Calmo  nelle  fue  dotte  Lezioni  paragona  i  curiofi  a 
quei ,  che  ftanno  alla  fineflra .  Veggono  quelli  ciò  ,  che  fi  fa 
nella  ftrada,  non  quello,  che  avviene  entro  la  propria  Stanza. 
Quindi  poi  ne  fuccedono  inconvenienti  graviflimi ,  che  non  folo 
danneggiano  il  colpevole,  ma  fovente  ancora  gì'  innocenti  rae- 
defimi.  E  a  dir  vero,  fé  di  quello  vizio  è  tocco  un  capo  di  fa- 
miglia ;  quante  volte  da  eiTo  trafcuranfi  rilevanti  affari  ,  e  gì'  in- 
felici figli  ne  rifentono  il  danno  !  quanti  lavori  fi  tirano  in  lun- 
ga, de'  quali  chi  li  commife  ne  abbifogna  ;  e  chi  deve  fargli  , 
pw  ne  nfente  dafino,   per   la   mercede,    che   più   tardi   riceve. 

Quam- 


6g 

Quanti  padri,  e  quante  madri,  perJute  dietro  vane  inquifizioai, 
o  di  fapere  che  difcordie  regnino  in  qualche  cafa,  e  chi  le  ca- 
gioni :  perchè  quel  giovane  ,  quell'  ammogliato  frequenti  quella 
converfazione :  come  quel  tale  poffa  veftir  pompofamente:  quell' 
altra  dia  ritirata ,  e  cent'  altre  di  fimil  force  ;  trafcurano  la  edu" 
cazione  de'  proprj  figli,  e  tant'  altre  obbligazioni  loro  sì  conve- 
nienti :  avendo  cent'  occhi  per  veder  le  minuzie  degli  altri ,  e 
neppur  uno,  per  conofcer  i  fuoi  madornali  fpropofifi.  Succeden- 
dogli, come,  favolofamente,  ad  Argo,  che  intento  ad  oflervar 
fu  gli  altri,  non  vide  il  fuo  affalitore,  eh?  Io  uccife .  Mi  paf- 
liamo  ai  fatti  Storici ,  come  promifi .  E'  talmente  odiofa  la  cu- 
riofità  di  chi  fi  diletta  faper  le  altrui  azioni  fenza  ragionevol  mo- 
tivo, che  Diego  Savedra  riferifce  il  feguente  cafo.  {Sìmb.  66.) 
Un  Contadino  vago  di  fupere  l'  ordine,  ed  il  regolamento  ma- 
raviglioio  dell'api,  provvide  a  tal  efF.nto  un  alveare  di  vetro, 
e  ccilocatolo  in  fua  Cafa ,  con  diligenza  fpiava  oa;ni  loro  dife- 
gno:  ma  che?  quefte  al  folito  prima  di  far  altro  intonacarono  il 
trafparente  albergo,  con  tale  induftria,  che  delufo  il  Ru(lico  , 
potè  fcriverfi  fu  quel  ricettacolo  il  motto  :  Vias  tllìus  quis  in- 
telligìt  ? 

Domenico^  Così  accadeile  a  tutti  i  curiofi,  di  mai  redar  appagati? 

Frane.  A  quanti  mai  avverrebbe  dì  crepar  dalla  rabbia  I  Tn  fatti  è  fa- 
ma, che  Omero  fé  ne  morì  di  dolore,  per  non  aver  faouto  fcior- 
re  un  curiofo  enigma .  Eudofio  di<'eva ,  che  qual  farfalla  fareb- 
be volontieri  rimalto  abbrugiato  dalle  ardenti  fiamme  del  Sole, 
furchè  aveffe  potuto  vagheggiarlo  vicino.  E  Plinio,  ricercando 
curiofamente  la  origitie  delle  fiamme  del  monte  Vefuvio ,  relt^ 
da  quelle  incenerito , 

Dom,  Io  pure  ho  letto  in  Seneca,  che  il  Filofofo  Canio  Giunio  lie- 
to fé  ne  andava  alla  morte,  per  la  fola  curiofità  di  fa  pere  :  fé 
veramente  l'  anima  era  immortale,  e  fé  nel  punto  delia  fua  fé- 
parazione  dai  corpo,  foffe  ella  per  accorgerli,  che    fi  feparava. 

Frane.  Ne  folamente  un  tal  difordine  riduce  l'  uomo  a  volontaria- 
mente metterfi  a  pericolo  di  perder  la  vita  j  ma  contro  voglia 
ancora  fa  fpingerlo  a  morte.  Tanto  avvenne  a  certo  Mercan- 
te, il  quale  trovandofi  in  Coftantinopoli  Tanno  1694.,  {Cont, 
Majolin.  r,2em.  Ifior.  lib.  5.  )  curiofo  dì  veder  nel  Serraglio  ; 
prelb  un  cannocchiale,  incominciando  ad  appagarfi  ;  per  fua  di f- 
grazia ,  fu  veduto  dal  Gran  Turco  medefimo  ,  che  tolhmenie 
lo  fece  decapitare.  Mj,  e  quante  volte  non  copre  di  roflòre  i 
fuoi  feguaci?  Il  Re  Antigono,  paflando  per  lo  accampato  fuo 
Efercito,  fu  prefo  dalia  curiofità  di  fapere  ciò,  che  faced'e  il  Po*- 
ta  Antagora  :  quindi  avvicinatofi  pian  piano  al  padiglione  di  que- 
fìo,  vide,  che  {lava  cuocendo  pefci  j  onde  gli  dine:  penfì  tu, 

E  3  An- 


70 

Anragora,  che  Omero,  mentre  {lava  fcrivendo  le  gefla  di  Aga- 
mennone, cuocere  pefci?  E  tu,  o  Re,  fogi^iunfe  incontanente  il 
Poeta,  penfi  forfè,  che  Agamennone  fofle  curiolo  di  fapere,  fé  nel 
fuo  efercito  fi  cuoceffero  pefci  ?  Coperto  da  vergogna  fimilmente 
rimafe  certo  foggetto ,  il  quale  incontrarofi  con  un  conofcente  ,  che 
fotto  il  mantello  portava  non  fo  qual  cofa,  gli  addimandò,  che  fof- 
fe  ciò,  che  in  tal  maniera  portava:  poiché  udì  rifponderfi  :  ap- 
punto lo  tengo  nafcofto,  perchè  non  fappiafi  cofa  fia.  Ideo  vela- 
tura efl y  ut  ignoretur.  Lo  ftefTo  finalmen^-e  accadds  ad  Antonino 
Pio,  come  fcrive  Giulio  Capitolino,  poiché  trovandofi  un  gior- 
no in  Cafà  di  un  Cittadino  Romano,  gì'  incominciò  a  dimandar 
cento  notizie  rifguardanti  la  (leffa  j  chi  i'  avede  innalzata,  di  chi 
fofle  il  difegno,  donde  venute  le  colonne,  quanto  coftatTero,  chi 
vi  aveffe  dipinto ,  ed  altre  tali  ;  al  che  il  Padrone  per  buon  trat- 
to pazientemente  rifpofe  ;  ma  finalmente ,  annoiato  da  quelle 
fìucchevoli  inchiefts,  francamente  die  iine  così  :  Curri  in  domum 
atienam  vener'ts  ^  &  mutus  ^  &  furdus  efto.  Qjjefto  però  è  il  me- 
no. Bifogna  rifii'ttere,  che  la  curiofità  ò  propria^nente  un'  info- 
lenza  j  imperciocché  fé  non  è  lecito  internarfi  nell'  altrui  Cafa 
fenza  permeffo  del  fuo  Padrone  j  così  è  difetto  l' internarvifi  col- 
lo  fguardo .  Nec  oculus  in  charta ,  me  manus  in  cruìnena .  An- 
zi fenza  gran  fatica  può  ciafcuno  conofcere,  che  poca  differenza 
paffa  tra  il  curiofo  ,  ed  il  ladro .  Democrito  certamente  vi  trova 
pochi ffima  difparità,  onde  liberamente  fcrilTe  :  i'<7r«>«  intere/i  ocu' 
los  ne ,  art  manum  domui  aliente  inferas  :  V  uno  ,6  1'  altro  è  ru- 
bare .  « 

Dom.  Sentite  amico!  Alla  larga  dalla  curiofità  . 

Paolo,  Convien  dire,  che  fi  operi  alla  cieca. 

Frane.  Finalmente,  come  in  appreiTo  fentirete,  la  curiofità  allora  fo- 
lamente  lafcia  il  curiofo,  quando  ceffa  di  vivere.  Racconta  eru- 
dito Scrittore,  {^Arsf.  de  vhits  part.  2.  H&.  de  curiofitate  n.  i^.) 
che,  ritrovandoG  moribondo  un  tal  vecchio  ,  fentito  certo  bisbi- 
glio fra  gli  aflanti,  alzò  alquanto  il  capo,  afcoltando  ciò,  che 
dicevafi .  Allora  i  circolanti ,  credendo ,  che  1'  Infermo  abbifo- 
gnaffe  di  qualche  cofa ,  fi  efibirono  ;  ma  egli  così  rifpofe  :  nul- 
la mi  occorre  ;  folamenre  faprei  volentieri  di  che  difcorrete  \  e 
poi  morirei  contento.  Ecco  1'  infelice  fine  degl' ingannati  curiofi, 
che  viffuti  fempre  fuor  di  fé  fiefli,  anche  colla  morte  alla  gola, 
fan  chiaramente  vedere ,  che ,  qual  fi  vive  fi  muore . 

Paolo,  Oh!  quefta  è  brutta! 

Frinc.  In  fomma,  fé  mai  non  forte  convinto,  che  la  curiofità  intorno 
a  quelle  cofe  minute  ,  che  z  noi  in  niun  modo  appartengono  , 
non  fofie  miferabil  forgente  di  pefiTimi  effetti  ;  fpecchiatevi  nel 
Santo  Re  Davide ,  che  tanto  ebbe  a  piangere  per   la  curiofità  , 

che 


71 
che  Io  condufTe  di  volo  a  cosi  enorme  peccato.  Mirate  la  pove- 
ra moglie  di  Lot ,  convertita  dalla  curiolìtà  irt  una  Statua  di  Sa- 
le. Inorriditevi  al  tanto  fangue  fparfo  per  la  curioOrà  di  Dina. 
Temete,  in  fomma  ,  e  tremate,  perchè,  fé  fcìntilla  /ape  con-' 
temptn  magnum  excìtat  tncend'tum  ^  che  non  farà  queftd  pefte, 
quello  gran  fuoco  difllpatore  dello  ipirito  dell'  uomo  ,  che  fatto 
per  un  nobiliffirao  fine,  vilmente  da  tale  moftro  trattenuto  vie- 
ne in  cofe  inutili,  e  vane;  onde  mancando  ai  proprii  doveri  in 
molte  rilevanti  guife,  Sprovveduto  de'  neceffarii  mezzi  per  la  fa- 
Iute,  incontra  in  morte  il  terribile  nefc'to  vos  ^  intuonato  alle  ver- 
gini pazze  dal  Sagrofanto  Vangelo . 

Faolo,  Sono  affatto  convinto,  che  il  m'o  vizio  fia  deteflabile  al  fom- 
mo.  Profeffo  mille  obbligazioni  a  voi  ,  che,  qual  araorofifTinio 
amico,  mi  avete  si  al  vivo  illuminato;  e  vi  afficuro,  che,  ia 
avvenire ,  quanto  fono  flaxo  premurofo  di  attendere  ai  fatti  al- 
trui, tanto  farò  gelofo  di  non  lafciarmi  piegare  a  dar  minimo 
pafcolo  a  sì  odiofo  difetto. 

pranc.  Fatelo,  cara  parte  di  me  fleflb,  fatelo.  Penfi  ciafcuno  a  fé 
fteflb,  e  non  agli  altri.  Attende  tiòi ,  Siam  circondati  da  troppi 
nemici ,  per  non  aver  tempo  da  perdere  in  frafcherie  .  In  fuper- 
vaciùs  rebus  ^  è  lo  Spirito  Santo  medefimo,  che  dà  l'awifo, 
In  fupervacuìs  rebus  noli  fcrutari  multsplìciter  •■,  a  cui  ben  a  ra* 
gione  fan  eco  le  fovraccitate  parole  d'  incredibile  pefo  :  Atterde 
tibì\ 

ENIGMA     HU  I  N  T  0. 

SONETTO. 

V^Hi  mi  decanta  in  un  continuo  moto; 

Chi  mi  tien  fermo  in  ammirabil  quiete; 
Eppure  io  fono  in  oigni  parte  noto; 
E  r  ore  faccio  all'  Ùniverfo  liete  . 
Sebbene  in  vafte  parti  io  fia  remoto; 

Per  me  1'  arbor  fi  verte ,  il  gran  fi  miete  , 
^_.         E ,  benché  fiero ,  ed  a  me  fteflo  ignoto , 
^B         Riparo  altrui  la  fame,  altrui  la  fcte. 
^^ Sembro  di  picciol  mole,  ancorché  grande: 

Non  fento ,  o  vedo  ;  eppur  mi  s'  offre  incenfo  ; 
Perchè  la  virtù  mia  gran  beni  fpande. 
Abbafll  dunque  I'  Uom  fuperbo  il  ciglio, 

Che  per  mirarmi    è  mal  capace  il  fenfo  ; 
Benché  non  fia  del  Sommo  Giove  il  Figlio. 
J/  Sole . 

X  4  C<DN- 


72 

CONVERSAZIONE,  O  VEGLIA 
QUINTA. 

COGNOMI  DEGL'  INTERLOCUTORI. 

//  Signor  Streno ,    Mertllo ,   Fiorillo  ,   Marufpio  ,   e   Candiotto , 

Si  finge  nella  Camera  da  Vifite  del  Sig.  Sereno  Gentiluomo  in   una 

Città  Lombarda. 

Candiotto .  TT^  Inalmente ,  quefta  fera  ,  effendo  Giovedì ,  mi  perfua- 
X  do,  che  il  Sig.  Sereno  permetterà,  che  facciamo  un 
Trefette.  Se  noi  tutti  fiamo  (lati  condifcendenti  alle  fue  deter- 
minazioni fin  ora  j  fpero ,  che  non  faprà  opporli  qualche  volta 
alle  noftre.  Che  ne  dice? 

Sereno,  Che  novità!  Sono  già  varie  fere,  che  abbiamo  fatta  la  nofìra 
converfazione ,  fenza  fare  parola  alcuna  di  giuoco  :  tutti  hanno  in 
cib  dimoftrato  pieno  contento  ;  facendo  ciafcuno  parte  agli  altri 
delle  conquide  fatte  fu  di  ottimi  libri;  dando  così  a  divedere, 
quanto  verfatile  riefca  la  faa  beli'  indok  r  ed  improvvifamente 
il  Sig.  Candiotto  progetta  il  riprovato  perditempo?  Se  mai,  ami- 
ci cari,  il  compiacimento,  le  paffate  Veglie  dimoftrato,  foffe  (ta- 
to finto,  parlate  chiaro;  acciò  io  pofTa  prendere  quelle  rifolu- 
zioni  ,  che  mi  fembreranno  pih  convenevoli . 

Meri/lo,  Refti  perfuafo,  Sig.  Sereno,  che  non  folo  abbomino  il  giuo- 
co, ma  ormai  ancora  chi  Io  efercita  :  però  altro  non  voglio  , 
che  quanto  piace  a  lei,  mio  veraciffimo  amico. 

Fiorillo,  Con  qual  fondamento,  Sig.  Candiotto,  nel  fare  la  inchieda 
fpiacevole  al  Sig.  Sereno,  ha  eftefe  le  fue  brame,  chiamandole 
di  tutti  noi?  Non  fo  comprendere  donde  pofla  arguire,  che  ia 
alcuni  di  noi  (ìafì  deftata  la  minima  premura  di  un  divertimen- 
to sì  volontieri  lafciato. 

Cand,  Non  piCi .  La  mia  propoila  unicamente  riconofce  la  origine 
dall'  aver  in  queiV  oggi  veduti  nella  Spezieria  Cardelli  alcuni 
belIifìTimi  accidenti,  che  nuovamente  prefentatimifi  alla  fantalìa, 
mi  hanno  moflo  a  parlare  nella  guifa  a  loro  poco  grata. 

Marufpio,  Si  è  trovato  prefente  al  gran  lifigio  fucceduto  nella  mede- 
fima  tra  il  Sig.  Nifop'o  ,  ed  il  Dottor  Cervopavi,  per  certa  giuo- 
cata  pretefa  im:>ulita  dall'  ultimo  rinomato? 

Cand^  Non  fo,  che  fia  fucceduto  contrailo  alcuno.  Quando  non  fot; 

fé 


73    r 

fé  ciò  feguito  dopo  la  mia  partenza  ,   Efll  erano  dì   buoniflìmo 
umore. 

Ssr.  Il  giuoco  ha  quefte  belle  particolarità  di  non  aver  riguardo  ai 
vincoli  pih  robufti  di  una  lunga  intrinfichezza , 

Mar.  Tanto  (ì  è  avverato  queft'  oggi.  Dopo  varie  propone,  9  rifpo- 
fte,  i  due  amicifflmi  fono  arrivati  a  farfi  la  Genealogia:  a  carifc. 
carfi  l'  un  l'altro  di  contumelie  :  e,  fé  mediatori  dì  vaglia  non 
fi  foflero  adoperati  per  dividere  quefìi  accaniti  Giuocatori ,  la 
parucca  del  Dottore  verliva  malamente  pettinata, 

Merìllo.  Crefch  orario,  Sig,  Candiotto  •  ferapre  più  mi  faccio  parti- 
tanto  del  Sig.  Sereno:  fempre  più  prendo  abborrimento  al  libro 
fciolto  ;  e  fempre  pii!i  riconofco  fimiie  trattenimento  per  una  for- 
gente  perenne  di  lagrimevoli  difordini, 

Fiorillo.  I  due  amiconi  hanno  fpezzato  vincolo  sì  tenace,  che  da 
molti  arni  li  univa? 

Marufp.  E  come  !  Se  lo  Speziale  Morindi ,  e  Cleniani  non  fi  frajv- 
ponevano,  il  Dottore  veniva  ficuramente  maltrattato. 

Sereno.  Fui,  non  ha  molto,  in  certa  Corte  delia  Lombardia  Traf- 
padana,  dove  due  amici,  giuocando,  vennero  alle  contefej  on- 
de uno  di  eflTi  cavatofi  di  faccoccia  un  pugnale ,  diede  due  col- 
tellate all'  altro  sì  aggiuftatamente,  che  ogn'una  di  effe  gli  col- 
pì nel  cuore ,  non  lafciando  tempo  ai  mifero  ,  di  proferir  pa- 
rola, 

Fiorillo .  Chi  far  volefle  regiflro  degli  avvenimenti  tragiti  feguiti  à 
motivo  del  giuoco ,  formerebbe  volumi  ;  né  avrebbe  mai  a  ter- 
minare. Tanto  egli  è  flato  in  ogni  tempo  fertile  di  lagrimevoli 
eventi  ! 

Cand.  Sono  già  bafievolmente  perfuafoj  ed  hanno  fentito  perchè  così 
abbia  parlato.  Tanto  più,  che  quefta  fera,  più  dell'  ordinario, 
mi  fento  allegro,  ed  inclinato  a  qualche  trattenimento  gioviale. 

Sereno  .  Ebbene ,  La  Converfazione  di  quefta  fera  riefca  di  voftro  ge- 
nio. Leggete,  fé  così  vi  aggrada,  una  mia  breve  Commedia  dì 
un  atto  lolo ,  inntolata  Lt  feguaci  di  Bacco, 

Cand,  Quando  fia  ridicola ,  volentieri  la  fcntirb  ;  ma  non  voglio  leg** 

Ser.  Leggerò  io  ;  che  meglio  intenderò  i  miei  fcorbj .  Quel  che  pof- 
fo  dirvi ,  fi  è  ;  che  quando  la  fcr'ffi ,  più  volte  io  fteffo  fui  co- 
rretto a  sbardellatamentc  ridere.  Vado  di  volo  a  prenderla:  con 
permeffo , 

Cand.  Amici,  1*  avete  mai  Ietta  ,  o  fentita? 

Merillo .  Le  pubblicate  dal  Sig.  Sereno,  tutte  le  ho  vedute  i  ma  que- 
fta è  inedita ,  e  
…[truncated]