Document text
UNA BELLA CLIENTE
ANTON
«DI
IO
rappresentata nel teatro de’ fiorentini le sere
de’ i3 MARZO e 1 5 MAGGIO DEL CORRENTE ANNO
NAPOLI
* • ;
PRESSO GIUSEPPE SEVERINO-BOEZIO.
Largo Mercatello a. 0 4>*
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ALLA SIGNORA
MARCHESA DE FILIPPIS
VIOLANTE PESCARINI
DE’ BARONI DI AILANO
SUA
DILETTISSIMA ZIA
INTITOLA
QUESTA COMMEDIA
L’AUTORE.
CZ5
<^5 et^cmcumi
D. BERNARDO , litigante.
LAURETTA , sca figlia.
LA CONTESSA DEL VALLO , vedova.
D. CELESTINO , avvocato vecchio.
D. ENRICO , avvocato giovane.
D. ROBERTO , litigante.
LUCIA, cameriera.
GIORGIO, servo.
&A RCfiHA B X» BAPOM.
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SC li ITA I.
Salotto nella casa della Contessa ben guernito
di mobili con un uscio in mezzo e due late-
rali. Quel di mezzo conduce nelV appartamen-
to della Contessa , il laterale a sinistra del-
lo spettatore nelle stanze di D. Bernardo c
di sua figlia , e pel laterale a destra si va
fuori di casa.
LUCIA.
Questa Napoli alla verità è tutt’ altra cosa!
Non già eh’ io desideri darmi bel tempo qua e
là; ma almeno ti fai alla finestra e vedi gente. Quel
Posilipo è una vera morte! Mare di qua, cam-
pagne di là ; e non vedi mai faccia di cristia-
no. Non so la padrona che vi trovi di bello lì.
E se stamattina non ci fosse arrivato in buon
punto questo signor 1). Bernardo con la figlia,
* da quanto tempo starei or lì a covar la cenere
o a corteggiar le galline ! E ci staremo un bel
pezzo qui : quest’ imbrogli di liti sogliono andar
per le lunghe, e D. Bernardo non se ne tornerà
in Calabria prima che non si decida la sua cau-
sa o dentro o fuori.
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S OSITI. IL
LA CONTESSA , LUCIA.
Cont. Lucia, che fa Lauretta?
Lue. E sul letto ancora: la poverella è giunta
così fiacca , così sbattuta ! Non metterei piede
in barca io neanche se volessero farmi regina .
Cont. Ringraziato il Cielo che n’è uscita salva!
Orsù , preparale un altr’ aranciata intanto .
Lue. Un’ altra ?
Cont. Un’altra.
Lue. Or vado. ( Non so che se ne abbia a ca-
vare da queste aranciate. ).
Cont. D. Bernardo non è ancora tornato?
Lue. Non ancora. Ma perchè , dico io , non
chiamarci un medico ? Già neanch’ io non li
posso vedere questa razza di gente, ma cer-
te volte ....
Cont. Io credo che ci avrà pensato D. Bernardo.
Lue. Signora , questo Conte D. Roberto loro
parente a cui fanno la lite , è anche parente
vostro ?
Cont. Era anch’egli lontano cugin di mio ma-
rito , com’ è D. Bernardo.
Lue. Sgridatemi se dico male, ma mi pare eh' ei
debba essere un birbante, che si vuol tenere
la roba di questo buon galantuomo.
Cont. Di D. Bernardo tu vuoi dire? Eh, ragaz-
za mia , tutte queste ricchezze apparteneva-
no a mio marito, pace abbia l'anima sua. .
Llc. Come dunque? e voi? ....
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Cont. Io ? io ne sarei ben la padrona ora , se
non avessi perduto 1’ unico mio figlio , o se
poi il mio povero marito avesse avuto tempo
di far testamento. Ah ! che vuoi tu sapere !
Si ode sonare un campanello.
Va va , fa presto . Entra a sinistra.
Lue. avviandosi : Poverina , chi sa ?.. . . Entra pel
1’ uscio di meno.
S 03 ITA III.
D. bernardo dall uscio a destra ^
A quello che ne sento da tutti , questo mio
signor D. Celestino non ha d’avvocato altro che
il nome e le chiacchiere. E chi poi lo sente ,
sempre egli le fa le cose. Le difese, D. Enri-
co; l’aringa, D. Enrico; tutto D. Enrico, e a
lui poi trentamila ducati !! Eh !.. . Ma che
ci posso più fare ? firmata la scritta ! Si pie-
gasse almeno a sposarlo mia figlia ! Non mi
scommoderei d’ un grano di dote , e intanto mi
francherei quei trentamila ducati benedetti!
S C 3 IT A IT.
d. Enrico dall uscio a destra ,
D. BERNARDO.
D.Enr. Signor D. Bernardo !
D. Ber. Caro D. Enrico !
D. Enr. Finalmente ! vi lasciate rivedere una
volta !
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D. Ber. E voi , che cosa è? non vi fate tro-
vare ? da due ore a cercarvi per mare e per
terra.
D. Enr. Ed io ben da quattro a salire e scen-
dere scale per voi ; e fosse finita !
D. Ber. A informare i giudici della mia causa eh?
D.Enr. Certamente. Si deciderà domani, già lo
sapete.
D. Ber. Lo so. E D. Celestino ? e non è anda-
to anch’ egli ?...
D.Enr. Egli è rimasto in casa.
D. Ber. No : non vi ho trovato che Giorgio vo-
stro padre.
D. Enr. Ah sì, egli dovea andar oggi a bersi il
caffè da un suo compare.
D. Ber. Buon prò gli faccia. ( Il mio bravo av-
vocato ! )
D. Enr. Testé per via ho saputo il vostro arri-
vo ; e non ho voluto mancare ... E com’ è ?
non siete andato ad alloggiare al solito al-
bergo ?
D. Ber. La Contessa qui mia parente ci ha offerta
la sua casa.
D.Enr. Ah ? la Contessa del Vallo? la vedo-
va ?... .
D. Ber. Appunto. Una donna affezionata !
D. Enr. Lo credo.
D. Ber. E che mi dite della causa ? la vince-
remo ?
D. Enr. Dieci volte !
D. Ber. Si è dunque provato che son io il più
vicino parente del Conte del Vallo?
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D. Enr. Arciprovato !
D. Ber. E D. Roberto che fa, che dice? e l’av-
vocato ?
D. Enr. Tutti morti, tutti morti. Orsù, D. Ber-
nardo , io vi lascio : ho alcun’ altra eoserella
a dire al presidente, e non vorrei ....
D. Ber. Sì sì , andate , non vo’ impedirvi.
1). EnR. A rivederci. Entra a dejtra.
SCB1TA T.
D. BERNARDO.
Bravo giovane davvero ! L’ educazione più
che la nascita fa il galantuomo. Beato lui quel
padre ! e sia benedetto , che per dargli un buon
avviamento si è contentato di fare il servo ; e
a che pasta poi di padrone !
SOS ITA TI.
d . celestino daW uscio a destra ,
D. BERNARDO.
D . Cel . Benvenuto , benvenuto !
1). Ber. Mio caro amico!
1). Cel. Lasciate un po’ che vi abbracci.
D. Ber. Caro D. Celestino !
Si abbracciano.
D. Cel. Enrico già vi avrà detto ....
D. Ber. Tutto sì , tutto.
|). Cel. Che vi pare eh ? sono o non sono un
uomo io ?
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D. Ber. Grand’ uomo davvero! ( Starei fresco!).
D. Cel. Eh , caro amico, quando una causa ca-
pita in queste mani .... è vinta!
D. Ber. Senza dubbio.
I). Cel. Ma , com’ è che avete indugiato tanto
a venire ?
D. Ber. Eh!! è stato un miracolo del Cielo che
ci siamo arrivati salvi !
D. Cel. Oddio ! e che fu ?
D. Ber. Quindici giorni sopra mare! gittati qua,
gittati là ; acqua , venti , tempeste !
D. Cel. Tempeste ?
D. Ber. Tremo a pensarci!
D. Cel. E vostra figlia?
1). Ber. Non ne parliamo : non so come viva.
I). Cel. Povera ragazza!
SC3UÀ TU.
Lucia daW uscio di mezzo , d. celestino ,
D. BERNARDO.
LUC. portando un’aranciata: ( Chi vorrà essere questo
scarafaggio ? ).
D. Cel. Mae d’uopo che ci si rimedii a tempo.
I). Ber. E che rimedio, se come sente parlar
di medicina , ed ella fa il muso torto ?
D. Cel. Oh ! male, male !
0. Ber. Lucia , che fa mia figlia ?
Lue. Sta con la padrona.
I). Ber. Falle venir qua entrambe da mia parte.
Lue. Ora vi servo. ( Son proprio curiosa di sa-
pere . . , ) , «vicinandosi verso l’ uscio a sinistra.
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D. Ber. Veramente non è mal di pericolo.
D. Cel. Principiis obsia , sero medicina para -
tur.
Lue. ( Ho inteso: costui è il medico: ora va
bene. ).
D. Cel. E la prima cosa, a fortificar lo stomaco.
D. Ber. Approvo.
Lue. ( Costui sì che ha cera d’ uomo pratico! ).
D. Cel. Il resto è nulla.
Lue. ( Ognuno all’arte sua ). Entra.
SOSNA Vili.
D. CELESTINO , D. BERNARDO.
D. Cel. A proposito, voi non le avete ancora
parlato ?
D. Ber. Non ancora, e credo ....
.D. Cel. Avete fatto bene : prima d' ogni altra
cosa bisogna vederci.
D. Ber. Certo.
D. Cel. Ma che dite, condiscenderà ella a spo-
sarmi ?
1). Ber. Qual dubbio? Lo voglio io!
D. Cel. Quel che però vi raccomando è di non
ne far intender nulla per ora alla Contessa
vostra parente. E donna, vedete . . .
B. Ber. Vi do ragione.
D. Cel. Non vorrei che ciò si andasse trombet-
tando innanzi che non si decida la lite.
D. Ber. Non ne dubitate.
D. Cel. La vittoria già si può dir nostra, ma...
capite ?
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I). Ber. Intendo.
D. Cee. Riguardo poi alla nostra convenzione ,
per amor del Cielo ! . . . .
D. Ber. Oh ! cento braccia sotterra.
D. Cel. Non vorrei che certi ciarloni malelin-
guc • • • •
D. Ber. D. Celestino !
D. Cel. E vero che ho preso su di me tutte le
spese della causa.
D. Ber. Ecco.
D. Cel. E so io se ne. ho fatto i capelli bian-
chi ; ma . . .
D. Ber. Ma che ma ? 0 le nozze si faranno, e
il nostro foglio sarà bruciato.
D. Cel. Già già già, lo bruceremo.
D. Ber. 0 no , ed io vi pagherò i trentamila
ducati che vi ho promessi ; e 1’ affare così re-
sterà sempre segreto fra noi due.
D. Cel. Sempre segreto, sì sì , caro amico.
D. Ber. Passiamo ad altro. Io penso che non
sarà male che mi faccia vedere al presidente
stasera.
D. Cel. Olisi sì sì sì! lo credo anzi necessa-
rio. Temo per altro . . . cavando 1' oriuolo : Ecco :
son le cinque sonate !
D. Ber. Quest’ attender qui ho paura non ci
guasti troppo !
D. Cel. Oh ci è ancor tempo; e poi, quattro
cerimonie , e saremo sbrigati.
1). Ber. Si compiacessero almeno! . . . Per solo
acconciarsi un riccio queste benedette femi-
ne son capaci di farne andare una giornata!
Oh! eccole qua: mancomale.
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— 13 —
SC31TA IZ.
LA CONTESSA , LAURETTA , D. BERNARDO ,
D. CELESTINO.
D. Ber. Vi presento , signora Contessa , uno
de’ più rinomati dottori della Capitale , e mio
pregiatissimo amico ....
Cont. Le son serva.
Laur. Lucia ce ne ha già parlato.
Cont. Ed ho a gran piacere la sua conoscenza.
1). Cel. Ed io , signora Contessa , debbo te-
nermi troppo onorato di tanta gentilezza.
B. Ber. E un uomo, signora, che ne vai mille;
un uomo ....
D. Cel. Niente , niente : è 1’ amico che vuol
confondermi.
D. Ber. Lo conoscerete a’ fatti, signora.
Cont. Ne son persuasa — Orsù, Lauretta, siedi
qui — Piano « Laureti : Quante cerimonie !
D. Ber. Sediamo anche noi un tantino.
Seggono tulli.
E così ? come andiamo ?
B. Cel. ( Che boccone ! ).
Laur. Meglio di ieri assai.
B. Cel. E il cuor mel diceva.
Cont. Mi par che non abbia più febbre.
B. Cel. Vediamo. Va ad osservare il polso a Lauretta. ( Feb-
bre non ce n’ è. ( La febbre 1’ ho io ! ).
Cont. A prima giunta le ho voluto dar a bere una
buona aranciata, ed anche ora
B. Cel. Ab!!! che aranciate, che aranciate! An-
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eli io ho viaggiato per mare , e queste cose
le so. — Vi sentite debole, n’ è vero ?
Laur. Alquanto.
D. Cel. Ecco qua !
D. Ber. E tanto tempo che non tocca cibo !
D. Cee. Per ora un buon brodo sostanzioso le
racconcera lo stomaco : più tardi poi un boc-
concin di zuppa , e niente altro, sapete ?
Cont. Ma se ha appetito , io credo
D. Cei. No no no no: il suo appetito avrà un
• po’ di pazienza. Paura , mal di mare , eh !
signora Contessa , son cose da non pigliarle
a gabbo. Ma voi, carina, non ve ne piglia-
te gran pensiere , veli.
Laur. Non ho timore affatto.
D. Cel. Spero anzi che domani vi leverete come
una rosa.
Cont. Senza dubbio.
D. Ber. Certo ; e la vittoria poi della causa,
oh , sarà la miglior medicina.
Cont . a D. Bernardo: Oh , ditemi, è egli vero che
il nostro signor Conte è venuto in Napoli ?
D. Ber. Da un paio di giorni sì, l’ho saputo
pocanzi; ed è proprio venuto a sentirsela nei
mustacchi.
D. Cel. Ah ah ah ! ne’ mustacchi : bravo! que-
sto mi piace.
Cont. Ma state in guardia vi dico, D. Bernar-
do : so io di che pelo è coperto quel vol-
pone.
D. Cel. Stia pur di buon animo la signora Con-
tessa : egli ha di buoni bracchi alla coda.
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D. Ber. E che bracchi ! Piana a D. Celestino in
d’aliarsi j "Vogliamo ? ....
D. Cel. piano a D. Bernardo: Ma !... .
D. Ber, piano a D. Celestino : E tardi ! OrSU , DOI^
mancherà tempo di farci i nostri lunghi di-
scorsi.
Si levano tutti da sedere.
D. Cel,. Intanto mi basta la fortuna d’aver co-
nosciuto una signora compita di tanti pregi,
Cont. Troppo gentile !
D. Cel, Ea una fanciulla così amabile.
Laer. La fortuna è anzi nostra.
D. Ber. Brava! sì , è anzi nostra. — Ebbene,
signora Contessa, vi raccomando la mia Lau-
retta.
Cont. Andate sicuro.
D. Cel. Signora Contessa. Letamala mano affettatamente.
Cont. Grazie , grazie ^ cercando ritrarsela.
D. Cel. Signorina! accostandosi a Lauretta.
Laer. Vi riverisco ; esitandolo.
D. CEL. entrando con D. Bernardo: ( Son COtlO ! SOn COtr
to !! ).
SC31TA Z.
LA CONTESSA , LAERETTA,
Cont. Vedete complimento! M’ ha tutta lordala
di tabacco !
Laer. Anche con me volea fare il galante.
Cont. Il vecchio schifo eh’ egli è! Ah! nettandosi.
Laer. Un’altra sua visita mi farebbe venir U
febbre davvero,
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Cont. Che brutta faccia di gufo !
Laur. Dunque, come vi stava dicendo, poiché
mercè vostra ci verrà tanta fortuna, se il Ciel
lo vuole , da questa causa , mio padre si è
determinato di donarvi quel bel casino che
possedevate in Puglia presso Canosa , su le
rive. . . di quel fiume lì ... .
Cont. Dell’ Ofanto ?
Laur. Appunto, dell’ Ofanto.
Cont. Ah ! quai triste memorie mi risvegli con
questi nomi ! Ma che ho poi fatto io , che
me ne dobbiate rendere sì gran merito ?
Laur. Il dite da beffa? Non foste voi che quan-
do veniste a Scilla, ci scopriste così fuor di
speranza eh’ eravamo parenti di vostro marito,
e confortaste mio padre a far questa causa?
Cont. E se lo feci, feci il dovere.
Laur. Zia mia, perchè, vorrei sapere, vostro
marito , non lasciò a voi la sua roba ? Per-
chè non fece il suo testamento ?
Cont. E a che bisognava il testamento, se ave-
vamo già un figlio ?
Laur. Ma quando il Cielo ve lo tolse ....
Cont. Eh, nipote mia, nipote mia: allora non
ve ne fu più il tempo. Ti ho mai racconta-
to per qual funesto accidente una volta che
stavamo a villeggiare nel casino che tu hai
detto , mia sorella e il caro figlio mio an-
negarono nel fiume ?
Laur. Sì, e che il povero Giulietto non fu po-
tuto trovare nè morto nè vivo più.
Cont. Ebbene, quando il misero marito mio ven-
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ne a sapere la trista nuova , s’ accrebbe tan-
to il suo male , che senza aver tempo più
di nulla , fra 1 pianto e il delirio mi spirò
tra le braccia.
Laur. Quante sciagure insieme !
Cont. Allora D. Roberto, come 1’ unico paren-
te di mio marito che a quel tempo si cono-
scesse , occupò tutta la eredità ; ed io dopo
due in tre anni di litigi a gran fatica ne ot-
tenni quel poderetto a Posilipo ove ho fer-
mata la mia dimora.
Laur. Povera zia mia! Ma pare a me che sia
un’ ingiustizia questa, che la moglie non deb-
ba aversi ella la roba del marito suo.
Cont. Eh , mia cara ....
SC331TA ZI.
D. ENRICO , LA CONTESSA , LAURETTA.
D. Enr. Vi fo , signore , mille riverenze.
Cont. In che debbo servirvi ?
D. Enr. Vengo da parte di D. Bernardo pre-
gandovi che mi vogliate far consegnare da
sua figlia talune carte che ha lasciate su l’ar-
madio eh’ è a capo al suo letto, e, per se-
gno , le troverete ligate da un nastro verde.
Cont. Lauretta , hai inteso ? *
Laur. Ho capito : son le carte per la causa ?
D. Enr. Desse appunto,
Laur. Ora vi servo. Entra a smini».
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— 18 —
SCE1TA Zìi.
LA CONTESSA , D. ENRICO.
D. Enr. ( Questa cliente aveva io , e non ne
sapeva niente ? ).
Cont. Si de’ andar forse attorno pe’ giudici ?
I). Enr. Si è andato già , e poe altro rimane
a fare. Ma non v’ era pur bisogno , vi so di-
re, di questo incomodo.
Cont. Come ?
D. Enr. Son così bene avviate le cose , che si
può pronosticar la vittoria senza essere un a-
strologo.
SC31TA ZITI.
LAURETTA , LA CONTESSA , D. ENRICO.
«
Laur. Eccovele , consegnando delle carte a D. Enrico.
1). Enr. Grazie — I cavilli di D. Roberto ,
signora Contessa , son così spiattellati , che
i giudici gli han dato il torto in faccia.
Cont. Dunque voi credete che si vincerà certo?
~D. Enr. Ve ne do la mia parola.
Laur. Ma, zia, chi è questo signore che ? . . . .
D. Enr. Io , signorina , che ho avuto la sin-
goiar fortuna di sostener la vostra causa, posso
ben assicurarvi che la vittoria sarà nostra.
Cont. Vi debbo domandar mille perdoni, signo-
re , se mai ....
D.Enr. Signora Contessa ! . . . .
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— 19 —
Co nt. Io non aveva ancora la sorte di cono-
scervi.
D. Enb. Volete mortificarmi.
Cont. Vi debbo anzi dire che la difesa di que-
sta causa vi procaccerà una gloria grande.
D. Enb. Mi fate troppo onore.
Laub. E la verità, e mio padre si loda di voi
sempre.
D. Enb. Non ho fatto che il debito mio. Ma
voi , signorina , state ora bene ?
Laub. Così, alquanto.
D. Enb. Ho inteso con dolore i gran disagi che
avete patiti sopra mare.
Cont. Ah, poverina ! Ma il medico pocanzi 1 ha
trovata senza febbre.
D. Enb. Benissimo.
Cont. E un po’ pallida ancora ....
D. Enr. E vero , ma ciò nulla toglie alla sua
bellezza.
Cont. Sapete lusingare da maestro.
D. Enb. Chi dice quel eh’ è , perdonatemi, non
lusinga.
Cont. Non te ne inorgoglire, nipote mia: son
le galanterie della Capitale.
D. Enb. Oh, signorina, siate pur certa che an-
che qui è chi sappia parlar sincero.
Laub. Può essere.
Cont. Sincerità, e galanteria? _
D. Enb. Oh bella ! sono in guerra forse ?
Cont. In pace non credo.
D. Enb. In somma io ho detto la verità, e voi,
signorina , mi dovrete dar ragione.
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— 20 —
Laur. Anzi io vi do il torto.
D. Enr. Meglio ! bell' avvocato !
Laur. Già il torto: ehè ben so anch'io il costu-
me che si ha qui di dir le belle bugie per
pigliarsi giuoco delle povere ragazze di pro-
vincia.
Cont. Ma può egli essere che un galante gio-
vane napolitano creda poter trovare nulla di
pregevole al di là delle belle cittadine di qui
tutte grazie tutte vezzi , che a sol muovere
un guardo o un accento vi affatturano un cuo-
re ? che vi san parlare di scienze , di lette-
re, di politica , e che so io?
D. Enr. Oimè oimè ! poveri nostri tempi ! gli è
così davvero !
Cont. E perchè vorreste adombrarvene voi altri?
0 pretendete voi che il sapere debba essere
un vostro dritto esclusivo?
D. Enr. Oibò ! è anzi una derrata di proprie-
tà comune. Che dico ? se si va oltre di tal
passo, temo temo non ve ne abbiamo a pa-
gar noi la gabella.
Cont. È un gran vanto però questo delle don-
ne d’ oggidì : di mio tempo saper fare quat-
tro sgorbi era un gran che per una donna.
D. Enr. Tempi felici !
Cont. Come come ? che dite voi ?
D. Enr. Voglio dire che l’ istruziou delle don-
ne è il più bell’ incitamento alla civiltà ge-
nerale sì , ma il capriccio di far le dotto-
resse , con vostra buona licenza , è il più
intollerabile , il più terribile fra tutt’ i ca-
pricci delle donne.
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— 21 —
Cont. Come? ed è poca consolazione forse per
un marito aversi al fianco una moglie che sia
gran maestra di cantare , di ballare , di so-
nare ? una poetessa , una letterata ?
D. Enr. Bella sì , bella consolazione !
Cont. Ma una ragazza di provincia ....
D. Enr. Signorina, se non siete una letterata,
non ve ne date , vi prego , una briga al
mondo.
Laur. Non ho questa pretensione.
D. Enr. La signora zia scherza.
Cont. Altro che scherzo ! Visitato datutt’i poe-
ti del paese ....
D. Enr. Bagattelle! Non gli basterebbe V arca
di Noè !
Cont. Dal fior fiore de’ letterati, de’giomalisti . . .
D. Enr. Misericordia !
Cont. In somma la sua casa sarebbe un Parna-
so , un’ Accademia.
D. Enr. Una Torre di Babelle, un caos, un
ospedal di matti ! E lo sa un mio povero a-
mico lo sa , a cui casa è capitata una di
siffatte gioie. Classici e romantici , critici ac-
caniti, letterati vecchi e letterati nuovi , un
campo di battaglia , figuratevi , una guerra
aperta. E poi, librai vanno e librai vengono,
stampatori , ligatori , litografi , musici , gaz-
zettieri : oh la bella consolazione ! Povero
marito ! povera borsa ! Meglio dico io essere
assediato dalle sarte e dalle modiste. E que-
sto è niente : non .v’ ha ora di pranzo , non
. di cena, non di riposo ; e chi ruba di qua,
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— 22 —
e chi sciupa di là ; figli a piangere , fante-
sche a fare all’ amore : una vera barca disfat-
ta ! E la signora che fa ? — legge — sta a
solfeggiarsi un’arietta — Povero amico! E co-
ni’ ei va per dirgliene una parola , ed ella gli
esce di palo in frasca, ed eccola lì con Bel-
lini , Manzoni, Victor Hugo e Walter-Scott. E
quando le vien l’estro? Allora sì che può dir
felice notte !
Cont. Ah ah ah ! — Piano a Lauretta : E grazioso !
Laur. Così sapete calunniar le donne voi ?
D. Enr. Calunnie? E il progresso del secolo!
Laur. Ah ah! Siete un invidioso, un ingiusto.
Cont. Un nemico del nostro sesso.
D. Enr. V’ ingannate : io son anzi il più sincero
. amico delle donne.
Cont. Davvero ?
D. Enr. Davverissimo. — Vi vo’ dire anzi che
una bella fanciulla di provincia che fosse sa-
via, costumata, modesta , potrebbe divenire
l’assoluta padrona di me.
Cont. Sì ?
D. Enr. Considerate poi s’ella fosse mia clien-
te ! Sfiderei le prime celebrità del foro a tor-
nii la vittoria delle mani, foss’ anche la più
difficile causa del mondo.
Laur. Come va ? i bei pregi d’ una cliente son
dunque ragioni di legge ?
D. Enr. Più che ragioni ! Con la mente avvi-
vata dal raggio della bellezza , con l’ anima
tutta calda d’ amore ....
Cont. Restereste di scartabellar processi, signor
avvocato.
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— 23 —
D. Enr. Potrebbe anch’ esser così; ma ispirato
da lei, dove non giungerebbe la mia eloquen-
za ? Disgrazia, che fino a questo punto non
ne ho trovata pur una !
Cont. Or vedete a che tristo mondo noi siamo!
D. Enr. Così fio anch’ io detto sempre ; ma ora-
mai mi avveggo di non esser tanto sfortunato.
Laur. L’ avete dunque trovata ?
D. Enr. Non siete voi forse mia cliente ?
Laur. Ah ah , siamo da capo.
D. Enr. Mi negherete anche questo ?
Laur. Noi posso già negare; ma vi avverto che
ho già cominciato a intendere anch’ io un po-
co il linguaggio del paese.
D. Enr. Non se ne poteva aspettar altro dalla
scuola di SÌ dotta maestra, accennando aUa Contessa.
S 02 ITA ZTT.
)
LUCIA, LAURETTA, LA CONTESSA, D. ENRICO.
Lue. a n Enrico: Signore , un cocchiere giìi vi man-
da a dire che se non avete più bisogno della
vettura , egli se ne va.
D. Enr. No no ! che aspetti: or vengo.
Lucia entra.
SC21TA ZT.
D. ENRICO , LA CONTESSA , LAURETTA.
D. Enr. E siche aveva un bell’ attender le car-
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te il presidente ! Si piacevole compagnia mi
avea cavato già di mente ogni altro pensiere.
Laur. Anche il pensiere della causa, n’è vero?
D. Enr. Oimè sì !
Cont. Addio , signor modello degli avvocati
galanti, e confessate che non si dee stare con
la bella cliente in testa per ben difenderne la
causa.
D. Enr. Son convinto.
Cont. Bravo ! .
D. Enr. Ma delle vostre ragioni terrò conto
un’ altra volta : ora non siamo nel caso : ora
posso pensarci , e vincerò. Entra.
SO 3 HA ZVL
LA CONTESSA, LAURETTA.
Cont. Quanto mi piace ! Hai veduto che bel
. garbo di giovane ?
Laur. E che bei modi !
Cont. Anch’ io ne ho trattato di questi signori
avvocati ; ma se li vedevi , sempre in sul
tirato, sempre con un’aria che parea ti vo-
lesser mandare il sequestro. Ma egli no , lie-
to, avvenevole, gentile.
Laur. E come parla bene! — Oh! a proposito,
zia , ho a confidarvi un segreto ; ma ... .
vi raccomando ....
Coni. Che ti pare ?
Laur. Avete a sapere che qualche giorno pri-
ma di partire , entrando non so per che fare
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— 25 —
nella stanza di mio padre , vidi una lettera
per terra , aperta ; la raccolsi ; fui un pezzo
tra il sì e il no ; ma poi una certa curio-
sità . . . .
Cont. E naturale.
Laur. E indovinate : era appunto egli che
scriveva.
Cont. Sì , e che scriveva ?
Laub. Che fossimo partiti subito; che la cau-
sa si potea già tener come vinta ; e conchiu-
deva che sta ora a me il farli contenti en-
trambi.
Cont. Entrambi?
Laub. Proprio così. Che ne pensate voi ?
Cont. Che ne penso ? che tuo padre ha fatto
un viaggio e due servigi: un buon avvocato
per la causa , e un bello sposo per la fi-
glia. Oh , ne son lieta davvero !
Laur. Già già volete chiamarlo mio sposo ?
Cont. E qual dubbio ?
Laur. A veder se gli piaccio.
Cont. Che ? e non hai veduto come ha preso
la volta larga per fartelo intendere ?
Laur. Sì , ma ... .
Cont. Oh , e ti dico io che si sarebbe spie-
gato chiaro , se non si fossero determinati
di tener occulte queste pratiche di nozze —
Ma che buon giovane! Che so? ha un volto
che t’ ispira proprio la benevolenza.
Laur. È così garbato ! • ...
Cont. Ora , non mi ricorda d’ averlo veduto
altra volta ; ma pure .... è una fisonomia
che non mi riesce nuova.
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20 —
Laur. Forse in compagnia di mio padre ?
Cont. No ....
SC31TA Z7IL
D. BERNARDO , LA CONTESSA , LAURETTA.
D. Ber. Eccomi qua.
Laur. Bravo ! siete tornato ?
I) . Ber. E la fame , figlia cara : son digiuno
da due giorni !
Cont. Avete ragione ; ma io ci ho già pensato.
D. Ber. Donna veramente di garbo ! — E tu
come ti senti ?
Laur. Mi sento bene.
Cont. Sì, sta bene. Io intanto vo ad ordinar
. la tavola.
D. Ber. Sì , sì !
La Contessa entra.
S C 2 IT A ZTIII.
LAURETTA, D. BERNARDO.
Laur. ( Chi sa se gli avrà parlato di me? ).
D. Ber. Frattanto siedimi tu qui vicino, e senti
quel che ti ho a dire.
Laur. ( Mi batte il cuore ! ).
Seggono.
J) . Ber. Io sono il tuo padre affettuoso , e tu
la mia figliuola obediente. Io non desidero
altra cosa al mondo che saperti lieta e fe-
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— 27 —
lice , e tu se mi vuoi veder contento , devi
secondare questo mio desiderio. Rispondimi
dunque secondo il voler mio , se no , pensa
eh’ io vivrò sempre sconsolato, e tu mi ca-
scherai dal cuore.
Laur. Deh caro padre , non mi parlate così :
voi sapete s’ io vi disdico mai cosa che vi
piaccia.
D. Ber. E vero , lo so. Sappi dunque che il
nostro avvocato dopo averti teste veduta , si
è voluto degnare di domandarmiti in isposa.
Ed io, considerando dall’un lato la sua con-
dizione i suoi meriti la sua fortuna , e co-
noscendo dall’ altro che tu sei una buona fi-
gliuola obedientc , e che sai bene che il vo-
ler mio debb’ essere anche il tuo , non ho
esitato a rispondergli eh’ io avrò questo pa-
rentado a mio gran piacere ed onore. Spe-
ro dunque che tu farai la volontà mia sen-
z ’ alcuna opposizione : m’ intendi ?
Laur. Padre mio , voi mi volete tanto bene !
come vi potrei io contraddire ?
D. Ber. Evviva la mia Lauretta! Così mi pia-
ci , docile , ragionevole. ( Che rassegnazio-
ne ! ). Ma dimmi a me , vi condiscendi tu
forse per non vedermi andar in collera ?
Laur. No.
D. Ber. ( È il modello della docilità! ). Io non
ti costringerei certo ....
Laur. Anzi io lo farò volentieri.
D. Ber. ( Ora vedete ! ed io perdeva il fiato
a preamboli! ). Non tei dico per altro se
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— 28 —
non perchè conosco che le fanciulle deli’ età
tua sogliono pensare a sbieco. Ma tu no no,
tu sei una giovanotta di senno , e intendi be-
ne che tuo padre sa a chi ti dee sposare
per farti felice.
Laub. Questo è certo; ed egli è davvero così
savio , così costumato !
D. Beb. Hai veduto ? E noi conosci bene an-
cora !
Laub. E poi quelle sue maniere mi piaccion
tanto !
D. Beb. Dunque ti piace veramente?
Laub. E alla zia ? Se la sentiste ! . . . •
D. Beb. ( Avess’ io le traveggole ? ).
Laub. Non ne può chiuder bocca.
D. Beb. ( Sta a vedere che dovrò andar io a
tirarlo per 1’ abito ! ).
Laub. Per una cosa ne sono alla verità un pò
scontenta.
D. Beb. ( Una! ) Ma come mo scontenta? ( Dia-
mine , ci siamo ! ).
Laub. Tanta affabilità , tante cortesie !
D. Beb. Ebbene ?
Laub. La prima volta che mi ha veduta !
D. Beb. ( Manco male! ). E tu te ne lagni ?
( Io temeva non si fosse accorta della par-
rucca! ).
Laub. A dirvela , padre mio , mi paion finte
quelle premure , quell’ espressioni.
D. Beb. Che dici tu? finte! Se tu sapessi . . . .
se sapessi che mi ha detto di te ... . In-
tanto bada bene , chè di ciò che ti ho detto
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— 29 —
io YogUo che tu non ne dica una parola a •
chicchessia. Per far queste cose è d' uopo
aspettar che si vinca la causa : non so se m in-
tendi.
Lacr. Già , già ... .
D. Ber. Quando poi sarà tempo , lo farò io
stesso sapere a tua zia e a tutti ; ma per
ora sta attenta , veh !
SCIITA XIX.
Lucia daW uscio di mezzo , Lauretta ,
D. BERNARDO.
D. Ber. Chi è ? ah , Lucia. Che ci rechi ?
Lue. Se siete comodi, è pronto tutto.
D. Ber. Oh, è già un pezzo che son con l’a-
nimo nelle scodelle. Andiamo , andiamo —
Piano a Lauretta , ponendosi il dito alle labbra : Lauretta !
LaUR. piano a D. Bernardo. Ho ÙlteSO. Entra con Lncia per
1’ uscio di metto.
L. Ber. Hanno un gusto tutto particolare que-
ste donne ! Cospetto ! anch’ io dunque voglio
aver le mie pretensioni! Entra.
Fine del primo atto.
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SC31TA I
Studio di D. Celestino addobbato di specchi e
mobili all antica , e fornito di ire o quattro
librerie alcuna delle quali aperta , c di un
grande scrittoio con sopravi molli libri c pro-
cessi sparsi. In mezzo al fondo della scena
è un uscio che serve di ingresso comune , ed a
sinistra dello spettatore ri è un altro che me-
na alle stanze di D. Celestino.
D. cei*estino in abito da casa.
Le cose per baeco son bene avviate ! La cau-
sa .... eh! ne vorrei mille. Il padre . . . .
dee cuocere più a lui : Se nO , cava un foglio scuo-
tendolo , sfili sfili, trentamila ducati ! Ma , se la ra-
gazza ? .... Eh , la difficoltà è un po’ seria !
— Dove ho messi i miei denti posticci ? sì va
assestando la parrucca c i denti posticci guardandosi in uno specchio.
Eh ! non ci è poi tanto male. Il primo cimento
è già Superato j e spero .... Torna a guardarsi nel-
lo specchio. Almeno fintanto che .... Quando poi
mi sarà moglie .... E poi, che mi manchina
i denti e i capelli a lei che importa ? Se il Ciel
non voglia .... oh, allora! .... — Uf! il
sole è già alto , e D. Bernardo non si vede.
Quanto pagherei per sapere ! .... Eh ! lo veg-
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— 32 —
go , lo veggo: non è boccone pe' miei denti!
Avrà detto di no. Ah ! non l’avessi mai veduta
almeno ! Io senza di lei son morto , morto ! Io
sento già qui una smania, un fuoco ! Eh , Cele-
stino ! E tu sei quell’ uomo eh ? Vergognati !
vergognati ! E che vergogna se costei mi ha am-
maliato? — Ecco qui ! ■ osservando Io scrittoio: guardate
quella testa di maglio che mi fa ! Giorgio ! — Io
a voler tenere sempre così i miei libri e i miei
prOCCSSi , aprendoli e spargendoli su Io scrittoio , pCf mOStm*
re che son sempre occupato , ed egli chiusi e
l’un su l’altro. Giorgio!!
SC31TÀ IL
GIORGIO , D. CELESTINO.
GlOR. da dentro : EcCOmì.
D. Cel. Ti rompi o non ti rompi la nuca del
collo ?
Gior. Comandate.
D. Cel. Oh! credeva che fossi a casa del dia-
volo. Quante volte ti ho a ripetere che i miei
libri non voglio che me li tocchi ?
Gion. Ma la polvere ....
D. Cel. Non voglio che me li tocchi !
Gior. Ma le carte ....
D. Cel. E torna ! Non ne debbo dar conto a
te : così mi piace , aperti , tutti , sossopra ,
COSI . Fa cadere molte carte c libri nel situarli con furia a sue genio,
Gior. raccogliendoli :( Asino impostore! fanno bene
che tutti ti lasciano. Ma que’ pochi che gli
capitano in mano . . . . )
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— 33
D, Cel. Muoviti, su !
Gior. ( Te gli scuoia squarta e lacera il ma-
nigoldo. ).
B. Cel. E un’altra volta che ti lascerai venire
il ghiribizzo di guastarmi ....
Mentre Giorgio va per chiudere una scansia :
Giù giù giù, bestia !
Gior. Ma ....
D. Cel. Aperta , sissignore.
Si ode battere alla porta.
Vedi , vedi chi è : corri !
Giorgio entra per l’uscio di mezt»*
SC31TA ni.
D. CELE9T1N0.
Senza un po’ d’apparenza al mondo d'oggi
come si fa ? Va a sedérsi alla sedia a bracciuoli presso allo scrit-
toti* , e fa le viste di leggere processi, Dovrebb’ esser egli.
Mi palpita il cuore.
SO BIT A IT.
D. BERNARDO , P. CELESTINO.
B*. Ber. M'incresee , mio caro* amico, che m'ab-
biate dovuto aspettar tanto.
B. Cel. Oh ! ! ! alzandosi.
D. Ber. Non è stata mia colpa : una visita di'
convenienza ; e poi ....
B. Cel. Giù , giù io scuse ; non importa : se-
diamo.
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— 34 —
D. Ber. sedendo: E poi questa lettera di D. Ro-
berto che vi farà ridere.
D. CeL. prendendosi la lettera: Si SI , Vogliamo ride-
re. siede. Ma prima di tutto, avete parlato a
vostra figlia ? che vi ha risposto ?
D. Ber. Cose da non crederle !
D. Cee. Ma che? come ? . . . .
D. Ber. Non mi lasciò neanche aprir bocca ier
sera.
D. Cel. Ma che dice ? consente eh ?
D. Ber. A parlar di voi le brillavano gli occhi.
D. Cel. sospirando di gioia: Voi mi fate allargare il
cuore !
D. Ber. Evviva ! così dunque sapete voi inna-
morar le ragazze ?
D. Cel. Voi mi beffate eh ?
D. Ber. Altro che beffe ! Innamorata perduta!
D. Cel. Caro D. Bernardo mio dabbene , voi
mi fate toccar le stelle. Lasciate che vi ab-
bracci ; vi voglio anzi baciar la mano, elic-
la bacia.
D. Ber. Oh ! che fate ?
1). Cel. Sì , voi dovret’ essere il mio caro pa-
dre. Io son fuori di me dalla gioia !
D. Ber. E stata , che so io ? una cosa propria-
mente inaspettata per me. Vi ci avrei voluto
presente. Vi assicuro che rimasi come traso-
gnato.
T). Cel. Sì ; ma pure il cuore mi diceva ....
1). Ber. Per me vi dico che non avrei creduto
mai ....
1). Cel. La cosa poi veramente tanto strana
non è.
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— 35 —
D. Ber. Voglio dire che a sentirla ....
D. Cel. Tutto va bene ; ma non sono un vec-
chio decrepito alla fin fine.
J). Ber. Certo che no ; ma le ragazze ....
sapete bene ....
D. Cel. Dico di sì ; ma via, non è il caso di
farne tante maraviglie.
D. Ber. Oh no : era per dire . . . . ( Oimè,
che ho fatto ! gliel’ ho data proprio a tra-
verso! ).
D. Cel. ( Ora vedete quante maraviglie ! ).
D. Ber. ( Ve’ come si è inciprignito il zerbi-
notto ! ).
D. Cel. ( Si credeva sognare! Che grande stra-
nezza che una ragazza si sia innamorata di
me! ).
D. Ber. Restate servito ? offrendo tabacco a D. Celestino
che non gli bada, D. Celestino , volete onorarmi ?
D. Cel. Oh , grazie. Prende tabacco.
SO SITA V.
d. Enrico dall' uscio d 1 ingresso , d. celestino ,
D. BERNARDO.
D. Enr. Signor D. Bernardo !
D. Ber. D. Enrico! Oh ditemi, come l’intese
il presidente ier sera ?
D.Enr. Convinto più di me!
D. Ber. Bravissimo !
D. Cel. Ehi, a proposito . . , *
D. Enr. Che cosa 1 ... .
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— 36 —
D. Cel. Che cosa ! Sempre quel cervellino tu,
sempre !
D. Enr. Io non intendo ....
D. Ber. ( Ce n è per tutti*! ).
D. Cel. Così vai a presentarti al tribunale?
D. Enr. Eh., mi pare ....
D. Cel. Povero te, povero te! Credi andar a
fare all’ amore con quel giubbettino a rabe-
schi. e quella cravatta alla strampalata ? Fa-
vorisca : tornate dalla festa di ballo ? Guar-
date che figura d’ avvocato !
D. Evr. Ma ....
1). Cel. Vergogna! Non so donde hanno i ma-
gistrati tanta sofferenza. E ancora quella bar-
ba da caprone l
D. Enr. Ma non si bada più a siffatte bazze-
cole ora.
1). Cel. Sei un asino , e tutti asini voi altri
paglieltuzzi presuntuosi d oggidì.
D. Enr. Vi ringrazio per tutti.
D. Ber. Ah ah ah !
D. Cel. Sì sì , fammi anche il buffone. Tu sa-
rai la rovina dei poveri clienti , tu . — U .
Bernardo , torniamo a noi : che cos’ è qué-
sta lettera ?
D. Ber. La lettera di D. Roberto che testé . . . .
D. Cel. Mi ricordo. E sì , e che vuole , che
pretende cotesto signore ?
D. Ber. Desidera che le cose non vadano più
avanti , e che ....
D. Cel. Che , che ?
D. Ber. In somma mi domanda un accordo; ed
io gli ho risposto ....
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— 37 —
D. Cel . tornandogli la lettera furiosamente: Meritava risposta
questa lettera ? E voi mettete penna in car-
ta senza consultar me ? Oh , oh ! son io qui
a fare il burattino ?
D. Ber. Adagio ! Io gli ho risposto che senza
di voi non posso far niente. Ma ei dice che
verrà a parlarmi.
D. Gel. A parlarvi ?
D. Ber. Ma .... caso che venga?
D. Cel. Niente, neanche una parola. E fatemi
sapere al signor Conte de’ miei talloni che ven-
ga qui qui ad aversi la risposta.
D. Ber. Io dunque mi raccomando a voi.
D. Cel. Non occorre altro.
D. Ber. aliandosi : Vi riverisco.
D. Cel. A rivederci.
D. Ber. D. Enrico ....
D. Enr. Caro D. Bernardo.
D. Ber. a d. Celestino che lo segue : Ebbene , che vuol
dir ciò ?
D. Cel. Niente, niente.
D. Ber. Vi prego ....
I). Cel. Fo il dovere Piano a D. Bernardo : D. Ber-
nardo , mi raccomando a voi.
D. Ber. piano a D. Celestino: Non ci pensate.
D. Cel. piano a d. Bcmardo : Ditele da mia parte quart-
to sapete e potete di meglio.
D. Bernardo entra con D. Celestino per 1‘ uscio di metto.
I
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— 38
S C 3 IT A VI,
D» ENRICO»
Quanto è bella! Come dolcemente mi volgeva
ella ieri le parole , gli sguardi ! Matto ! E che
speri ? Ella non sa ! .... Povero , figlio ab-
bietto d’ un servo ! Ah ! nulla dunque mi valse-
ro tanti stenti e travagli a sollevarmi dal fan-
go ? E pure, oh quante liete speranze un tempo!
SO SITA VII.
D. CELESTINO , D. ENRICO.
D. Cel. ( Povera ragazza l ella certo' spasime-
rà di rivedermi. ).
1). Enr. ( E costui ! costui ! ! ).
Dv Cel» ( Eh , mia cara ! .».»). Che badi
tu costì ? Hai a dirmi niente ?
D. Enr. Vorrei domandarvi ....
I) . Cel. Oh , senti : di quelle memorie ....
se D. Bernardo le ne domanda, tu digli . . . .
mi hai capito ? . . . .
J) . Enr. Che le avete scritte voi ?
1). Cel. Mi trovai così a dirgli ieri.
1). Enr. Bene.
D. Cel. Oh , che volevi tu domandarmi?.
1). Enr. Volea domandarvi se finora ho faticato-
secondo il vostro desiderio.
D. Cel. Enrico mio, e a che serve questa do-
manda ? Come potrei io dubitarne ? ( Ah ah !
so io dove va a riuscir quest’introito! ).
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— 39 —
D. Enr. E se siete soddisfatto della mia poca
abilità.
D. Gel. Ma che domande son queste che tu mi
fai? Tu sei un giovane che mi vali tant’ o-
ro ; ed io per questo ti ho voluto e vorrò
sempre un bene dell’ anima, caro Enrico mio.
E tu vedi bene che in casa mia non ti fo
mancar nulla.
D. Enr. Vi ringrazio.
D. Cel. E se seguiti così a condurti, vedrai
vedrai che saprò fare per te io.
D. Enr. ( Eh eh ! ).
D. Cel. Tu sei un giovane di merito ; ed io
mi son posto in cuore di aprirti la via a for-
tune grandi : non dubitarne , no.
D. Enr. Volete che non ne dubiti?
D. Cel. Ma che ? hai dimenticate le mie pro-
messe ?
D. Enr. Come potrei dimenticarle? Da cinque
anni ne ho piene le orecchie !
D. Cel. Eh , caro mio , intendo .... Ma tu
ti sgomenti troppo presto ; e chi si stanca
non arriva.
D. Enr. Io non mi stanco già ; ma dovrebbe
oramai esser tempo , se non altro , d’ aver-
mi intere le mie vacazioni.
D. Cel. Affé affé , che voi altri patrocinatorelli
del dì d’ oggi 1’ avete tutti imparato a una
scuola cotesta canzone.
D. Enr. ( Non ci sente da quest’ orecchio ! ).
D. Cel. Ma tu hai ragione , ed io ci ho pen-
sato , e a novembre , se il Ciel mi dà vi-
ta .... mi capisci ?
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D. Enr. Ottimamente.
D. Gel. Sì SÌ , a novembre. Si avvia per entrarsene.
D. Enr. Ma per questa causa poi , dico io ,
sapete già che non mi son dato un riposo al
mondo , e che ....
D. Cel. Che che? Che vuoi dir con ciò? Dei
faticare , dei logorarti un pezzo di fegato ,
se vuoi venire in buon credito nella profes-
sione. Oh bella ! Qual cricchio ti è entrato
mo in capo ? Guardi a me , guardi ? Suda
anche tu prima il sangue che ho sudato io,
e poi .... e poi anche a te il denaro sal-
terà in tasca co’ suoi piedi. Che vuoi ? vuoi
dormire ? E chi dorme , caro mio , non pi-
glia pesci.
D. Enr. Ed io son che dormo ? E il dite in
coscienza dopo avermi veduto per quattr’ an-
ni macerar di fatiche per questa causa ?
D. Cel. In somma tu che diamine vuoi da me
stamattina ?
D. Enr. Voi mi avete promesso un compenso.
D. Cel. Sì ! sì ! te 1’ ho promesso , 1’ avrai.
Oh ! hai a dirmi altro ?
D. Enr. Vorrei sapere questo compenso ....
D. Cel. Ah ! ! ! che non mi lasci più vivere !
Che impertinenza è questa ? Sto io qui a te-
ner mercato ? Ti darò quel compenso che mi
pare e piace. Non te ne vergogni ? 0 credi
tu eh’ io stia qui in bottega a vender caci e
salami , come facea tuo padre ? Vergognati,
Vergognati , impertinente ! Entra nelle sue stante.
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— 41 —
SOE1TA Vili.
D. ENRICO , GIORGIO.
D. Enr. rimane mutolo, c guarda dietro a D. Celestino crollando la te>
«ta. All !
Gior. Che è stato ? Ila le lune a rovescio 1
D. Enrico crolla il capo smanioso.
Abbi pazienza.
D. Enr. Che pazienza ! Non mi sento proprio
da durarla più in questa casa. Ma questa
volta non me la farà , non me la farà ! La
causa 1 ’ ho difesa io , ed ei mi dee pagare.
Gior. E come no ? Te 1’ ha promesso.
D. Enr. Ne son satollo delle sue promesse, e
de’ suoi dirò e farò. Fatico e fatico , e co-
stui infine non vuol pagarmi che di chiac-
chiere ; e non gli si può toccar questa cor-
da , che subito nelle furie, e a farmi mille
tragedie in capo !
Gior. Pensa di vincere questa causa tu.
D. Enr. Sissignore , io vincerò la causa , ed
ei si spolperà il cliente.
Gior. No : le cose non andranno sempre al suo
verso.
D. Enr. Eh, che ci son nato con la gabella di
tutte le disgrazie addosso !
Gior. ( Ah ! ! ).
D. Enr. I bei conti eh’ io mi faceva ! Dopo tan-
ti sudori dovrei pur ora essere qualcosa al
mondo ; dovrei poter vagheggiare anch’ io qual-
che fantasia che mi passi per la testa. Ah !
A
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— 42 —
ma niente : la fortuna sempre calva è per
me ; e finche starò in questa casa , sempre
alla coda del tribunale io !
Gior. Tu mi strazii il cuore a dirmelo. Ma-
ledetta la prima ora che il conobbi ; che dopo
avermi messo in un mare di liti per man-
sparsi la roba mia , ci vuol fare anche schia-
vi ora. Doveva saperlo! Meglio limosinando,
che venir a servire a questo ciuffo di giudeo.
D. Enr. Deh , caro padre , lasciamo stare que-
st’ altre malinconie.
Gior. Ma la lingua non mi s’ è ancora seccata
in bocca , no.
D. Enr. Parole a’ morti.
Gior. E se .... Ehl.il Cielo mi aiuterà.
D. Enr. Così sia ; ma in fede di buon galan-
tuomo troverò io modo di farla finita con
questa miseria d ; uomo. Entra.
SC3WA IZ.
GIORGIO.
Ah ! a quale stato ti ho io ridotto ! E tu
potresti nuotar nelle ricchezze ! Ma che altro
ti poteva far io che amarli come un figlio ? che
tonni per te il pane della bocca? Avrei io for-
se potuto rompere un giuramento ? tradire il
mio benefattore ? Ah ! ma il Cielo è giusto !
domani .... sì , perderà D. Roberto ; e con
qual coscienza potrebb egli ostinarsi a tener più
il segreto ? Ma s’ ci non parla , son io qui ad
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— 43 —
alzar la voce che tutti mi sentano. Non mi ter-
ranno le catene ! Entra per 1’ uscio dì mezzo.
SC31TA Z.
D. CELESTINO.
Se n’ c andato ? Oh !! — E pure s’ io non
10 sento con queste orecchie .... Alla fine,
non ci burliamo, è qualche annetto che ho so-
nato i miei sessanta ! Oh ! ma ciò poi che fa ?
11 sangue per bacco mi grilla e gorgoglia an-
cora nelle vene. Son vegeto, florido, dritto ,
leggero . Cammina affettatamente in punta di piedi. E poi, tut-
to sta a muoversi con garbo , ad atteggiarsi a
parlar con grazia , guardandosi in uno specchio: Signori-
na , siete troppo gentile , con affettazione di galanteria.
SOB1TA ZI.
Giorgio dalt uscio d' ingresso, d. celestino.
Gior. ( Vedete che vecchio pazzo ! ).
D. Cel. come sopra: Ed io troppo fortunato ! . . . «
Sì , troppo fortunato !
Gior. Hem hera !
D. Cel. Chi è là ?
Gior. Signore ....
D. Cel. La febbre che t’ afferri ! Vorrei sape-
re chi ti ha insegnato a entrar così tutto a
un tratto senza chieder permesso ? Che è ? su ,
.. escine col malanno ; che t’ occorre ?
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— 44 —
Gior. È il Conte del Vallo alla porta che vuol
parlarvi.
D. Cel. E a quest’ora mi si viene a romper
la testa ? Non do udienza a nessuno.
Gior. Andrò a dirgli che torni domani, sì avvia.
D. Cel. Ehi ! ehi là , dico !
Giorgio torna.
Fallo entrar qui , e dammi una occhiata a
queste carte.
Giorgio entra.
Mi sei venuto proprio a taglio : te ne vo-
glio far leccare il muso e le dita. Entra a sinistra.
SC21TA Zìi.
GIORGIO , D. ROBERTO.
Gior. Signore , si compiaccia d’ attender qui
un momento.
1). Rob. passeggiando : ( Il cuor mi dice che il si-
gnor avvocato mi guasterà l’ affare. ).
Gioii. ( E questi è quel I). Roberto ? Oh co-
me è mutato ! ).
D. Rob. ( Accordi , paci , transazioni per uo-
mini come lui parole di scomunica ! ).
Gior. ( Questa visita .... ).
D. Rob. ( Maledetti ! Un pover uomo che lor
capiti fra le unghie , addio ! Le midolle delle
ossa se ne vogliono succhiare , e poi man-
darlo a’ loro discendenti in fedecommesso. ).
Gior. ( Non so che farmi. ).
D. Rob. ( Non ne spero più niente : la pera
è matura , e convien eh’ ella caschi. ).
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— 45 —
Gioii. ( Se mi do a conoscer ora ....).•
D. Rob. ( Ma quel tanghero di D. Bernar-
do .... Oh , anche per lui verrà il nodo
al pettine. Il vero padrone 1’ un dì o V al-
tro uscirà ; ed io stesso .... ma ....
e dove cercarlo ? a chi domandarne ? ).
GlOR. ( Se fossi Certo .... Guarda verso dentro. Non
è il momento. ).
D. Rob. ( Ah , quel Giacomo ! A non darme-
ne una notizia mai ! Ventiquattro anni di si-
lenzio? ) — Buon uomo, è stato qui pocanzi
1). Bernardo Daula?
Gior. E stato qui , sissignore.
D. Rob. ( Costui! .... lo fissa attentamente. Non mi
è faccia nuova costui! ).
Gior. ( Mi va squadrando cpn tropp’ atten-
zione ! ).
D. Rob. lo guarda di nuovo. ( Diamine! ) — Ditemi un
poco • • • •
scaiTA zui.
D. celestino in ab ilo da uscire y
D. ROBERTO , GIORGIO.
D. Cel. Son qui a’ vostri ordini.
D. Rob. Vi riverisco, stimabilissimo signor D.
Celestino. Son venuto a disagiarvi a questa
ora indiscreta ; ma ... .
D. Cel. Niente affatto. Sedete, vi prego.
Giorgio avvicina le sedie , e D. Celestino e D. Robert» seggono.
Giorgio , non abbiamo più bisogno di te qui.
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Gior. « rilira e si pone ad origliare. ( Debbo saper di
che si tratta qui ! ).
D. Rob. È pugliese questo vostro cameriere ?
D. Cel. Così dice.
Gior. ( Mi ha riconosciuto ! ).
D. Rob. Mi ha l’aria d’ un buon uomo.
D. Cel. Peh ! — Ma orsù , veniamo a noi.
D. Rob. ( È desso com’ io son qui ! ).
D. Cel. In che posso servirvi , caro signore?
D. Rob. Signor D. Celestino, vi parlo con tutta
schiettezza : io vedo che la fortuna è per
dichiararmisi nemica; ma voi dovete tuttavia
considerare che 1’ ora della decisione non è
ancor giunta.
D. Cel. Certamente, ma giungerà.
D. Rob. Che i giudici non han dato ancora i
loro voti.
D.Cel. Certamente , ma li daranno.
D. Rob. In somma io mi affido tutto alla vo-
stra probità ed onoratezza ; e son persuaso
che da quel buono ed onesto avvocato che
siete , vogliate aver a grado di veder riu-
scire a concordia questa lite , e rannodarsi
così fra due parenti legami di benivoglienza
ed amicizia.
D. Cel. Tirate innanzi.
I). Rob. Io vengo a proporvi una transazione.
Gior. ( Oimè ! ).
D. Cel. Ah ah ah !
D. Rob. Ma finché la sentenza ....
D.Cel*. Oh, via! Scherzate eh?
P. Rob, Ma come ? . . . .
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— 47 —
D. Cel. Ah ah ah! farete molto bene , il mio
caro signore, a torvi questo farnetico del capo.
Gior. ( Mancomale! ).
D. Rob. Ma dovreste pensare ....
D. Cel. Orsù , signor mio , io non ho voglia
d’ inacetirmi il sangue.
D. Rob. Adagio , non vi sdegnate , D. Cele-
stino.
D. Cel. Neanche parlarne , neanche parlarne ,
levandosi da sedere.
D. Rob. Ebbene , non se ne farà niente ; ma
un’altra parola , T). Celestino.
D. Cel. Uf ! siede. Sbrigatevi: non ho tempo da
perdere.
D. Rob. cava una poiuia. Questi son tremila ducati,
che andrebbero a conto delle spese da voi
fatte. E questi, cavando un'altra polirla , per OTU SO-
no altrettanti a riconoscenza della vostra me-
diazione , porgendole entrambe a D. Celestino.
Gior. (Seimila ducati! ).
D. Cel. le prende , le guarda e le pone ani vicino scrittoio. Non
può essere , assolutamente non può essere.
D. Rob. Quanto al compenso e al palmario che
vi spettano , non vi sì torrà neanche un grano.
Gior. ( Oimè ! gli ha ben toecato il tasto ! ).
D. Cel. ( Il partito veramente ....).
D. Rob. Più anzi di ciò che vi spetta.
D. Cel. ( Oh via! qui si tratta di mia moglie! ).
D. Rob. f Ho fatto il colpo ! ).
D. Cel. ( Si tratta de’ figli miei! ).
D. Rob. Io non pretendo altro che i beni di
Puglia 5 e se V opera vostra ....
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D. Cel. levandosi in furia: Voi che dite? voi che dite?
D. Rob. Ebbene , fate voi stesso ....
I). Cel. Che cosa ?
D. Rob. Io condiscenderò a tutto ....
D. Cel. Ed io a niente, niente vi dico, nean-
che un palmo di terreno.
D. Rob. Ma questa ostinazione, perdonatemi . . .
1). Cel. Così mi piace, così voglio.
1). Rob. Ma questo è un operar senza ragione.
1). Cel. Non debbo dar conti a nessuno io; e
voi siete un impertinente che venite a ingiu-
riarmi così in casa mia.
D. Rob. Non ho che dirvi : ho il torto. Ma
spero pure, aliandosi, aver tanto in mano da far-
vi pentire di siffatta caparbietà , D. Cele-
stino .
1). Cel. Ne ho tanto piacere.
1). Rob. Sotto cenere è un fuoco che divamperà,
divamperà sì , ed io stesso sbragerò questo
fuoco ; dovessi anche scottarmene le mani.
Gion. ( Buono , buono ! ).
1). Cel. Scotta tevele pure alla buon ora , ma
lasciatemi vivere lasciatemi.
I). Rob. A rivederci , a rivederci.
]D. Cel. A buon viaggio. — Giorgio ! Giorgio !
Gior. Son qui.
I). Cel. Aprite la porta a quel signore — ( Al-
, le forche tu e i tuoi spauracchi ! ). Entra nelle $ ue
stame.
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— 49 —
SC31TA ZIT.
GIORGIO, D. ROBERTO.
D. Rob. guardando fisalamente Giorgio : Giacomo !
Giorgio gli fa segno di non gridare.
Tu qui ?
Gior. Qui , ma fedele.
D. Rob. E il fanciullo ?
Gior. Anche qui.
D. Rob. Lodato il Cielo! Ma .... e non sa
egli?
Gior. Nulla : ei mi tiene per suo padre.
D. Rob. Ma tu ... . non t’imbarcasti tu? non
ti vidi io stesso ?
Gior. E vero ; ma una burrasca ne respinse a
terra , e . . . .
33. Rob. E tu ?
Gior. Da quel punto mi ammalai gravemente;
e dopo .... ma or non è tempo : ho bi-
sogno di parlarvi a lungo.
D. Rob. E anch’io. Ma sappi che l’ora di sco-
prir tutto è sonata.
Gior. Tutto ?
D. Rob. Sì.
Gior. Oh benedetto !
D. Rob. Io ti aiildai un ritratto ?
Gior. L’ ho qui : eccolo, sì scuopre il srs».
D. Rob. Bene , bene : domani sarà chiarito tut-
to , e la roba tornerà al suo padrone. Entra.
Gior. Ah ! Sarò libero finalmente da questo tar-
lo che da ventiquattro anni mi rode il cuo-
re ! Entra.
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— 50 —
SC31TA ZT.
CAMBIAMENTO.
Salotto nella casa della Contessa come nel pri-
mo atto.
laurexxa ricamando un fazzoletto a mano 9
LA CONTESSA.
Laur. Un’ altra cosa , zia : che vuol dire che
si dee aspettar che si vinca la lite ? Vuol
dire che' se si perde , non mi sposerà. Dun-
que egli noi farebbe per amore.
Cont. In questo tu dici male. Anzi io gli do
ragione } e 1’ approvo. Se la cosa si fosse
andata divulgando, che sai tu quante dicerie
si potrebbero sentire appresso? Che queste,
ad esempio , son nozze patteggiate; ch’egli
avea tolto a difender la causa per aversi la
cliente in compenso , e che so io ?
Laur. Sì , dite bene ; ma ... .
Cont. Con me per lo contrario non v’ era al-
cuna ragione d’ usar tanto mistero.
Laur. Così pare anche a me. — Guardate, zia,
come vien bello questo disegno , indicando il la-
voro alla Contessa.
Cont. Sì , davvero !
Laur. Se potessi finirlo per oggi !
Cont. Si finirà : or farò portare il telaio , e ti
darò anch’io una mano.
Laur. Gli piacerà , che dite ?
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__ 5 ,
Cont. Se gli piacerà ? gli piacerà pur troppo.
E poi .... la mano che gliel’ olire ! . . . .
Entra.
SO SITA ZVI.
LAURETTA.
Ah ! Quanto volentieri Io rivedrei ! E così
amabile ! Ma il birbante come la seppe far ieri
con quel pretesto delle carte per vedermi ! —
Quanto mi grava star così su la corda ! Chi
può dire che la causa sta mane si vinca certo ?
Sarà poi come dice la zia, ma mi sa male ve-
dergli usar queste finzioni , queste soppiatterie.
È avvocato !
SCE1TAX7IL
d. Enrico dalT uscio a destra , Lauretta.
D. Enr. ( Sola ! Oimè ! ) — Non so, signorina ,
se la mia visita possa riuscirvi importuna.
Laur. Oh ! siete voi qui ?
D. Enr. Ma la speranza , il desiderio di tro-
varvi al tutto bene mi hanno quasi tratto qui
per forza.
Laur. Siete veramente obbligante. Ma . . . .
aitandosi , non volete sedervi ?
D.Enr. Ecco ecco, volentieri. Prende una sedia e siede.
Il riposo vi ha dunque ben giovato mi pare.
Laur. Sì.
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— 52 —
D. Enr. Ne godo. Eh sì , che a quest’ aria ,
a questo bel cielo di Napoli non ne poteva
esser altro.
Laur. Gli è così davvero.
D. Enr. E che dite voi del consiglio di vostro
padre di non tornarsene più a Scilla ?
Lalr. Da un lato mi piace.
D. Enr. E da un altro no , e vi do ragione :
il luogo ove si nasce non si abbandona mai
senza rammarico.
Lalr. Questo è certo.
D. Enr. Oltrachè per voi chi può dire che il
soggiorno di qui non sia anche .... volete
che vel dica?
Laur. Che cosa ?
D. Enr. Un esilio.
Laur. E come ?
D. Enr. Io non 60 ; ma se per esempio aveste
lasciato in quei lidi lontani un caro pensie-
ro , una memoria ....
Laur. V’ingannate : le mie memorie e i miei
pensieri gli ho portati con me tutti.
D. Enr. Tutti?
Laur. Certamente.
D. Enr. E voi allora , perdonatemi , voi dove-
t’ essere una crudele.
Laur. Perchè ?
D. Enr. Oh no no ! che ho mai detto ? voi
crudele ? Ma dovrei io dunque credere che
lira quanti han dovut’ esser tratti dalla vostra
bellezza ad amarvi , niuno abbiate voi incon-
trato che fosse degno d’ indurvi non dico a
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— 53 —
riamarlo , ma ad avergli pietà , a volgergli
ora da lontano un pensiere ?
Laur. ( Il furbo ! ). Io , signore , non ho al-
. cun merito che possa ....
D. Enr. Che dite? e vi potrebb’ esser mai uo-
mo al mondo che vi vegga , e non vi ami ,
non vi adori ?
Laur. Forse come non vi sarà donna a cui non
si facciano di simili complimenti.
D. Enr. E a voi ? .... Ah no ! è il mio cuo-
re che vel dice. Ma voi ve ne turbate ? Te-
mete forse non io vi confessi d’ amarvi ?
Laur. ( Ah ! se mi amasse davvero ! ).
D. Enr. Deh , Lauretta , non ve ne sdegnate
se v’ amo.
Laur. Voi dunque mi amate ?
D. Enr. Se vi amo , Lauretta ? se vi amo ?
Laur. Davvero mi amate ?
D. Enr. Oimè! son io dunque un bugiardo ?
Laur. Non dico questo ; ma ... .
D. Enr. Ebbene, quale altro segno ve ne po-
trei dar io ? qual pruova ?
Laur. Volete sapere?
D. Enr. Dite , sì sì , dite !
Laur. Allora soltanto vi crederei . . • «
D. Enr. Sì ?
Laur. Quando vi decideste ....
D. Enr. A che?
Laur. A sposarmi in questo punto.
D. Enr. A sposarvi in questo punto ? — - ( Que-
sto sarà un sogno ! ).
Laur. Vi smarrite ora?
5
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— 54
D. Enr. Deli , Lauretta mia , non mi burlate.
Laur. Io vi parlo da senno.
D.Enr. A sposarvi in questo punto?
Laur. Aspettate dunque che si vinca la causa?
D. Enr. Io ? Ah Lauretta !
Laur. E volete voi eh’ io vi creda?
D. Enr. Ebbene , da questo punto dunque sia
vostra , vostra per sempre la mia mano , il
mio cuore ....
SC31TA XTIXI.
LA CONTESSA , LAURETTA , D. ENRICO.
Cont. Bravo , bravo ! siete venuto a pigliarvi
i buoni auguri ?
D. Enr. Questo appunto.
Cont. E noi ve li facciamo di buon grado.
D. Enr. Ed essi son già per me un decreto di
trionfo. .
Cont. piano a Laureua; Non ti ama eh? — Non vo-
lete sedervi ?
D.Enr. Grazie, signora Contessa ; è già un
po’ tardi per me.
Cont. Avete ragione. E D. Bernardo verrà an-
ch’ egli al tribunale ?
D. Enr. Non so. A proposito , egli non è in
casa ?
Cont. E voi non 1 avete incontrato ora ?
D. Enr. No.
Cont. Poco fa si è avviato a casa vostra.
D.Enr. Ma che? mi dovea dir nulla?
/
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— 55 —
Cont. Non so. Ma voi non avete mandato a
chiamarlo ?
D. Enr. No.
Cont. Possibile !
D. Enr. Sarà stato forse D. Celestino.
Cont. D. Celestino ?
Laur. ( D. Celestino !. ).
Cont. E voi dunque ? . . . .
D. Enr. Io non lo avrei incomodato certo :
sarei sempre volato qui cento volte.
Laur. ( Che sento ! ).
D. Enr. Ma gli avvocati del suo grado non
fanno mai di simili spropositi.
Cont. E .... ( Qual sospetto ! ) — mi par
che abbiate il torto : non fu egli che venne
ieri a visitarci , e ? ....
D. Enr. E vero; ma egli venne a visitare due
gentili signore ; e volete chiamarlo spropo-
sito ? .
Laur. piano alla Contessa: Zia!
Cont. piano a Laureila: Zitto ! — Ma ditemi di gra-
zia , in questa causa chi propriamente è l’av-
vocato ?
D. Enr. Ah ah! veramente è un po’ difficile . . .
Cont. Se voi , come ci avete detto ....
D. Enr. Avete troppa ragione ; ma ecco : fi-
guratevi una guerra: io sono il soldato che
assalta e respinge il nemico , ed egli il ge-
nerale che comanda. Sebbene veramente egli
- non l’abbia fatta qui che da quartiermastro.
Laur. piano *n a contessa: Che imbroglio è questo ?
Cont. Dunque voi difendete la causa , ed e-
gli? ....
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D.Enr. Ed egli è 1’ avvocato in capo , pre-
cisamente così. Ma non ve ne maravigliate:
non è il primo esempio.
Cont. ( E qual rimedio ? ).
D. Enr. Io vo intanto a fare il mio dovere ;
e vi andrei ben lieto , se non mi affliggesse
il pensiere di aver ora perduto innanzi a voi
il titolo che forse mi facea degno della vo-
stra stima.
Cont. Anzi ....
D. Enr. Voi ora non vedete più in me 1’ avvo-
cato principale della causa.
Cont. De’ fatti si fa stima , non del nome.
D. Enr. Ed io co’ fatti cercherò dunque meri-
tarmela. Eolia.
S C E IT A ZIZ.
LA CONTESSA , LAURETTA.
Cont. dopo breve «Uenrio: Hai inteso ?
Laur. Io son fuori di me ! Ma come va ? E
Lucia ? . . • « non ci venne ella a dire che
, . era il medico ?
Cont. Io trasecolo ! — Lucia ! Lucia !!
Laur. Oh me sventurata!
Cont. Lucia !!
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— 57 —
SC31TA ZZ.
LUCIA , LA CONTESSA , LAURETTA.
Lue. Signora.
Cont. Chi ti disse ieri che quel signore che
Tenne con D. Bernardo era il medico ? Ba-
lorda , rispondi.
Lue. Nessuno per verità ; ma ... .
Cont. Ebbene?
Lue. Misera me , e non si vedeva ?
Cont. Come ?
Lue. L’ abito , la figura .... E poi parlava
di medicine per la signorina qui .... Oh !
come non era il medico ? A sentir quel suo
latinorum mi parve udir proprio quel tristo
del dottor Sanguisuga , quando cavò morto
mio padre da un bagno d’ acqua bollente :
ah! povero padre!
Cont. Sconsiderata ! e lingua tu non ne avevi ?
Lue. Che lingua , se quel manigoldo vel cac-
ciò dentro per forza?
Cont. Che ho a far io di tuo padre e del ma-
lanno , storditacela ? Non avevi lingua , ti
dico , per domandare chi era quel signore ?
Lue. Ah ! mortificata. Perdonatemi , non ci pen-
sai. Non era il medico dunque ?
Cont. Va via , va via : non mi star più a far
perder la testa.
Lue. Ci avrei giurato.
Cont. Va via !
Lue. ( Ma che gran cosa poi! Gli avessi tolta
la stima alla fine ? ). Enti*.
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— 58 —
S O 3 IT £ ZZI.
LA CONTESSA , LAURETTA»
Cont. Peggio non potea farla.
Laur. E come fare ora ?
Cont. E che ne potevamo saper noi che la
causa la difendessero a due ?
Laur. Oddio ! e mio padre ? Egli è così du-
ro , così severo !
Cont. Questo !!
Laur. Ah ! Ma faccia e dica ciò eh’ egli vuo-
le , io quel vecchiaccio non lo sposerò mai.
Cont. Certamente.
Laur. E impossibile! Ma che dirà mio padre?
e l’ avvocato ? .... Oh trista me , io son
perduta !
Cont. Nipote mia , qui ci vuol coraggio. Si
spiegherà la cosa com’ è , ed essi dovranno
darsene pace.
Laur. Oh non ci fossi mai venuta !
Si ode toMir didentro.
Cont. Ecco ecco tuo padre.
Laur. Oimò !
Cont. Non ti smarrire : parla con animo fermo.
Laur. E voi mi lasciate ?
Cont. Ei crede eh’ io non ne sappia niente ,
e potrebb’ esser peggio , m’ intendi ?
Laur. Oh misera me !
Cont. Coraggio ! Andando»™ Quale imbarazzo !
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— 59 —
SC31TA zzn
d. bernardo dal ? uscio a destra , lauretta.
Laur. ( Io tremo tutta : non so che fare , non
so che dire. ).
D. Ber. Buon giorno, buon giorno.
Laur. Ben tornato. ,
D. Ber. Ah! che sono stanco. siede. Vienqua:
ho più d’ una coserella a dirti. Che cos’ è ?
Non mi dici nulla ?
Lauretta siede. .
Che? ti senti male ?
Laur. Nossignore.
D. Ber. E che hai dunque ? Non so come ti
veggo ! ( Quel diavoletto d 1 amore ! ). Eh !
sta allegra : questo è giorno d’ allegrezza. E
poi senti qua : ho veduto il nostro signor
avvocato: ti saluta ....
Laur. ( Che rabbia ! ).
IL Ber. Che è ? sei mesta ? Via , via mo : ei
di breve sarà qui : verrà ad annunziarci la
vittoria. E guarda, guarda il pegno che te
ne manda. Le mostra un anello.
Laur. ( Ah ! ).
D. Ber. ( Non ci è che fare: è primo amore. ).
— Tien qua : ohe bell’ anello ! guarda: dam-
mi la mano.
Laur. Perdonatemi .... non posso accettarlo.
D. Ber. Ah ?
Laur. Non posso accettarlo,
li. Ber. Lo puoi, lo puoi.
Laureila se uc sdegna.
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— 60 —
%
Perchè te ne turbi ? E cosa che ti viene per
man o di tuo padre, e da chi debb’ essere tuo
.sposo.
Laur. Non è vero.
D. Ber. Che ? che dici tu che non è vero ?
Lauretta piange.
E che viene a dire mo quel pianto ? Lauretta!
Laur. Non lo voglio.
D. Ber. Non lo voglio! Come non lo voglio?
Laur. Voi non sapete ....
D. Ber. Che ho da sapere? Su, rispondi, che
ho da sapere ? Non mi dicesti tu tanto di sì
ieri ? Che vuol dir ciò ? Vuoi farmi uscir
matto ? Rispondi , su !
Laur. Ma io ....
D. Ber. Che, che? rispondi!
Laur. Io mi credeva tutt’ altro ieri.
D. Ber. Che altro ti credevi tu? parla!
Laur. Credeva che V avvocato fosse quell’ al-
tro ... .
D. Ber. Quell’ altro? chi altro ? chi è mo que-
st’ altro ? chi ? per amor del Cielo !
Laur. Quei che venne a pigliarsi le carte.
D. Ber. ( Oh diavolo ! ) — E come, e tu non
avevi già veduto prima chi era Y avvocato tu?
Dì’ di’, non l’avevi tu veduto?
Laur . Sissignore , ma . . . .
D. Ber. Ma che ? ma che ?
Laur. Lucia ....
D. Ber. A che c’entra qui Lucia ?
Laur. Ci venne a, dire ch’era il medico.
D. Ber. ( Pollare ! ) — Maledetta Lucia ! Cli$
medico e medico mi stai a contare ?
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— 61 —
Laur. E anche la zia ... .
D. Ber. Che fa la zia ?
Laur. Anch’ ella credette cosi.
D. Ber. Che maledizioni dici tu?
Laur. Sissignore.
D. Ber. Orsù, io non voglio sapere nè che zia,
nè che medico , nè che il fistolo che ci col-
ga. Ho data la mia parola , e non m’importa
niente affatto a me di queste diavolerie. D.
Celestino doveva esser tuo sposo , ed egli
sarà. E certamente egli è uomo come ogni
altro , e meglio anche degli altri. Nè io mi
avrei sognato mai di darti per marito un dì
cotesti ridicoli giovinastri del dì d’ oggi che
sog'iono essere il rompicollo delle mogli; ben-
sì un uomo di conto, giudizioso, costumato.
— Su dunque , prenditi 1’ anello.
Laur. Ma , caro padre ....
D. Ber. Prendi qua ti dico !
Laur. Come potrei io amarlo colui ?
D. Ber. Ah, tu sei da capo a farmi arrabbiare ?
Laur. Ma, padre mio ....
D. Ber. Bene bene , non ne voglio saper al-
tro ; penserò io. Ostinati , sventateli ! Olà,
toglimiti davanti: a questo punto ! e non du-
bitare , chè saprò io come farmi ubbidire.
Laur. ( Meglio la morte ! ).
D. Ber. Ritirati alla tua stanza : mi senti o no?
Lauretta ai avvia.
E vo’ veder io qui chi ha messo mano a in-
trigarmi questa matassa , la vedrò io! Entra.
Laur. Oh poveretta me !
. Fine del secondo alto.
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SC31TA I.
Casa della Contessa come nclV alto primo .
D. BERNARDO.
Maledette le carte e quel diavolo che mi ten-
tò di mandarmele a prendere ! Ah ! m’ avessi rotte
le gambe io alla malora! Io son disperato , di-
sperato senza rimedio ! E come cavarmi da que-
sto inferno? Che gli potrò io dire? E i miei tren-
tamila ducati ? Oh povero me !
SC31TA II.
D. BERNARDO , LA CONTESSA.
D. Ber. E la signorina? non viene la signorina ?
Cont. Or ora verrà : poverina ! non fa che
piangere.
D. Ber. Che pianga : si stancherà. La mia fi-
gliuola docile ! Sissignore! docile , ubbidien-
te , perchè credeva che le parlassi del bel
giovanotto.
Cont. Ma ciò è naturale.
D. Ber. E se n’ è incapricciata, si sì, la mia
quietina.
Cont. Non sarebbe poi una grande stranezza se
la povera ragazza gli avesse posto un pen-
siere.
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D. Ber. Che che che ?
Cont. Ella vedeva in lui il suo promesso.
D. Ber. Ma oramai ella conosce chi è e chi non
è ; e dovrebbe quietarsene ; dovrebbe farsi
capace eh’ io non mi ho giocato il cervello
per darla a uno spiantato awocatuzzo senza
nome.
Cont. In ciò avete tutta la ragione ; ma do-
vete pur confessare che a sposar quel vec-
chio sarebbe un troppo gran sagrifizio.
D. Ber. E dee farlo : che in grazia sua mi tro-
vo col collo io in questo capestro. E voi che
ora conoscete tutto, volete eh’ io metta a ci-
mento il mio decoro , la mia pace ?
Cont. Io vi compatisco , ma . . . .
D. Ber. E i trentamila ducati? E in fin de’conti
non li perderebbe anch’ essa ? o me li por-
terei io in tasca all’altro mondo oh? E tutto
questo perchè ? per un capriccio , per un ca-
priccio !
Cont. E una disgrazia! Ma infine, D. Bernar-
do mio , meglio cento volte è perdere il da-
naio che non una figlia.
D. Bejj. Via mo, che non la perderemo, non
la perderemo.
Cont. (L’interesse guasta anche il cuore d’ un •
padre ! ).
D. Ber. ( Anche costei ? ).
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— 65 —
scsiTA in.
UAURETTA , D. BERNARDO , LA CONTESSA.
Cont. Ecco qua Lauretta.
Laureila si ferma con gli occhi a terra.
D. Ber. Avvicinatevi : sedete.
Lauretta siede fra il padre e la sia.
Io mi era determinato di non vedervi più ;
ma il desiderio del vostro bene mi consiglia
a parlarvi per 1’ ultima volta.
SCBHA IT.
D. CELESTINO , LAURETTA , D. BERNARDO ,
LA CONTESSA.
D. Cel. da dentro : Dove sono ? dove sono ?
D. Ber. Uh peste !
Cont. ( Meglio ! ).
D. Cel, M’inchino profondamente al signor Conte
del Vallo , ed all’ amabile signora Contessi-
na. — Abbiamo vinto, corpo della luna! —
Signora Contessa , fateci festa , rallegratevi
con noi — trionfo pieno !
Cont. Evviva , evviva !
D. Cel. Vittoria! vittoria !-— Caro D. Bernardo!
D. Ber. Bravo, sì sì, bravo!
D. Cel. Abbracciami , mio caro amico.
D. Bernardo abbraccia D. Celestino.
Viva la giustizia ! viva la legge! — Oh ! la-
sciate che mi segga un pochetto, lasciatemi
rifiatare. 6
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D. Ber. Qua qua : avete ragione. Lo fa sedere al ano
posto, ed ei va a sedere al lato opposto.
D. Cel. Ah ! eh sì ! gliel’ abbiamo fatta ! Ah
ah ! 1’ ex-signor Conte ! E quel mangiapro-
cessi di D. Ambrogio ?
D. Ber. E . . . . dico, gli altri capi dell’ ap-
pello 1 ... .
D. Cel. Si è ammesso tutto per lungo e per
largo. Decisione aurea , sublime ! Tutti a
bocca aperta : mi hanno assediato , mi han-
no stordito ; ma io non badava più a nulla:
son corso , mi son precipitato. — Ma che
cos’ è ? Voi non vi movete ! Su, allegri ! si-
gnor Conte ?
D. Ber. Anzi troppo ....
D. Cel. Olà ! più brio , più fuoco !
D. Ber. Anzi .... sissignore !
D. Cel. Signora Contessa ? Ebbene , Contessi-
na ? . . . .
Cont. E la sorpresa , signor avvocato.
D. Ber. Questo è , la sorpresa.
D. Cel. È vero, è vero. — - ( Or vorrei bel bello
entrare in materia ! ). — Signor D. Bernardo,
mio signor Conte, permettetemi un po’ eh’ io
vi parli ora d’un altro affare.
D. Ber. ( È andata ! ).
Cont. ( Che guaio ! ).
D. Cel. D’ un affare , dico , che occupa il mio
cuore e i miei pensieri da troppo lungo tempo.
Laur. piano alla Contessa : Oimè !
CoNT. piano a Lauretta: Coraggio !
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— 67 —
D. Ber. piano a D. Colettino: D . Celestino ; IlOD IDI par
questo il momento : sarebbe meglio ....
D # CeL. piano a D. Bernardo: LaSCiateYl Servire. Il
giorno , signor Conte , per me ardentemente
sospirato è giunto 5 ed io son molto conten-
to di potervi porgere alla presenza della vo-
stra riguardevole parente e mia padrona ve-
nerata , la signora Contessa del Vallo , una
preghiera che per lungo tempo ho covato
nell’ animo , e che ora alla vista incantevo-
le dell- adorato oggetto delle mie diuturne
speranze , è impossibile , ehm ehm ehm !
è impossibile, dico, ch’io più la trattenga.
Io dunque nella forma più solenne , et mo-
re maiorum , come si suol dire , vi doman-
do la mano della vostra figliuola qui pre-
sente. Piano a D. Bernardo: Che Ve ne pare eh ?
D. Ber. Molto volentieri : questo anzi è un
onore che voi ....
D. Cel. Fuori , fuori le cerimonie. Ma innan-
zi a tutto mi è necessario ottenerne il con-
senso della parte interessata, Fa l’ occhietto i«r
mostrar d’ esserne sicuro. Senza di che quest’affare
potrebbe tenersi come rcs inter alios acta.
Cont. ( E stai fresco ! ).
D. Cel. Dico bene , signora Contessa ?
Cont. Eh ! affermando.
D. Cel. Che me ne dite dunque, signora Con-
tessina ?
D. Ber. Oh ! ella se ne terrà molto onorata.
D. Cel. ( Si vergogna, poverina ! ). — Io dun-
que dal vostro grazioso labbro aspetto la mia
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— 68 —
sentenza , la sentenza che sola può liberarmi
da’ tormenti di quel fuoco che un solo vo-
stro sguardo mi ha saettato nel cuore.
Cont. ( Povero imbecille! ).
D. Beh. Lauretta ! non rispondete ?
D. Cee. Pronunziatemi un sì , solo un sì : la-
sciatemi aver questa grazia.
D. Ber. ( Non so chi mi tiene !....).
Cont. ( Il tempo si mette male ! ).
D. Cel. ( Non risponde: è il troppo amore! Io
son liquefatto ! ).
D. Ber. Signor D. Celestino, ella è un po’ im-
barazzata , come vedete, ma ... .
D. CEL. piano a D. Bernardo: Sì SÌ , la poveretta.
I). Ber. Ma voi potete esser sicuro che molto
volentieri ella seconderà il vostro desiderio,
e, con voce ferma, il mio.
D. Cel. Io dunque son vostro , o carina; e voi
sì , voi sarete ....
Laur. aitandosi : lo, signore, non sarò di nessuno.
D. Ber. ( Oimè , son perduto ! ).
Cont. ( Ci siamo ! ).
Laur. E se mio padre vi ha data la sua pa-
rola ....
D. Ber. aitandosi : Olà! taci, arrogante insensata.
— Caro amico, ella non sa che si dire : non
le date retta : ella vi dovrà sposare o vuo-
le o non vuole. — a Lauretta: E se no, fra quat-
tro mura in eterno !
CONT. si alta , e piano a Laureila: ^ Amino !
Laur. Ma, padre mio, qual male vi ho io fatto
che voi mi vogliate ?...
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— 09
D. Ber. Levamiti davanti , sciagurata !
D. Cel. (Per la morte! qui non si scherza!).
D. Ber. Ma penserò io , penserò io come ri-
durti alla ragione e al dovere.
Cont . piano > Lauretta; Lascia dire , non temere.
D. Cel. D. Bernardo !!
D. Ber. Non le badate.
D. Cel. Come non le badate ?
D. Ber. Il padrone son io.
D. Cel. E che mi ho da sposar voi io ?
D. Ber. Non dubitate , lasciate far me.
D. Cel. Mi maraviglio di voi, signor D. Ber-
nardo ; e di me che vi ho tenuto finora per
un galantuomo.
D. Ber. E tal sono , o signore.
D. Cel. Ma io non sono , non sono il barba-
gianni che vi pensavate uccellare , no !
D. Ber. Ma qual ragione avrei io ? ....
D. Cel. Non serve , non serve : la so io la ra-
gione ; or che si è vinta la causa? ora mi
scappate su con siffatte gherminelle ?
D. Ber. Sono un galantuomo , vi dico.
Cont. Signor avvocato, vi prego di calmarvi :
D. Bernardo ha ragione , ed egli non vi ha
detto che la verità.
D. Cel. Starno a vedere che il torto l’ho io I
Cont. Sappiate dunque che ieri venne qui D.
Enrico a prendersi talune carte ....
D. Cel. E sì , e che fu ?
Cont. Noi non sapevamo chi fosse ; ma ei ci
parlò della causa , e ce ne parlava come se
la difendesse ei proprio , come in fatti ei
1’ ha difesa.
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— 7o —
D. Cel. ( Ah briccone ! ).
Cont. Noi non sapevamo nulla, e . . . .
1). Gel. E beh ?
Cont. In somma noi credemmo che l’ avvocato
foss’ eg’i ; e tutto ciò che mia nipote disse
e promise ieri al padre non si riferiva che
a lui.
I). Ber. Ecco perchè ! . . . .
D. Cee. Ah maledetto !
Cont. E non prima di stamane dal suo parla-
re ci siamo potute accorgere dell’equivoco.
D. Cel. Che che che? ci è tornato il mariuo-
lo ? ci è tornato eh ? Si ci è messo a piè e
a cavallo il cane assassino ? A me questo ?
. A D. Bernardo: Ma voi, voi !.. .
D. Ber. Io ?
I). Cel. No , egli , egli ! . . . .
I). Ber. Che sapeva io ? ....
D. Cel. Egli, sì! lo conosco: è sua farina, sì.
Cont. Ma egli non c’ entra per niente.
D. Cel. Lo conosco , lo conosco.
SCEHA T.
D. ENRICO, D. CELESTINO, D. BERNARDO, LA
CONTESSA, LAERETTA.
D. Enr. da dentro: È giorno di feste : son le grida
della vittoria.
D. Cel. E torna , sai ?
D. Enr. Voglio gridare anch’ io! Mostrando un foglio :
Viva chi vince ! Viva la nostra professione !
— • Ecco , ecco , vittoria piena !
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— 71 —
D. Cel. gli strappa il foglio c lo straccia: Ec Coti 1 lì Vitto—
ria , e il canchero che ti pigli , pezzo di ca-
pestro ! Qual grillo t’ era entrato in capo ,
che mi sei venuto a fare il cascamorto in que-
sta casa ?
D. Enr. ( Già si è saputo tutto ? ).
Cont. Egli , signore , non ha colpa per nulla,
vi ripeto, se da noi fu tolto in iscambio.
D. Cel. Che scambio? Ed io poi chi era io? —
A D. Bernardo : Non parlate ora eh ?
D. Ber. Che ne volete da me?
D. Cel. Dite che ne voglio ? dite che ne vo-
glio ?
D. Ber. Volete che parli? Or bene, che vo-
lete sapere ? che vi credettero il medico ? Si-
gnorsì, vi credettero il medico. — Siete con-
tento ora ?
D. Cel. Medico? a me ? io ? io medico?
D. Enr, ( La è bene infrascata per diana ! ).
D. Cel. Per 1’ anima di mio padre ! come c en-
tra mo di mezzo il medico qui?
Co nt. Fu la mia cameriera , che ....
D. Cel. Sì sì , ho capito tutto.
D. Ber. piano a d. celestino : Non dubitate, ripare-
rò io.
D. Cel. Riparerete hep ! ponendosi la mano su le labbra
quasi per non farne uscirò la parola. Ala SO IO il riparo ,
lo so io.
D. Enr. ( Vorrei morir tisico se ne so cavare
un pel di costrutto ! ).
D. Ber. piano a D. Celestino; Vi prometto che VÌ SpO-
serà.
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D. Cel. Ed io vi prometto che fui un gran bab-
baccio io a voler perdere trentamila ducati
per isposarmi la vostra signora figlia.
D. Enr. ( Ah !! ) , mostrando d' aver capilo lutto.
D. Ber. ( Oh vergogna ! ).
D. Cel. 0 ci foss’ egli carestia di femine qui ?
Ma fate conto che me la son ligata al dito,
e ve ne farò pentire. — cavando una carta : Ec-
cola , eccola qui , badando la carta , questa farà
la mia vendetta. — Enrico, andiamo a disten-
dere la citazione.
D. Enr. Scusatemi.
D. Cel. Che dici ?
D. Enr. 1). Bernardo non potrà avere in me che
un difensore.
D. Ber. Bravo !
D. Cel. Anche tu della combriccola? — Bene
bene, andrò io ; e comincerò con un sequestro
generale, e la vedremo !
D. Ber. Andate a fare quel che diavolo vi pia-
ce , e non mi state a infracidar più le bu-
della.
D. Cel. Un osso del collo vi farò vendere !
Si avvia verso la porta di mezzo.
SC33TA ULTIMA.
D. ROBERTO, GIORGIO, D. BERNARDO, LA CONTESSA,
LAURETTA, D. CELESTINO, D. ENRICO.
D. Kob. Signora Contessa, vi ossequio.
D. Cel. ( Che vorrà costui? ).
73 —
Cont. D. Roberto !
1). Ber. D. Roberto !
D. Enr. ( Oh ! or siamo tutti ! ).
D. Rob. Avete ben ragione di stupirvi di que-
sta visita ; ma io non sono più il vostro
nemico.
D. Cel. a Giorgio: E tu che fai qui ?
D. Enrico tenie , e bada alla risposta.
Gior . a D, Celestino: Or lo saprete.
D. Enrico fa segni di non ne intender niente.
D. Rob. Io vengo anzi a confessarvi il mio de-
litto , e a ripararlo , or che per me tutto è
finito.
Cont. E qual delitto ? . . . .
D. Rob. Quello , o Contessa , d’ avervi rapito
1’ unico vostro figlio per usurparmene le ric-
chezze.
Cont. Che dite ? mio figlio ?
Laer. ( Oh scelerato ! ).
D. Rob. Sì; ma egli vive.
D. Enr. ( Bella ! ).
Cont. Vive ? vive mio figlio ?
D. Rob. Vive , ed io vengo a restituirvelo.
D. Enr. ( Lo voglio conoscere questo signor
Contino guastafeste ! ).
Cont. D. Roberto !
D. Rob. Uditemi.
D. Ber. ( Possibile ! ).
D. Cel. ( Che altro viene mo ad impastocchiar-
mi costui ? ).
D. Rob. Se ben vi ricorda , quel dì che vostro
figlio cadde nell’ Ofanto , io stava alla mia
villa attigua alle vostre^ terre di Canosa.
Cont. E vero !
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— 74 —
D. Rob. Or mentre in compagnia d un mio servo
aggiustavamo non so che in capo ad un viale
che imbocca nel fiume, vidi un corpicciuolo
galleggiar su la corrente.
Cont. Sì ?
D. Rob. Accorremmo , entrammo nel fiume , e
fu salvo.
Coni. Oh figlio mio!
D. Rob. Parea morto ; ma non era. La mor-
te intanto di vostro marito così istantanea-
mente succeduta al tristo annunzio della per-
dita del figlio , le grandi ricchezze che do-
veano scadere a me se quel fanciullo non fos-
se stato , l' opportunità che il caso mi por-
gea di tor di mezzo tale ostacolo senza che
potesse alcun del mondo accagionarmene . . .
Cont. Vi consigliavano forse ? . . . .
D. Rob. Signora Contessa , chi salva una vita
la tien più cara della propria.
Cont. Sì , o generoso !
D. Rob. Altro pensiere venne a tentarmi. — Gia-
como , dissi al mio servo , questo fanciullo
d ? ora innanzi sarà tuo figlio.
I). Enii. piano a Giorgio che ti asciuga le lagrime: Che avete ?
Gior. piano a D* Enrico con tenerci»» : Ascolta.
I). Rob. Tu te ne andrai lontano con lui, e non
tornerai che quando mi saprai morto. — E gli
diedi una grossa somma di danaio. Il mio
fedele Giacomo in intese , giurò e partì via.
Tutti allora lo tennero per morto , ed io vinsi
la causa.
Cont. Ma ora, che sapete voi? ....
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— 75 —
D. Rob. Io che con questi occhi li vidi mon-
tare sul legno che dovea trasportarli in À-
merica , or li ritrovo qui.
Cont. Qui ? Che dite mai ? D. Roberto ?
P* Rob. Qui vi dico , e stamane gli ho scoperti.
Ij4ur. ( Oh ventura ! ).
D. Cel. ( Ci ha messo il capo con tutte le corna
qui il diavolo ! ).
Cont. D. Roberto ! Sareste mai capace d’ in-
gannarmi?
D- Rer. ( Se fosse un inganno davvero? ).
D. Rob. Signora Contessa , il mio testamento
segreto consegnato fin d’ allora nelle mani d’un
-, ufiziale pubblico vi farà piena fede delle mie
parole. Rer ora . • . . cava un ritratto.
Cont. Oh mio Giulio !
I). Rob. porgendole a ritratto: Guardate : è questo il
ritratto che portava egli al collo ?
Cont; Oh quali memorie ! — Prendendolo , io guarda. È
deSSO ! Lo mostra a Lauretta e a D. Bernardo. L’ imma-
gine del padre! — ad. Roberto: Ma egli ? . . . .
IjAUR. Zia mia ! . . . . colpita dalla vista del ritratto.
D. Rob. Riconoscetelo fra noi.
D. Enb. ( Fra noi ! ).
D. Cel. ( Per me non credo ! ).
D. Rob. E tu , Giacomo , vieni oltre a conte-
star le mie parole.
Cont. Grande Iddio !
D. Enb. ( Sarebbe vero ? ).
Gior. Perdonami , figlio mio } perdonami, a»
giti a ai piedi di D. Enrico.
Cont. Egli ?
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D. Enr. Ella è dunque mia madre ?
Gior. Ella , ella !
Cont. Tu ?
I). Enr. Mia madre ?
Cont. Ah sì , sei tu ....
Si abbracciano,
D. Enr. Oh madre mia ! <
Cont. Figlio !
D. Ber. Oh poverina ! ella manca.
Laur. Zia !
Le si fanno intorno per soccorrerla.
D. Cel. ( Addio vittoria : addio trentamila du-
cati : addio tutto ! Costui mi ha dato il tuf-
fo; e ci perderò anche le spese ! Oh che gra-
gnuola m’ è cascata addosso !
D. Enr. Me felice!
Cont. Giulio !
D. Cel. ( Oh che gragnuola! ).
D. Ber. D. Celestino, voi già avete inteso ?.. «
D. Cel. Ho inteso il canchero !
D. Rob. Ma dovete persuadervi ....
D. Cel. Io non voglio persuadermi di niente
e finché non mi si paghi il sangue mio , ci
voglio far nascere un terremoto qui , un in-
ferno! Questo è un tradimento, un’ imbosca-
ta , una congiura d’ assassini. Ma io vi ag-
giusterò io tutti con una querela criminale
<■ nelle forme ; e poi vedremo se i morti risu-
scitano. s> avvia verso la porta, e poi torna. La vedremo,
canaglia! e vi voglio mandar tutti in galera! Emr».
D. Enr. Ah ah ah ! in galera.
D. Ber. Lo compatisco. Sapete che vuol dire
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